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Avere vent’anni: VOIVOD – Phobos

29 agosto 2017

Ciccio Russo: Non solo la reincarnazione dei Voivod con Eric Forrest a fianco di Piggy e Away aveva ancora tanto da dire quando l’esperienza si interruppe traumaticamente per lasciare spazio, anni dopo, allo scialbo album della reunion con Snake. La formazione di Phobos, se avesse resistito ancora un po’, si sarebbe ritrovata al posto giusto al momento giusto. Mancava poco all’esplosione commerciale del post-hc metallizzato, un genere che all’epoca stava consolidando la propria identità e con il quale Denis d’Amour e Michel Langevin, avendo un retroterra non dissimile, si ritrovarono, in quel preciso istante, in irripetibile sintonia. Nel ’99 faranno, con questa line-up, un tour di spalla a dei Neurosis ai massimi storici. Qualcosa avrà voluto dire. Li vidi a Roma e fu sublime. Una scaletta che andava da The Prow a Nanoman. Che ve lo dico a fare.

Il disco della resurrezione, Negatron, tralasciando le sperimentazioni industrial, è soprattutto thrash moderno graziato dal genio insopprimibile dei canadesi volanti. Phobos va molto oltre. A ritrovare una nuova identità – più brutale, psicotica e ossessiva – non è solo la componente thrash/hardcore ma anche quella progressive. Lo stacco centrale della bellissima The Tower è space rock puro. Poi c’è Neutrino che pare scritta ieri. L’attacco di Quantum che è sludge ante litteram. Forse preferisco Negatron, ha più pezzi. Ma Phobos è talmente enorme che verrebbe considerato “originalissimo”, “sorprendente” e “innovativo” pure se uscisse nel 2020.

Marco Belardi: Mi sono imbattuto nei Voivod quando ancora conoscevo quattro o cinque gruppi metal. Furono proprio fra i primi: a introdurmi nel loro mondo, Insect. Un pezzo pesante, complicato per un ragazzino che fino a pochi anni prima masticava poco più che i Litfiba, e non proprio appartenente a un bell’album. Negatron -infatti- ritengo faccia parte di quella trilogia di dischi in cui Denis D’Amour provò in tutti i modi a cambiare rotta, prima donando una maggiore linearità alle canzoni con Angel Rat, poi affinando la profondità dei suoni in The Outer Limits, infine sbroccando di brutto e, – con un nuovo cantante, Eric Forrest – abbandonandosi al richiamo del sound pesante e infarcito di riffoni stoppati a cui era praticamente impossibile resistere negli anni ’90. Appunto, Negatron. Non rinnego quei tre dischi, anzi aggiungo che mi hanno consegnato tre delle più belle canzoni di sempre della band canadese (Panorama, The Nile Song e Insect).

Ma li preferisco sotto un’altra forma. In precedenza, eccezion fatta per i punti di rottura che furono Killing Technology e appunto Angel Rat, ogni nuova uscita dei Voivod era il naturale proseguimento di un discorso in cui c’erano sempre piccole ma significative novità. Certo, Killing Technology ruppe fortemente gli indugi, perché presentò una band completamente rinnovata e devota ad un techno-thrash sostanzialmente maturo. Nulla a che fare con quelli di Korgull, The Exterminator o dell’omonima canzone Voivod. Eppure era passato così poco tempo, e gli interpreti erano i soliti quattro. Angel Rat invece andò a stroncare la perfetta forma del suono-Voivod, quella di Nothingface.

Phobos, vent’anni fa non ha fatto niente di tutto questo: è stato ridato ampio spazio alla psichedelia, con una tracklist che varia dalla velocità punk di Mercury a pezzi fatti per colpire all’istante come la pesante Rise e il classico Forlorn, passando per le schizzate Bacteria e Neutrino, lunghe e in lento crescendo. C’è il progressive (cover finale dei King Crimson inclusa), ci sono i richiami al thrash, il suono dominato dai toni bassi e con la batteria ovattata ma assolutamente presente, e c’è tutto il resto; senza che Phobos assomigli davvero a niente che la band avesse già fatto in passato. C’è perfino Jason Newsted, in un cameo che anticiperà il suo pur temporaneo ingresso in formazione.

In definitiva uno dei miei tre dischi preferiti della band canadese (a pari merito con Killing Technology e Nothingface, tutti quanti un gradino sopra al grande Dimension Hatross), a differenza degli altri l’unico capace di piacermi da subito e restarmi nel cuore, senza alcun cambio di opinione, per due decadi. Un cenno di nota per Eric Forrest, vocalist capace di passare con efficacia dal punk spesso omaggiato dal celebre Denis Belanger a stili più aggressivi, la cui carriera verrà rallentata da un incidente in moto e dalla eccessiva, non trascurabile somiglianza del nome con quello di un noto personaggio di Beautiful. Riprenderà nei primi anni duemila con gli E-Force, ma ovviamente non sarà la stessa cosa.

Trainspotting: Comprai Phobos appena uscì, convinto dalle entusiastiche recensioni lette ovunque. Ero da poco entrato nel fantastico mondo del metallo, e mi sentivo frastornato dai mille stimoli che recepivo, tipo Jean-Baptiste Grenouille per la prima volta in un negozio di profumi. Phobos non mi aiutò minimamente ad orientarmi, anzi probabilmente mi confuse le idee ancora di più, perché non avevo mai sentito nulla di paragonabile. Continuavo ad ascoltarlo, sia perché mi piaceva tantissimo sia perché cercavo di etichettarlo in qualche modo che mi fosse familiare. Vent’anni dopo, non riesco ancora ad inquadrarlo. Purtroppo Phobos ha compromesso il mio rapporto coi Voivod, che non ho mai davvero approfondito quanto avrebbero meritato, perché mi ha creato uno stupido blocco mentale secondo cui il gruppo quebecchese è difficile e cervellotico; il che sarà pure vero, ma allo stesso modo ciò è vero pure per altre band che, al contrario, non ho mai avuto difficoltà ad apprezzare appieno. L’unica cosa che mi sento di dire con sicurezza, però, è che l’esplosione del post-core a metà anni duemila deve moltissimo ad un album come questo.

One Comment leave one →
  1. 29 agosto 2017 14:24

    Vi amo, moltissimo… Ma amo più i Voivod, autentico feticcio.
    Grazie per questa rubrica, fa piacere leggere di persone coetanee che hanno avuto esperienze simili con album che hanno segnato la mia vita (ed evidentemente anche la vostra).

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