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Avere vent’anni: AT THE DRIVE-IN – In/Casino/Out

31 agosto 2018

Tutti dobbiamo la nostra educazione musicale a qualcuno. Chi al fratello maggiore, chi all’amico dai gusti raffinati, qualcuno magari al papà con una collezioni di vinili forse un po’ datata ma comunque fornita di quelle pietre miliari su cui poi costruire una crescita autonoma e personale.
Io devo ringraziare un compagno di classe che mi ha salvato dagli abissi insondabili della musica celtica (sì, non chiedetemi il motivo ma intorno ai 13 anni ascoltavo praticamente solo arpe e cornamuse) per accompagnarmi nel variegato universo dell’heavy metal. Con cadenza settimanale gli consegnavo interi pacchi di CD vuoti che lui pazientemente riempiva di album a suo piacimento, seguendo un percorso pedagogico che partiva dai Led Zeppelin per arrivare ai Cannibal Corpse.
E così alla fine del liceo mi sono ritrovato con una formazione metallara “classica” fondata quasi esclusivamente sulle indicazioni del mio amico. Mi rendo conto di quanto i suoi consigli siano stati importanti ogni volta che torno nella mia città natale e vedo allineati sulla libreria della mia vecchia cameretta tutte quelle copie masterizzate di dischi fondamentali, ciascuno con la tracklist scritta a mano nella sua grafia zoppicante e inconfondibile.

Posso contare sulla punta delle dita il numero dei dischi cardine della mia adolescenza che non sono passati attraverso il filtro del mio mentore. È inevitabile che però, a distanza di anni, il riascoltarli assuma un sapore diverso che non li rende più belli ma semplicemente più miei, come se alla prova del tempo l’averli scoperti senza dritte esterne ne rafforzasse in qualche misura l’impatto emotivo al di là di qualunque considerazione di merito. Sono quasi tutti legati al mondo punk-hardcore e alle sue propaggini, uno dei pochi settori della musica “alternativa” che il mio amico non frequentava granché e di conseguenza non includeva nelle periodiche sessioni di indottrinamento sonoro a cui gli chiedevo di sottopormi.

Col senno di poi, è interessante constatare come all’epoca un parte del mondo hardcore stesse più o meno consapevolmente mutando pelle per tentare di sopravvivere, senza snaturarsi, al naturale arrugginimento dei propri stilemi decennali. Ciò avveniva attraverso una contaminazione con humus musicali apparentemente agli antipodi (in particolare jazz, rap ed elettronica) che permise a gruppi come gli At The Drive-In e i Refused di riscrivere le coordinate di un intero genere, da un lato preservandone il nucleo fondamentale e dall’altro aggiornando alcuni suoi tratti caratterizzanti alla luce delle tendenze del momento. L’effetto fu di rendere un prodotto fino ad allora confinato nei circuiti underground appetibile per una vasta fascia di giovani ascoltatori che magari non avevano mai sentito parlare di Sick of It All o Minor Threat

Devo però ammettere che non mi è ancora del tutto chiaro cosa possa aver attirato l’interesse di un sedicenne cresciuto a pane e Manowar. Forse un’orecchiabilità di fondo che comunque non sfociava mai nel patinato paraculismo del pop-punk da stadio di matrice californiana. O magari le tematiche e un’estetica più affini al ribellismo adolescenziale di quanto potesse esserlo il martello di Thor brandito da Joey DeMaio. Non saprei. Sta di fatto che mi ritrovai a incrociare su MTV il video di One Armed Scissor e ne rimasi fulminato. Corsi a ordinare Relationship of Command nell’unico negozio di dischi della città e dovetti aspettare mesi perché arrivasse.
Come ogni cotta giovanile che si rispetti, Relationship of Command piombò e si prese tutto. Non ascoltai altro per settimane, consumando il disco e facendomelo venire quasi a noia. Ancora oggi, quando sento le note iniziali di Arcarsenal, avverto un’istintiva stretta allo stomaco, la sensazione dolceamara di riassaggiare una pietanza che in passato mi è piaciuta talmente tanto da averne mangiato ben oltre il limite della sazietà, finendo inevitabilmente per fare indigestione.

A In/Casino/Out sono arrivato dopo, in un’opera di recupero necessaria e fin troppo tardiva. L’ho considerato a lungo figlio di un Dio minore, offuscato dall’amore per l’ingombrante successore.
Col passare del tempo ho capito quanto ingiusto e superficiale fosse questo giudizio: In/Casino/Out non ha la potenza evocativa di Relationship of Command né i suoi pezzi anthemici, diventati in breve veri e propri inni generazionali, ma ha un’urgenza e una compattezza molto più evidenti. Merito probabilmente del fatto che mentre Relationship of Command venne concepito e registrato come un disco che doveva spaccare le classiche e di conseguenza fu prodotto e rifinito meticolosamente (generando non a caso l’insoddisfazione del chitarrista Omar Rodríguez per il mixing finale di Andy Wallace, da lui giudicato fin troppo pulito), In/Casino/Out venne registrato tutto in presa diretta e mixato nel giro di una giornata, col fiato sul collo dell’etichetta e i minuti contati. Nonostante il cantante Cedric Bixlar-Zavala abbia poi confessato che a causa dei tempi stretti di lavorazione la band sia riuscita a concretizzare solo il 30% di quello che aveva in programma, il risultato è energia pura.


I quaranta minuti scarsi del disco scorrono via senza un attimo di respiro e l’unico momento di relativa calma si materializza a metà scaletta con la splendida Napoleon Solo, ode lenta e straziante in onore di due amiche di Bixler-Zavala tragicamente scomparse in un incidente stradale l’anno prima. Il resto è un furioso assalto all’arma bianca, nel quale l’hardcore punk di scuola Black Flag viene destrutturato e rimontato secondo la lezione melodica dei Fugazi e dei Drive Like Jehu, creando un unicum che troverà la sua definitiva consacrazione (anche commerciale) negli anni successivi con l’EP Vaya e col botto di Relationship of Command. Un’intera scena si svilupperà attorno a questo sound, un movimento frettolosamente etichettato come “post-hardcore” che conterrà al suo interno così tante sfaccettature da estendersi a macchia d’olio in tutta l’universo alternative rock e influenzarlo per oltre un decennio.

Gli At The Drive-In, insieme ai loro omologhi svedesi Refused che negli stessi mesi davano alla luce il seminale The Shape of Punk to Come, svolgeranno per una certa generazione un fondamentale ruolo di gruppo d’entrata nel punk assimilabile a quello svolto dai Metallica o dagli Iron Maiden nell’heavy metal. All’epoca non potevo certo immaginare che quei cinque texani di nero vestiti avrebbero permesso a me e a tanti altri come me di percorrere a ritroso il sentiero dell’hardcore e risalire alle sue origini, scoprendo un mondo che in quanto trve defender guardavamo con molta diffidenza e altrettanta ignoranza. E figuriamoci se potevo immaginare che un giorno li avrei finalmente visti su un palco, coronando un sogno di gioventù che era diventato pura utopia dopo il loro scioglimento all’apice del successo nel 2001. Ma d’altronde non potevo neanche immaginare che il mio mentore, il compagno di classe che mi aveva spalancato le porte dell’heavy metal, si sarebbe trasferito in Canada e avrebbe iniziato ad ascoltare free jazz. Mai porre limiti all’immaginazione.

2 commenti leave one →
  1. vito permalink
    31 agosto 2018 18:21

    Di solito questi mentori erano anche i fattoni del paese per la gioia di genitori e fratelli maggiori, ma che volete era il prezzo da pagare in provincia per accedere al nostro meraviglioso mondo.

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  2. pepato permalink
    31 agosto 2018 23:43

    Omar Rodriguez è un genio assoluto.

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