Skip to content

Doppio report: ROSS THE BOSS // DOOM OVER BRIXIA @Colony, Brescia

11 aprile 2017

Siccome noi siamo gente serissima, abbiamo deciso di spararci una doppietta della morte per celebrare l’idillio della primavera; del resto, se per l’occasione non esce un disco nuovo dei Saurom, in qualche modo bisogna festeggiare. Non avevamo comunque molte alternative, perché a meno di catastrofi naturali tu non puoi rinunciare a un concerto di Ross The Boss che ti fa solo pezzi dei Manowar, né ai Candlemass.

La prima serata è un tributo al metallo, a noi stessi e alla fortuna che abbiamo ad essere quel che siamo. Non avevo mai incrociato gli ANCILLOTTI dal vivo, nonostante abbia un vago ricordo di una esibizione dei Bud Tribe di qualche secolo fa, mi pare ad un Gods of Metal. Loro sono il gruppo di Bud Ancillotti, storica voce di Strana Officina e appunto Bud Tribe, insieme al fratello Sandro al basso e il figlio Brian alla batteria; e ciò che suonano è diretto discendente di quell’età ingenua e pioneristica del metal italiano, quando ci si muoveva in territori così inesplorati da rendere complicato l’incasellamento in uno o più generi specifici. Heavy metal, questo basti: i quattro pratesi sparano un fuoco di fila di dieci pezzi, tutti tratti dai due dischi a nome Ancillotti, e riscaldano i (non troppi) cuori impavidi che si sono spinti fino alla zona industriale di Brescia per guadagnarsi un posto nel Valhalla. Aiutati da un suono potente e preciso, con le varie Burn Witch Burn e The Beast is Rising guadagnano nel poco tempo a disposizione il favore del pubblico, anche di chi sperava in qualche vecchio pezzo della Strana Officina. Grinta, purezza di cuore e cazzimma: non perdeteveli se passano dalle vostre parti.

Per ROSS THE BOSS il cambio palco è stato breve, molto breve. Il tempo di prendere una birra e già sento l’inconfondibile tocco di Rhino sul charleston. Urlo: “RHINO!”, e lo urlerò per tutta la sera. Ho sempre pensato che il mastodontico batterista abbia rappresentato una specie di “porta scorrevole” nella carriera dei Manowar: se lo avessero tenuto dopo Triumph of Steel ci avrebbero guadagnato sotto tutti gli aspetti; rimane la simpatia umana per il compianto Scott Columbus, ma Rhino è di gran lunga il miglior batterista che i Manowar abbiano mai avuto, e probabilmente sarebbe stato perfetto per la seconda parte della loro carriera. Vederlo al fianco di Ross The Boss è una consolazione purtroppo mitigata dal fatto che non sono stati estratti pezzi da Triumph of Steel ma solo dai dischi con Ross presente in formazione, e cioè fino a Kings of Metal. L’apertura è proprio affidata a Blood of the Kings, rigorosamente in versione originale; e, per sincerità intellettuale, devo confessare che l’inizio dell’esibizione non è stato dei migliori. Forse perché eravamo reduci dal preciso fuoco di sbarramento degli Ancillotti, ma ci è sembrato che Ross e compagnia sembrassero quasi voler semplicemente timbrare il cartellino; anche perché ok Ross, ok Rhino, ok il bassista dei Symphony X Mike LePond, ma il cantante chi cazzo è? Lo chiedo anche a voce alta, e la gente ride. Perché, o amici dell’acciaio, convenite con me che rifare i pezzi dei Manowar è una cosa seria, ma cercare di riprodurre il timbro di Eric Adams è ai limiti della blasfemia. 

RHINO!

Fortunatamente la band ha solo bisogno di riscaldarsi, e nel giro di tre-quattro pezzi si mette in carreggiata, complici soprattutto un netto miglioramento del suono e della voce di Marc Lopes. Ross invece è sempre ubriaco come una spugna, ma ciò non influisce sulla sua prestazione, anche perché quei pezzi li suona da trent’anni. Arriva Thor (The Powerhead) e gli dèi del metal si manifestano in mezzo a noi: con Each Dawn I Die, Gloves of Metal e Sign of the Hammer la banda di Ross si conferma finalmente in palla, fino alla fine del concerto con la doppietta micidiale Battle Hymn / Hail and Kill. Va da sé che quello che ho scritto sul concerto è ampiamente opinabile, dato che sono stato tutto il tempo a cantare a squarciagola ascoltando quindi soprattutto la mia stessa voce che latrava quegli inni immortali. Sentire quei pezzi in un piccolo locale, con Ross alla chitarra, è stata una cosa molto affascinante; anche se i Manowar non si esibiscono in posti così raccolti probabilmente dai tempi di Louder Than Hell, il tour di Into Glory Ride sarà stato suonato tutto in localini del genere; e questa sera è stato come rivivere un riflesso barlume della leggenda. Non eravamo in tanti, ma ci rivedremo tutti nel Valhalla.

E al Valhalla ho pensato intensamente durante il viaggio di ritorno, in cui ho guidato fino a Milano in una nebbia fittissima da film horror della Hammer. Non sono abituato alla nebbia e non ci avevo mai guidato dentro prima, e ci ho messo il doppio del tempo, col volume dello stereo bassissimo per sentire il rumore delle altre macchine o un’eventuale carrozza di Dracula che sembrava dovesse apparire da un momento all’altro. Un’atmosfera da regno delle tenebre padane che già mi portava con la mente al concerto del giorno dopo, il Doom Over Brixia coi Candlemass e altri aspiranti suicidi. Penso che magari gli dèi del metal potrebbero non essere felicissimi della cosa, ma in fondo anche i suicidi sono protetti da Odino, per qualche motivo, quindi per noi saranno doppi punti-Valhalla.

Entriamo mentre sta finendo di suonare L’IMPERO DELLE OMBRE, che vidi dal vivo anni fa di spalla agli Orange Goblin in un’esibizione memorabile. Purtroppo di questa serata non ho molte immagini da ricordare, ma spero che non debbano passare anni prima della prossima volta. Subito dopo attaccano gli SHORES OF NULL, che mi piacciono moltissimo e il cui unico album è stato fisso nella mia macchina per parecchio tempo. Il gruppo romano inizia a portare un po’ di Svezia nel mood depressivo della serata, e di sicuro conquista molti nuovi sostenitori. Il loro secondo cd dovrebbe uscire a breve, quindi immagino che li incrocerò spesso nei prossimi mesi; i nuovi pezzi che hanno suonato stasera (e le altre volte che ho visto gli SON negli scorsi mesi) lasciano ben sperare. Poi è il turno degli HOODED MENACE, che per la verità non avevo mai sentito nominare. Suonano un death doom inizialmente godibile, ma talmente monocorde che dopo pochi minuti ci sono decine di persone che dormono sui divani. Io non ho nulla da obiettare perché sono da sempre strenuo fautore del posizionamento tattico dei gruppi brutti nei festival, in modo da poter andare a fare la fila per le birre o collassare da qualche parte, ché non siamo più tanto giovincelli noi.

I CANDLEMASS hanno fatto un concerto meraviglioso. Non ci vuole molto, certo, perché suonano quasi solo pezzi dai primi tre dischi, e il cuore batte fortissimo durante le varie At The Gallows End, Crystal Ball e Bearer of Pain. Nulla dal quarto disco, Tales of Creation, che a questo punto consiglierei di ripassare perché è un capolavoro. In realtà i Candlemass sono uno di quei gruppi di cui mi piacciono anche gli episodi minori, quindi ho grandemente apprezzato anche i dischi degli anni novanta e duemila (da cui vengono estratti giusto Emperor of the Void e Born in a Tank). Quindi dicevamo: concerto meraviglioso. Al Colony stavolta c’è il pienone, è complicato anche spostarsi per andare in bagno, e tutti sono felici e cantano; gli unici che non sembrano divertirsi sono proprio gli svedesi, scazzatissimi dietro agli strumenti, che non sembrano così entusiasti di suonare quei pezzi per la milionesima volta in trent’anni. L’eccezione è il nuovo cantante Mats Levén, già negli Abstrakt Algebra (remoto sideproject di Leif Edling), in Facing the Animal di Malmsteen e mille altri progetti; assomiglia tantissimo ad una versione invecchiata di Chris Cornell giovane, e potrebbe essere usato in qualche pubblicità progresso per dimostrare i danni dell’eroina, del tipo “se Cornell non avesse preso droga, adesso sarebbe così invece che così”. La tripletta finale Mirror MirrorBewitchedSolitude chiude questa due giorni di passione, e sarà ricordata come una degli ultimi momenti gloriosi del Colony, che ha già annunciato che chiuderà per poi riaprire come live music pub, senza più concentrarsi sulla quantità di concerti. Noi comunque continueremo ad andare ovunque ci porterà il metallo. Ad maiora. (barg)

5 commenti leave one →
  1. John Doe permalink
    12 aprile 2017 08:55

    Ragazzi non so quante birre abbiate bevuto ma Leif al concerto non c’era proprio, c’era un turnista a caso…

    Mi piace

    • 12 aprile 2017 19:34

      eh infatti quando ho letto sta cosa ce so rimasto dim erda che negli ultimi anni li ho visti sempre con il tizio capellone…. comunque gruppo leggendario, uno dei miei preferiti ma dal vivo so veramente tutti sempre scazzati a mille, almeno da quando c’è Leven. gli anni prima ancora sembrava si divertissero con Marcoline prima e Lowe dopo

      Mi piace

  2. 12 aprile 2017 21:12

    Ma poi siamo sicuri che i pezzi dei Manowar Ross li suoni da trent’anni? Ha fatto di tutto nel frattempo…
    Il cantante carneade mi ha trattenuto dal presenziare, ma sono false e non faccio testo. Magari ci si vede al Colony Open Air?

    Mi piace

  3. Il_Cimi permalink
    18 aprile 2017 09:38

    Presente al concerto di Ross The Boss.
    Bel concerto, peccato per la poca gente. Il cantante è stato dignitoso, migliore del primo, pessimo, cantante della band ma inferiore a quello che ha cantato fino a fine 2016 e che vocalmente era un clone del mitico Eric Adams!

    Non ho mio malgrado mai presenziato ad un concerto dei Manowar ma ho anch’io avuto l’impressione di aver vissuto un’esperienza simile a quello che poteva essere un concerto della prima fase della band, anche se secondo me la scaletta poteva essere migliore pescando più pezzi da Into Glory Ride.
    Va detto però che il vero Manowar sound è quello proposto da DeMaio + Ross perchè solo DeMaio suona il basso in quella maniera, quindi quel suono è irripetibile.

    Comunque è stato bello poter ascoltare molti dei pezzi con i quali sono cresciuto e vivere l’esperienza insieme ad altre persone, non numerose ma molto appassionate, a volte coprivano la voce del cantante tanta era la partecipazione!

    Nota: Ross ha fatto molto altro dopo i Manowar, è tornato a metà anni 2000 a suonare quei pezzi, ha sempre fatto buona musica anche se non mi piacciono le sue ultime proposte.
    Bello vederlo suonare anche con i Dictators.

    A mio avviso sembra un tipo alla mano che suonerebbe con chiunque e in qualsiasi posto, una cosa rara in questo mondo, solo con DeMaio ci sono stati problemi.

    Mi piace

  4. sergente kabukiman permalink
    19 aprile 2017 12:26

    non avete parlato dei naga, peccato perchè sono una band davvero cazzuta! continuo a non digerire il nuovo cantante dei candlemass, lontano anni luci dalla teatralità e bravura di lowe, inoltre in alcuni pezzi dal vivo mi sembra quasi faticare a trovare la giusta tonalità.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: