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Musica di un certo livello #30: VREID, EINHERJER

20 dicembre 2018

Dai membri dei compianti Windir, in questi anni, sono venute fuori alcune realtà interessanti, altre meno. Gli Ulcus, che fecero un solo disco per poi sciogliersi; i Mistur, autori di un paio di album, tra cui il troppo osannato In Memoriam che, per quanto dignitoso, trovai un po’ spompo; i Cor Scorpii, forse la migliore reincarnazione (evoluta ed aggiornata) dei norvegesi fino ad ora, che quest’anno ci hanno deliziato con un album poderoso; last but not least, i VREID, che poi sono anche i più prolifici, nonché coloro che contano attualmente il numero maggiore di ex membri dei Windir. Da queste parti i Vreid non fanno impazzire a nessuno ma non ci perdiamo lo stesso una loro uscita, anche perché alla fin fine non deludono mai veramente, pur non riuscendo a conquistarci il cuore. I due precedenti, Sòlverv e Welcome Farewell, a dire il vero, erano anche abbastanza noiosetti e devo risalire al 2011, a V, per ritrovare qualcosa che mi faccia venire voglia di essere ascoltato di nuovo. Neanche con Lifehunger è arrivato quell’effetto wow che oramai neanche più mi aspetto. Un disco formalmente ineccepibile che non si discosta dalla classica formula black’n’roll, tranne che per qualche passaggio più rockettaro del solito, per quanto gradevolissimo, e le sempre gradite aperture melodiche arpeggiate con voci pulite. Superiore alla media degli ultimi anni, non stupisce ma si fa ascoltare con gusto e poi devo ammettere che non mi stanca per niente.

Passiamo agli EINHERJER. Qui la faccenda è ancora più semplice: gli Einherjer vanno avanti col pilota automatico da ormai troppo tempo. Quindi, questa volta, mi allineo e faccio una recensione col pilota automatico. Un paio di anni fa ci avevano proposto la pressoché inutile registrazione di Dragons of the North, quindi erano quattro gli anni che non pubblicavano un album di inediti, ovvero da quel Av oss, for oss, a sua volta piatto e spento, un album tirato via che conteneva giusto un brano bello. Un po’ come accade con questo Norrøne Spor, in cui, in mezzo ad un mare in bonaccia spicca Mine Vapen Mine Ord, pezzo dal sentore viking più definito rispetto agli altri. Non tutto è da buttare, forse un altro paio di pezzi meritano (Fra Konge Te Narr e… Boh?). Per trovare qualcosa che sia più che decente nella recente produzione dei norvegesi bisogna risalire addirittura a quel Norrøn del 2011 (e un po’ di fantasia almeno nei titoli, che diamine), l’album della reunion, un disco bello per una metà e per la restante, anche qui, buttato via. Non che abbiano mai toppato clamorosamente in vita loro, però viene naturale chiedersi, a questo punto, quale sia il senso della reunion. (Charles)

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