Avere vent’anni: AT THE DRIVE-IN – Relationship of Command

I must have read a thousand faces. E quanti volti avrei dovuto ancora scorrere prima di comprendere davvero l’importanza che quelle parole hanno avuto per me. Però ci sono momenti nella vita che ti obbligano a cambiare prospettiva, attimi che determinano un prima e un dopo nella percezione delle cose. Come lampi in una notte di tempesta, si abbattono improvvisi sulle nostre certezze squarciando il buio intorno e illuminando la risposta a una domanda magari neanche mai fatta. Può essere l’incrocio con lo sguardo di una ragazza che è sempre stata lì accanto a te, porto sicuro e amichevole delle tue paturnie ma che tutt’a un tratto ti rendi conto essere qualcos’altro, qualcosa di più, magari l’amore di una vita che si nasconde dietro quel luccichio negli occhi che hai notato solo ora. O un libro poggiato da tempo immemore sulla mensola, sfogliato da bambino e poi abbandonato a raccogliere polvere, che riprendi in mano per leggerlo a tuo nipote e scopri contenere tesori così impensabili da obbligarti a dedicargli il tempo che all’epoca non gli hai voluto, o forse potuto, dare. Oppure il verso di una canzone, incastonato in un frangente spaziotemporale ben definito ma il cui orizzonte di senso all’improvviso si spalanca e include l’intera esistenza.

C’è voluta l’apparizione di Cedric Bixler-Zavala sul palco dell’Alcatraz a Milano, ancheggiante e sornione come un mariachi di Guadalajara, per capire davvero quanto Relationship of Command abbia significato per me. Quella stretta allo stomaco esplosa catarticamente con le prime parole di Arcarsenal urlate all’unisono dal pubblico stipato in sala. Quelle note date a lungo per scontate, ingiustamente considerate sicure, certe, prevedibili perché presenti da sempre al mio fianco come sorelle maggiori. Quel cerchio tracciato decenni prima che a un certo punto sorprendentemente si chiude e si erge in tutta la sua importanza esistenziale.
Perché la vita è così, amici miei. Ti mette accanto persone, libri, dischi, e ti spinge ad abituartici, ad affezionartici consuetudinariamente, a illuderti che sia normale che quelle persone, quei libri, quei dischi stiano lì con te. Non potrebbe essere diversamente, immagini vedendoli ma non davvero guardandoli. E invece no. Potrebbero benissimo non esserci, o non esserci mai stati, o non essere così come sono, e il darli per scontati è un sipario calato sul loro valore.

I must have read a thousand faces, urlava Cedric alla massa informe di reduci d’inizio millennio che mi trascinava nel pogo verso le transenne dell’Alcatraz, e io ho realizzato in quel momento che erano passati quasi vent’anni da quando avevo beccato su MTV il video di One Armed Scissor e mi ero precipitato a ordinare l’album nell’unico negozio di dischi della mia città, folgorato sulla via di El Paso da qualcosa che non avevo mai sentito prima. Un’energia belluina, una foga selvaggia ma al contempo chirurgica, pulita, lontana anni luce sia dall’approccio sudato e stradaiolo dell’hardcore classico che dalla plasticosità del nu-metal a cui veniva giocoforza accomunata (gli At The Drive-In incisero Relationship of Command appena tornati da un tour di spalla ai Rage Against The Machine). Ogni settimana passavo per inerzia dall’arrogante bottegaio chiedendogli se il disco fosse arrivato e ricevevo in cambio occhiate di irridente diniego. Il CD arrivò mesi dopo l’ordine, quando ormai conoscevo a memoria ogni canzone essendo andato a caccia dei singoli pezzi su Napster. Lo consumai al punto tale che finii per assuefarmi a quei testi ermetici e crepuscolari, a quella tracklist che snocciola tutti potenziali singoli, a quei saliscendi emotivi costruiti su passaggi lenti e soffusi interrotti da improvvisi schizzi di follia sonora. La perfezione divenne ordinarietà, la bomba un costante e rassicurante fragore di sottofondo.

Gli anni passarono, e con loro le esperienze, le aspettative e le illusioni. Mi sono ritrovato a compare il biglietto per il concerto nei neo-riuniti At The Drive-In quasi solo per inerzia, una sorta di omaggio dovuto ai miei quindici anni e ai bei tempi che furono. Non che la prospettiva di vederli finalmente dal vivo non mi entusiasmasse, per carità, ma diciamo che le primavere accumulatesi sul gruppone mi hanno portato a sviluppare una specie di corazza protettiva nei confronti dei miei feticci adolescenziali, con cui cerco ingenuamente di tutelarli dall’amara realtà del tempo che scorre. Il mondo (purtroppo) non è fatto di soli Tony Iommi e a volte è meglio preservare l’idea di uno stupendo passato piuttosto che prendere atto di un mediocre, imbolsito presente.
È con questo tarlo in mente che sono entrato nell’Alcatraz, chiedendomi peraltro dove avessi messo quel maledetto CD di Relationship of Command che non riascoltavo da tempo immemore. Poi si sono spente le luci ed è arrivato il disvelamento, abbagliante e purificante come un ritorno alle origini, iniziato con le maracas di Arcarsenal e finito col cut away di One Armed Scissor sbraitato a ripetizione a mo’ di rito apotropaico. E ho ricordato. E ho capito. E ho sorriso.

Tornato a casa, ancora sudato e stremato, ho guardato la libreria. Il CD era lì, dove era sempre stato, insieme a tutte le occasioni che avrei dovuto cogliere, a tutti gli sguardi che avrei dovuto assecondare, a tutti i volti che avrei dovuto scorrere. I must have read a thousand faces.

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