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EINHERJER – Norrøn (Indie Recordings)

21 settembre 2011

Quando voglio parlare di viking metal tendo a riferirmi ad un mondo ben preciso. Si tende purtroppo troppo spesso a mischiare in un coacervo indifferenziato di influenze e tendenze più disparate, pezzi di black, tranci di folk e spruzzate di epic. Il viking da parte sua è un concetto ben preciso sul quale una volta per tutte, un po’ talebanamente, vorrei operare la definitiva epurazione da ogni fraintendimento. Quando voglio parlare di Viking Metal, dunque, mi riferisco precipuamente alle seguenti opere: …En Their Medh Riki Fara… e …Magni Blandinn Ok Megintiri… dei Falkenbach; Blood On Ice dei Bathory; Dragons of the North e Odin Owns Ye All (nonché all’illuminate intermezzo di Far Far North) dei qui trattandi Einherjer.

Forse vi sareste aspettati almeno una menzione dei pur sempre degni Mithotyn, dei Finntroll o di qualche altro nome più famoso che a paragone dei su menzionati definitivi capolavori non ha prodotto che tentativi, per quanto ben riusciti. Ma andiamo con ordine. L’attitudine viking è, per definizione, una cosa seria, molto seria, della quale non conviene farsi beffe. Dato questo come assunto di base, si dia anche quest’altro: non basta inserire rumori di martelli che battono sulle incudini o orientare il song writing intorno alle gesta di Erik il Rosso e affiliati per raggiungere lo status. C’è bisogno di un qualcosa di immateriale che afferisce alla sfera delle emozioni. 

Scoprii gli Einherjer proprio grazie a questa rivista allorquando Odin Owns Ye All fu elevato a top album o, se sto ricordando male, comunque trattato con grande rispetto. Fui grato di quel consiglio poiché da allora quei quattro ragazzi divennero per me un importante punto di riferimento musicale. Senza volersi imbrodare in esagerazioni da scribacchino, ricordo che quando sopravveniva la noia per qualsiasi cosa già sentita il loro riascolto mi elargiva un senso di soddisfazione e pienezza. Come dopo aver mangiato. E così, il riempirsi la testa e le orecchie dei cori di Blood On Ice o dei Falkenbach era salutare e benvenuto come tornare a casa dopo un lungo viaggio. Per questo, immedesimandomi in un me stesso più giovane che si trovi oggi a leggere queste righe, avverto la responsabilità di dare il giusto peso alle parole.

È un peccato. Peccato che Norrøn sia stato congegnato per divenire un full-length e non un mini, come quel gioiello di Far Far North ad esempio. Peccato che questo album di 40’ circa non meriti di essere ascoltato che per una frazione di esso. Peccato che questo ritorno, dopo anni di scioglimento, debba essere ricordato come una vittoria a metà. Peccato che delle sei tracce, dunque, tre siano totalmente insulse, piene di maledetto auto citazionismo e di insensate sperimentazioni. Ma l’altra metà, ragazzi miei, è qualcosa di cui nessuno dovrebbe privarsi coscientemente. Varden Brenne, Atter På Malmtings Blodige Voll, Balladen Om Bifrost sono gli ultimi tre brani, degni della vostra considerazione: cori potenti ed interminabili, strutture semplici ed efficaci, brani dalla memorizzazione immediata (caratteristica che per me rappresenta sempre un valore positivo), il tutto scandito dal lento, ritmato, incedente, caro vecchio passo di guerra vichingo. L’ultima traccia “La ballata intorno al Bifrost”, traboccante di influenze bathoriane e carica di un pesante retroterra mitologico, possiede in sé quell’ingrediente nascosto ed intangibile la cui forza evocativa mi riporta alla mente una calzante citazione di Arturo Pérez-Reverte, perfetta per una conclusione: <<L’arcobaleno è un ponte che va dalla terra al cielo. Cadrà in pezzi alla fine del mondo, dopo che il Diavolo lo avrà attraversato a cavallo>>. (Charles)

7 commenti leave one →
  1. 21 settembre 2011 13:07

    vorrei lodare la multietnicità di Charles: va in “giro” con l’avatar di Leonida, fa epurazioni talebane ed ascolta dischi con interminabili cori su Odino&co.

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  2. SGUbbo permalink
    24 settembre 2011 10:45

    E’ un po’ capriccioso restringere il viking ai soli Bathory, Falchenbach ed Einherjer. Vero che il “genere” denota un’attitudine precisa ma questa ben può essere espressa prescindendo da standard melodici predefinti, sì da “mischiare pezzi di black, tranci di folk e spruzzate di epic”. Con questa impostazione talebana si escludono dal viking capisaldi come Windir, Enslaved, Thyrfing, Isengard etc.

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