Frattaglie in saldo #50: Ancillotti, Witches of Doom e altro dall’Italia

ANCILLOTTIHell on Earth

Ragionare di un disco del genere entrando nel merito dei dettagli tecnici che lo riguardano sarebbe un assassinio. Posso solo sottolineare una cosa che rientra nelle mie fisse personali: è prodotto bene, e, sebbene rifugga dalle maniere vecchia scuola adoperate con successo sull’esordio The Chain Goes On, per fortuna il nuovo Ancillotti non ha i suoni deleteri e ovattati che avevano caratterizzato Strike Back qualche annetto fa. Hell On Earth è un buon disco, coinvolgente, trascinante, che arriva in fondo e neanche te ne sei accorto. Quest’ultima frase comporta un aspetto positivo e uno negativo: i brani faticano un po’ a entrare in testa, tolta quella Till The End tenuta in fondo alla scaletta e che attacca come Overkill dei Motorhead. In compenso ho ascoltato l’album per tre volte consecutive mentre, tra le altre cose, ero impegnato a recensire l’ultimo dei Mekong Delta, e non ho mai avuto l’impressione di voler saltare qualcosa, cambiare del tutto titolo o più semplicemente arrendermi. Hell On Earth funziona, a patto che non si pretenda troppo dal suo ascolto. E certamente questo materiale funzionerà meglio dal vivo, come è avvenuto ogni volta che ho visto il Bud sul palco, che cantasse con i Bud Tribe, la cover band dei Black Sabbath a nome The Nightcomers, e naturalmente con la Strana Officina.

WITCHES OF DOOMFuneral Radio

Ho conosciuto i Witches of Doom con Lizard Tongue dal precedente album, me la girò proprio Federico Venditti. Ne consegue che mi fossi perso Obey, un titolo che – mio malgrado – avrei recuperato solo in un secondo momento. Due cose sono accadute da allora: Obey era il disco “metal” dei Witches of Doom, inquadrabili nello stile dei Paradise Lost senza portarsi appresso la pesantezza dei loro esordi, e con uno stile vocale irruento, arrogante, a cavallo tra Clutch e Danzig misto a un bel po’ del Nick Holmes dei tempi di Icon e che ebbi modo d’apprezzare fin da subito. Nel tempo i Witches of Doom sono diventati una band rock a tutto tondo, inserendo tonnellate di blues, di gothic rock alla Sisters of Mercy e altri riferimenti che hanno reso la loro proposta più variegata, e magari un po’ più disomogenea. Funeral Radio in questo senso è un bel passo in avanti rispetto a Deadlights: ingrassa i suoni portandoli ai limiti dello stoner rock, rinuncia a qualche velleità modernista alla Death SS e Moonspell come ne avevo avvertite in precedenza e piazza in bella vista le chitarre. Piuttosto è Danilo Piludu a fare un piccolo passo indietro, più canonico e meno immerso nella parte, meno “eclettico”. Probabilmente il loro miglior disco, grazie, su tutte, a Coma Moonlight e Sister Fire, e al fatto che il metal, nel diventar ingrediente da utilizzare al momento giusto, stavolta permette loro di ritagliarsi una personalità più distinta.

spidkils

Spidkils

Poi chi mi sono ascoltato di recente? Innanzitutto Threads are Breaking, secondo album degli SPIDKILZ, con Elisa De Palma, ex White Skull, alla voce. Suonano power/thrash senza i fraintendimenti che spesso accompagnano questa locuzione, ovvero quel genere figlio di certo metal americano di fine anni Ottanta: Laaz Rockit, i Vicious Rumors dell’ultimissimo Carl Albert e cose così. Ottimi arrangiamenti, canzoni piuttosto dilatate nei tempi ma senza che ciò pesi. Manca qualcosa nella cura delle canzoni, affinché queste possano riuscire nel migliore dei modi.

Poi ci sono i siciliani IMMOLATOR, che probabilmente conoscerete nell’incarnazione a nome Heretical, dedita a un black sinfonico a partire dalla fine degli anni Novanta. Gli Immolator furono attivi negli anni immediatamente precedenti, e, in seguito a una serie di demo tape, scomparvero per lasciare spazio all’altro progetto. Ma avevano inciso un album, un proto-black ovviamente privo di fronzoli ma tuttavia dotato di una costruzione della canzone mai banale o eccessivamente ridotta all’osso. Figli dei Bathory dei primi due album, di Deathcrush ed altra musica uscita negli anni Ottanta, gli Immolator ci danno in pasto il loro Ars Moriendi, un EP chiuso dalla cover di Countess Bathory dei Venom – classico che ritroviamo stravolto in avvio e in seguito a ciascuno dei ritornelli – e che ha per apice compositivo la sua seconda traccia, Black River. Niente male, e chissà se tutto questo avrà una sua continuità. (Marco Belardi)

2 commenti

  • Grazie per la segnalazione di Ancillotti.

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  • dei lavori qui presenti ho sentito per un bel po’ quello degli Spidkilz e non mi è dispiaciuto affatto. Mi è piaciuto molto la registrazione molto old-school e ruvidella. A parte un paio di pezzi non molto esaltanti, il disco è estremamente godibile.

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