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Sick Of It All / Growing Concern / No More Lies @ Traffic, Roma – 11.4.2017

19 aprile 2017

In un modo o nell’altro, ogni volta che vedo i Sick Of It All mi sento a casa. Possono cambiare le location, i contesti e la compagnia, ma questa preziosa sensazione rimane intatta. Penso dipenda dal fatto che Lou Koller e soci sono legati in modo inestricabile a una fase particolarmente felice della mia adolescenza, incastonata tra estati spensierate e hardcore a palla nel walkman. Quando ascolti certe canzoni a quindici anni, poi te le porti dietro tutta la vita. Non hai bisogno di riascoltarle prima di un concerto per ricordarti le parole, perché sono scolpite nel subconscio come l’Ave Maria o la tabellina del 2.

Entro in un Traffic già piuttosto gremito con lo stessa eccitazione febbrile di un ragazzino che sale i gradoni della curva per assistere alla partita della sua squadra del cuore. I No More Lies, prima band in scaletta, stanno ultimando il soundcheck e sono pronti a dare il via alle danze. Guidati da Fabrizio il Marinaio, voce degli indimenticati Payback, i cinque scaraventano sulla cospicua platea un pugno di rasoiate street punk tratte in gran parte dal nuovo album Fuori dal Coro (autoprodotto perché nessuno ce lo voleva produrre, sottolineano con orgoglio) e ammantate da una malinconia di fondo squisitamente romana. Il loro approccio scanzonato e autoironico rimanda alla comicità amara di Alberto Sordi e del primo Verdone, qualcosa di difficilmente comprensibile oltre i confini del Grande Raccordo Anulare. È una rabbia in qualche modo rassegnata, matura, che ride di sé e delle periferie esistenziali da cui sgorga. Due individui evidentemente capitati per caso in prima fila pensano bene di farsi un selfie durante uno dei brani più violenti, attirandosi le ironie del corpulento frontman e del locale intero. In altri tempi sarebbero tornati a casa con la suola di un anfibio dipinta in faccia, oggi invece sghignazzano come ebeti e si danno reciproche gomitate di approvazione. O tempora, o mores.

Mentre sorseggio una birra al bancone del bar, mi rendo conto che molti dei presenti sono venuti principalmente per onorare il secondo gruppo d’apertura, i Growing Concern, vecchie glorie della scena capitolina riformatisi per l’occasione. Perfino il Greco, poco avvezzo alle dinamiche hardcore, ne parla ossequiosamente e cita i versi immortali con cui i Colle der Fomento li omaggiarono oltre vent’anni fa (perchè io sono hardcore come i Growing Concern / lo sai ancora più hardcore di un film con Rocco e Selen). A vederli sul palco sembrano dei tranquilli cinquantenni appena usciti dal lavoro, però basta qualche nota e il locale letteralmente esplode. Bisognerebbe tirar fuori il taccuino e prendere appunti su cosa voglia dire essere punk nel 2017, ma probabilmente la penna verrebbe scaraventata lontano da una delle tante gambe che fluttuano sopra la massa indistinta di gente che poga. La mezzora a loro disposizione scorre via veloce, troppo veloce, e termina con il tuffo in mezzo al pubblico dell’indiavolato cantante Paolo, che per la foga trascina con sé un pezzo dell’impianto luci. Epicus furor, direbbero i Rhapsody.

E vola, con quanto fiato hai in gola…

Una sala ormai stracolma accompagna accompagna l’ingresso in scena dei Sick Of It All. Le leggende newyorkesi stanno ancora smaltendo i festeggiamenti per il trentennale della band e tirano fuori una setlist quasi completamente incentrata sui primi album, con ben sette brani tratti dal seminale esordio Blood, Sweat And No Tears. Li avevo visti l’ultima volta lo scorso giugno, quando misero a ferro e a fuoco l’enorme Main Stage dell’Hellfest. Stavolta non hanno davanti migliaia di persone. Lo spazio per i famigerati zompi di Pete Koller è piuttosto esiguo, il basso di Craig Setari funziona a intermittenza e pure la voce di Lou viene e va. Ma è in questa dimensione, coi muri umidi di sudore e uno stage diving praticamente ininterrotto, che i SOIA si esprimono al meglio. Perché vanno bene le grandi platee, vanno bene i suoni perfetti e vanno ancor più bene i wall of death lunghi centinaia di metri, ma l’hardcore è altro. È pugni al cielo, scantinati di periferia e urla di reietti odiati e fieri. È inni esistenziali cantati a squarciagola mentre piovono corpi da ogni dove. È rivolta, è attitudine, è umiltà. È cuore, è anima. È un universo di cui i Sick Of It All sono ancora i padroni indiscussi. Chiudono sparando una dietro l’altra Scratch The Surface,  Step Down e Built To Last, in un tripudio di arti volanti e cori di giubilo. Esco dal Traffic fradicio, afono e felice come un quindicenne con un’estate di tre mesi davanti e un walkman scassato in tasca. La brezza notturna è calda, profuma di casa.

2 commenti leave one →
  1. blackwolf permalink
    19 aprile 2017 17:19

    Le cose belle della vita. Peccato nessuno abbia pestato a sangue i tizi del selfie.
    Non sono un grande fan dei Sick of it all, ma li ho visti live una decina di anni fa, più o meno, a Milano, a qualche festival estivo. Una cosa pazzesca. La gente si fece malissimo e il cantante urlò una cosa del tipo: “scrissi questa canzone che ero solo un ragazzino incazzato e adesso a vent’anni di distanza, ancora niente è cambiato” (il senso era questo..)
    Me lo porto ancora dentro quel momento. Poi tutto si fece scuro e partirono i pestoni.
    Ma quel concerto me lo rivedo nella testa ogni tanto e godo ancora un sacco.

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  2. sergente kabukiman permalink
    20 aprile 2017 16:40

    visti a gallipoli qualche anno fa con i municipal waste, buffalo grillz e altra gente..schiaffoni volanti a non finire. il finale d questo report è adattissimo a quella serata dato che era in pieno giugno e all’uscita sembravo appena riemerso dal mare per quanto ero fradicio di sudore e aria umida

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