Ritornano le DESERT SESSIONS: Vol. 11 & 12

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Ho sempre immaginato le Desert Sessions come un contenitore in cui Josh Homme parcheggia alcune cose. Buone idee che non sono mai diventate canzoni, oppure canzoni che sul momento non se la sentiva di inserire in qualche suo album più prestigioso, corrompendone così l’identità. L’esempio pratico sono Make It With Chu e In My Head, uscite sedici anni fa nell’ultima raccolta, e poi dirottate alla nave madre dopo che i Queens Of The Stone Age avevano preso a trasformarsi in tutt’altro. Ora che Homme procede a briglia sciolta, noncurante di resettare tutto o quasi ad ogni uscita, è innaturale pensare alle Desert Sessions come alla medesima sostanza di allora.

E allora perché le avrebbe ritirate fuori? Droga?

Punto primo, i Queens Of The Stone Age dipendono in tutto e per tutto da logiche commerciali. Lasciate perdere il videoclip fattone di Smooth Sailing, o l’immagine da Elvis sotto acidi che Homme si è lentamente fatto scivolare addosso. Il gruppo punta a ricavi seri, e sebbene non abbia l’appeal da sorridenti autisti di scuolabus dei Foo Fighters, il loro leader ha la responsabilità, e il dovere, di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Da una parte gli va riconosciuta la coerenza d’aver messo la parola fine ai Kyuss una volta per tutte, senza averne mai rimesso in discussione il ritorno. Il che gli avrebbe permesso di giocare facile con roba molto più difficile rispetto a quella attuale. Dall’altra, Homme porta scritto in fronte d’essere un artista che – da quindici anni abbondanti – corre alla metà del suo potenziale di giri, e che ogni in tanto, come in …Like Clockwork, azzecca giusto qualche guizzo in più. Ma ciò che incide, pur preservando il suo inconfondibile stile, è dannatamente nella norma da una vita. Perciò non fatevi infinocchiare dalle tartassanti pubblicità col diavolo fumettistico di Villains, dagli sketch, dai trailer, e nemmeno dalla pletora di ospiti in abiti succinti che ha posizionato in vetrina per presentarvi le Desert Sessions di oggi. È la solita solfa a cui assistiamo da Lullabies To Paralize in poi, di volta in volta, sempre con un pizzico di energia vitale in meno rispetto alla precedente.

Nel ritrovarmi davanti a questo Vol. 11 & 12 realizzo ben due cose: la prima è che Homme ha bisogno del suo spazio personale in cui combinare un po’ il cazzo che gli pare, però, concio com’è, ormai gli riversa dentro buona parte dei difetti dei Queens Of The Stone Age. Questa roba qua puzza di rockettino da classifica e delle recenti collaborazioni a cui Homme ha preso parte, ma ne prende le distanze quanto basta perché il fattaccio non suoni troppo evidente. Inoltre, Vol. 11 & 12 può portare all’arco giusto tre discrete canzoncine: in prima fila troviamo Move Together, in crescendo come la Keep Your Eyes Peeled di qualche anno fa, seguita a breve distanza da If You Run. Entrambe condividono lo stesso feeling dark che dai tempi di Lullabies To Paralize si è preso la scena nei Queens Of The Stone Age, erigendone lo status ad uno status di gruppo maturo, senziente, e non più caciarone come una volta. Poi c’è Crucifire, che ci riporta vagamente la memoria a certe cose prive di fronzoli di Rated R, senza però esagerare in esuberanza. Infine c’è il singoletto, la classica canzonetta dei Queens Of The Stone Age che Homme ha già scritto e riscritto milioni di volte: si chiama Noses In Roses, Forever e si è già chiamata I Sat By The Ocean, non fosse per il montaggio caotico e per i giochini di batteria sul mixaggio. C’è molto mestiere in Vol. 11 & 12, e c’è un continuo trastullarsi col passato – ad esempio in Chic Tweetz e nei suoi orribili filtri – attraverso esperimenti, che traducono il tutto in uno smisurato vanto di modernità. Homme si rivolge a un pubblico in costante ricambio generazionale, un po’ come quando andate a vederlo dal vivo, e lui butta giù la peggiore scaletta possibile. Ci sono poi metà pezzi che non consistono in niente, le solite stronzate che Homme, dai tempi di Era Vulgaris, potrebbe anche cestinare ma finisce sempre per integrare da qualche parte, poiché egli è padre di tutta questa materia qua, e quindi guai a rinnegarla. C’è Something You Can’t See, ad esempio, una roba buona per sgranocchiare due noccioline con davanti un cocktail straboccante di ghiaccio.

Un’ultimissima occhiata a sedici anni fa, per concludere, dato che fare paragoni con un album azzardato ma di senso compiuto come Villains avrebbe ben poco senso: la differenza con Vol. 9 & 10 la stabilisce tutta l’attitudine. All’epoca avevamo di fronte un grande artista in uscita dalla più celebrata fase della sua carriera, non la migliore, bensì quella per cui ricevette i più vasti riconoscimenti. Oggi abbiamo il Josh Homme che necessita di ritagliarsi un po’ di spazio tra un …Like Clockwork, un Villains, e la sua tentacolare ricerca di una nuova posizione all’interno del panorama rock, entrando e uscendo dallo studio degli Arctic Monkeys, di un veterano come Iggy Pop, e del prossimo a cui toccherà. (Marco Belardi)

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