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W la foca: RIOT V – Armor of Light

24 maggio 2018

I Riot sono, insieme ai Voivod, uno dei gruppi heavy metal con la proporzione diretta più clamorosa tra meriti artistici e sadico accanimento del destino cinico e baro, accanimento culminato in entrambi i casi con la morte prematura del chitarrista e compositore principale seguita da una reunion improbabile ma riuscita contro ogni presupposto. Agli statunitensi, forse, andò ancora peggio che ai canadesi, i quali a metà anni ’90, con l’innesto di Eric Forrest, vissero quantomeno una seconda giovinezza, per quanto di breve respiro (nel ’98 il nuovo frontman rimase gravemente ferito in un incidente con il tour bus in Germania, sempre perché la dea bendata li ha molto a cuore). Nel frattempo i poveri Riot, pur pubblicando album della madonna come The Brethren of the Long House e Inishmore, erano stati del tutto dimenticati, vendendo pressoché solo in Giappone. Nemmeno il successivo ritorno di fiamma per il metal classico dovuto al boom del power aiutò il gruppo a conquistare almeno un pezzetto di quell’affermazione commerciale alla quale il leader Mark Reale aveva sempre agognato invano. Sons of Society, classe ’99, era bellissimo ma non se lo filò quasi nessuno. Altri tre dischi e Mark lasciò, nel 2012, questa valle di lacrime, dopo aver rimesso in piedi la formazione di Thundersteel. La saga di una delle più grandi e sfortunate band della storia dell’heavy metal sembrava finita per sempre. C’è chi sostiene che a portare sfiga fosse Johnny, il simpatico uomo-foca che appare su buona parte delle loro copertine, considerato la mascotte più tremenda da quando l’uomo ha inventato il metallo. Non diciamo cazzate, Johnny è bellissimo. Soprattutto da quando ha iniziato ad andare in palestra.

Sicché l’altro chitarrista Mike Flyntz e il bassista Don Van Stavern decisero di tenere la baracca in piedi aggiungendo, per rispetto nei confronti del caro estinto, una “V” al moniker originale. Alla batteria esce Bobby Jarzombeck, che si installa dietro le pelli dei Fates Warning, ed entra Frank Gilchriest dei Virgin Steele; al posto di Reale arriva il pressoché sconosciuto Nick Lee e al microfono, nel difficile ruolo di sostituto di Tony Moore, viene arruolata una delle migliori ugole sulla piazza: lo straordinario Todd Michael Hall, già visto all’opera con i Burning Starr di Jack Starr. Unleash the Fire esce nel 2014 e, considerando pure le naturali perplessità che si potevano nutrire per l’operazione, è semplicemente fantastico, uno dei migliori dischi di metal classico usciti dagli Usa dall’inizio del nuovo millennio. Li vedrò sul palco con questa line-up due volte: la prima al Rock Fest di Barcellona, la seconda a Roma, in un Jailbreak gremito e adorante. Fu quest’ultimo un concerto davvero mostruoso: un Gilchriest caricato a pallettoni e un Todd Michael Hall quasi sovrannaturale (Charles parlò di una delle migliori prestazioni vocali che avesse mai visto dal vivo e mi sentirei di confermare). Era quindi legittimo che le mie aspettative per questo Armor of Light fossero altine. Sono state rispettate? Così così.

Sarà per il confronto un po’ improbo con il predecessore, il primo approccio non è stato troppo positivo. In seguito, Armor of Light finisce per crescere parecchio con gli ascolti ma, senza starci a girare troppo intorno, ha meno pezzi. Non necessariamente perché manchino i picchi di Unleash the Fire (Metal Warrior era una di quelle canzoni che ti fanno venire voglia di andare in giro con l’ascia bipenne a falciare le teste dei nemici del vero metal), ché qua uno se ne poteva pure fare una ragione. L’ispirazione è inferiore a livello generale: i ritornelli sono meno memorabili, le chitarre meno ficcanti, le ritmiche meno scapocciose, pur fatte salve le eccelse doti tecniche dei singoli. Sia chiaro, a fine anno Armor of Light sarà molto probabilmente rimasto il mio album di metal classico preferito del 2018, Firepower a parte, ma dopo un’attesa di quattro anni attendersi qualcosina in più era lecito.

Volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, il disco regge benissimo per tutto l’ipotetico lato A. Superato lo spiazzamento iniziale, legato anche a una produzione e delle sonorità un po’ meno nostalgiche, End of the World, i singoli Victory e Heart of a Lion e pure l’hardrockeggiante San Antonio, che in un primo momento non mi aveva convinto troppo, meritano tutte di entrare nella scaletta del prossimo tour, che ovviamente attendo con ansia. Ogni tanto – ed è forse il difetto principale – c’è però la sgradevole sensazione che i Riot V finiscano per fare il verso ai loro stessi moderni discepoli. La sparatissima Messiah è un powerone bombardone piuttosto convenzionale e il coro dello stacco dell’altrimenti ottima Angel’s Thunder, Devil’s Reign è preso pari pari da The Metal Age degli Hammerfall. Ma forse sono io che sto spaccando il pelo in quattro, va bene anche così: li aspetto sul palco e starò sotto in prima fila. (Ciccio Russo)

3 commenti leave one →
  1. 24 maggio 2018 09:49

    Come dici, manca il pezzone spaccadisco, come la già citata Metal Warrior, ma pure Still Your Man da Immortal Soul (sarà un caso, ma in entrambe compare la mitologica figura di Johnny). Il disco resta comunque godibile, al netto di un calo d’ispirazione piuttosto evidente in una traccia come Messiah, che spaccherà pure tutto a 300 all’ora, ma ha il riff che è paro paro quello di Thundersteel. A ‘sto giro poi farò di tutto per beccarli dal vivo

    Ps. ‘sto pezzo…

    Ride on with strength and will
    Raise up your blackened shield
    Fly high on your wings of steel
    Shine on metal warrior

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  2. 24 maggio 2018 10:12

    I Riot V sono uno di quei gruppi che potrebbero anche andare avanti sull’andazzo dei dischi “Bene ma non benissimo”, ma come per altri sfigatoni del metallo penso che gli vorrei bene lo stesso. Comunque sogno un tour con loro e i Visigoth.

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  3. weareblind permalink
    24 maggio 2018 19:15

    A me pare una colata di metallo bollente rinfrescante. Sotto ora, e avanti tutta.

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