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VOIVOD // MAGGOT HEART @Cracovia, 10.09.2018

15 settembre 2018

Sarà la quinta volta in tre anni che li vado a vedere, eppure i Voivod non stancano mai. I venti lettori che ci seguono sanno bene che qua in redazione “il debole per i Voivod” è condizione comune che probabilmente ci spingerà pure a non considerare con la dovuta obiettività l’incombente The Wake, le due anticipazioni del quale, Obsolete Beings e soprattutto Always Moving, spaccano senza riserve. La seconda soprattutto ha un bel riffone thrash interrotto da break melodici e progressivi che suonano nella mia immaginazione esattamente come dovrebbe suonare un rapimento alieno con il proverbiale “risucchio” della vittima dal cielo dove l’oggetto volante non identificato staziona emanando luci intermittenti.

L’artwork è pazzesco come sempre e mi fa pensare che la fornitura botanica dell’amico Away, sempre disponibile ad un abbraccio e ad una chiaccherata piacevole nel dopo-show, vada migliorando di anno in anno. Insomma, gli elementi tipici per una classica uscita alla Voivod ci sono tutti, e anche se Blacky non c’è più ed è sempre stato parte importante del processo compositivo, continuo a dire che l’aver trovato Daniel Mongrain è stata una vera e propria benedizione per i quebecois. E si sente.

Il curiosare tra il nuovo merchandise, ogni volta più fico di quello precedente, si conclude con l’acquisto della maglia con la copertina dell’album nuovo, veramente horror/psichedelica. Trovo anche una ristampa del mitico To the Depths, in Degradation degli americani Infester, meteora di un tempo di precursori del death metal brutale come lo conosciamo oggi, ovvero con grugniti da lavandino, riff a tratti iper-rallentati e groove a manetta. Insomma, roba che ha precorso il materiale che oggi è piuttosto comune nei roster delle etichette specializzate e che suona esattamente TUTTO come questo o quell’album dei Suffocation, Cannibal Corpse o Broken Hope. Ricordo le stroncature al tempo e questo è esattamente il fattore che, con la lacrimuccia nostalgica, mi porta a comprarne una copia oggi. Guardo il retro è vedo che non è griffato Moribund Rec. così chiedo al gentile signore dietro il banchetto che cosa stracazzo ci facesse quella perla in mezzo agli altri dischi in vendita, visto che intorno vedo solo gli album della band di apertura, un’anacronistico ensemble di riot grrrrrls dal moniker di Maggot Heart, che sento nominare oggi per la prima volta. Mi risponde che la sua etichetta lo ha ristampato ed essendo lui là appositamente per fare promozione alle suddette, ovviamente lo vendeva assieme agli altri suoi prodotti. Chapeau per il palato raffinato. 

Le Maggot Heart, dicevo. Carine (in tutti i sensi, a parte il villoso batterista) e con un certo livello di attitudine, ma, come già accennato, fuori tempo massimo, visto che sta cosa delle riot grrrrls andava di moda negli anni novanta. Infatti suonano più o meno come le Babes in Toyland e le L7, che non è necessariamente un male, sia chiaro. Poi avvicinandomi al palco non posso non restare ammaliato dalla chitarrista brunetta, veramente bellina. Ogni volta che vedo eventi di questo tipo scatta automatico il paragone tra il pubblico italiano e quello del resto d’Europa, con il pubblico nostrano che credo sia l’unico a giungere ogni volta, immancabilmente, le mani a triangolo quando c’e un membro femminile in un gruppo che si esibisce. Vi prego di farmi sapere se, nel mentre, il Boldrinismo ha portato qualche cambiamento in tal senso.

Comunque, archiviata l’esibizione delle bonazze, ecco che arriva il nostro main event, e noto che la scaletta è leggermente cambiata e pesca in egual misura dalle loro cose più progressive (le immancabili gemme da Dimension Hatross e dal bell’ep Post Society), alternative (The Lost Machine, The Prow) e thrashettone (la classica Order of the Blackguards, Overreaction e udite udite, Ravenous Medicine). E ovviamente propone i due nuovi pezzi finora svelati dal nuovo album e di cui parlavo in apertura, i quali hanno proprio un bel tiro in sede live.

Capture

Rivedere i Voivod ogni volta è come stare in famiglia. Mi godo il momento tutto d’un fiato e vorrei che suonassero tre ore invece della solita ora e un quarto. Ma d’altronde son tutte cose abbastanza ovvie da dire quando si parla di gente di questo livello e lo potrete constatare presto anche voi in occasione della ormai prossima calata italica dei nostri.

Grandissima scaletta e grandissimo concerto, dunque, come gli ho sempre visto fare. Alla sesta Pilsner Urquell decido di smettere, visto che il giorno dopo c’ho certi cazzi da smazzare al lavoro e le cose potrebbero tranquillamente evolversi in una escalation pericolosa. Però becco Away che esce dal backstage e mi faccio autografare il mio 7” come un fanboy qualsiasi, che è cosa buona da fare con un gruppo che non è mai stato osannato quanto doveva e che in un mondo più giusto suonerebbe davanti a migliaia e migliaia di spettatori ogni santo giorno, invece di averne poche centinaia scarse (pochi ma buonissimi), che gli urlano napierdalać da tutte le parti (istigati da Snake stesso, c’è da dire, che lo avrà sentito il giorno prima a Varsavia).

E niente, Dobranoc! (Piero Tola)

Scaletta:

Post Society
Psychic Vacuum
Ravenous Medicine
Obsolete Beings
Technocratic Manipulators
Fall
The Prow
Always Moving
Order of the Blackguards
The Lost Machine
Voivod
Overreaction

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