Dischi per intimidire i ladri di vacche: DEMONS & WIZARDS – III

Ascolto questo disco dal giorno in cui è uscito e solo ora butto giù qualche riga. È uscito quasi un mese fa e io l’ho ascoltato almeno una volta al giorno, quindi diciamo circa una trentina di volte. L’ho ascoltato in parecchi contesti, con attenzione e come sottofondo, con le cuffie ad occhi chiusi e sull’amplificatore piccolo della cucina mentre cucinavo. E non sono mai riuscito a trovare niente di sensato da dire. Anche ora ho iniziato a scrivere così, per frustrazione, in un ritaglietto di tempo nelle estenuanti giornate di telelavoro, poco dopo il weekend di isolamento forzato che ci ha quantomeno permesso di spostare il culo dalla sedia al divano.

Dunque: il nuovo disco dei Demons & Wizards si chiama III, con una scelta del titolo migliore solo della copertina, un disegnino infantile brutto e scemo a metà tra la copertina di Det Som Engang Var e quelle dei Nightwish. Il disco però è bello, o perlomeno: mi piace, e tutte le decine di volte che l’ho rimesso su non ho pensato “Oddio che palle, ora mi tocca riascoltare sto disco perché devo fare la recensione”, anzi, mi prendeva bene premere play. Forse anche perché le cose migliori si trovano ad inizio disco, soprattutto le prime tre: i due singoli Diabolic e Wolves in Winter, di cui abbiamo già parlato, e Invincible, forse la migliore dell’album; e poi le successive Final Warning e Timeless Spirit, una molto breve e l’altra molto lunga, con la prima che parte come una delle varie semiballad di Touched by the Crimson King e prosegue come un pezzo degli Iced Earth degli anni d’oro; e con la seconda che comincia anch’essa come una delle loro tipiche semiballad per sfociare in un pezzo marziale ed enfatico come ai tempi di The Glorious Burden. La seconda parte è più debole, con pezzi che nonostante abbia sentito decine di volte tendo ancora a confondere.

…nella mia fottuta proprietà

La caratteristica principale dell’album è la sua cupezza. Non che i precedenti due dischi a nome Demons & Wizards fossero in alcun modo allegri e spensierati, ma qui si va molto oltre quel limite. Le melodie si aprono raramente, e quando lo fanno sono quasi sempre oppresse da una sezione ritmica claustrofobica. C’è un’atmosfera angosciante che ammanta tutto il disco e che per qualche motivo non appena molla la presa provoca un calo dell’attenzione, come in Midas Disease, probabilmente la più inconcludente delle undici. È difficile riconoscere i Blind Guardian in III, mentre è molto più semplice accorgersi dei rimandi agli Iced Earth: non solo per IL RIFF che continua imperterrito a snodarsi qui e lì, ma anche perché, molto prosaicamente, certi pezzi sembrano usciti dagli ultimi dischi della band di Schaffer. C’è raramente la ricerca della melodia o del ritornello memorizzabile, piuttosto si percepisce che lo scopo dei due si è incentrato sulla costruzione di pezzi teatralizzanti basati sull’atmosfera: che è come detto cupa, disincantata, notturna, malinconica e disperante.

Posso ipotizzare che questa sensazione di oppressione sia la stessa in cui si troverebbe un ipotetico ladro di vacche che ha sconfinato nel ranch di Jon Schaffer; il quale, avendo ovviamente già preparato un meticoloso piano di difesa/attacco per situazioni del genere, lo bracca con il suo fucile a canne mozze e la sua muta di molossi addestrati a sventrare i nemici degli Stati Uniti d’America e della proprietà privata. E ad esempio il riff di Wolves in Winter rende benissimo lo stato d’animo dello sventurato ladro trovatosi braccato e a un passo da un’orrenda morte.

Complice il fatto che la seconda parte del disco è, come detto, inferiore alla prima, si arriva in fondo ai 64 minuti di durata abbastanza stremati. È allora che ti viene voglia di ripremere play, quantomeno per sentire le tracce iniziali, talmente belle e intense da farti dire ancora una volta “Ma sì dai, proviamoci di nuovo ad arrivare in fondo”. E così in una coazione a ripetere che si spezzerà nel momento in cui semplicemente prenderemo quelle tre-quattro tracce, le metteremo in una playlist e le riascolteremo da lì. Così come era andata per gli altri due dischi, del resto. (barg)

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