Avere vent’anni: febbraio 2006
MÖTLEY CRÜE – Carnival of Sins
Luca Venturini: C’è stato un periodo della mia vita di adolescente durante il quale avrei veramente dato l’anima al diavolo per essere Tommy Lee. Ma, che ci crediate o no, non era perché immaginavo che scopasse tanto, ma tanto, ma così tanto da essere stufo. No. Volevo esserlo perché lui suonava esattamente come avrei voluto suonare io. Aveva sempre un tiro pazzesco; creava sempre il groove migliore per ogni canzone; la sua pacca sul rullante era fuori dal mondo. Dal vivo, nel bel mezzo di una canzone, lanciava le bacchette in aria ad altezza siderale e le riprendeva come se niente fosse. E poi suonava nei Mötley Crüe, che avevano alcune delle canzoni più strepitose mai fatte. Questo disco dal vivo, registrato nel 2005 durante una data del tour americano della loro reunion (a seguito della pausa iniziata nel 2003), le contiene tutte, o quasi. Sia chiaro: non è un disco imperdibile, ma è ben fatto, ben suonato e assolutamente divertente, con un Vince Neil che canta pure discretamente e un redivivo Mick Mars, il chitarrista, temporaneamente in buona salute.
SADUS – Out for Blood
Marco Belardi: Quell’anno aspettavo solo due cose: che gli Slayer uscissero di nuovo con Dave Lombardo dietro le pelli, e l’album dei Sadus. Toccò prima a questi ultimi, privati di Rob Moore, ma almeno c’era Steve DiGiorgio. Pensai dovesse essere un qualcosa di eclatante, forse perché erano un paio di anni che in ambito metal non mi pareva di sentire più niente di significativo. Forse all’epoca lavoravo pure troppo e mi stavo per forza di cose perdendo qualcosa per strada. Ma c’era aria di crisi, e l’uscita dei Sadus assumeva un tono più che vitale. L’album aveva linee di basso pazzesche, come da programma, e la prima canzone, In the Name of, era pure belloccia anche se per stirata eccessivamente per le lunghe, come per accentuare il concetto che noi siamo quelli del techno-thrash. Dopodiché una discreta title-track, con l’aria dei Death di mezzo che tornava quanto meno ad affiorare, e poi una palla totale, una fatica immane, un album assolutamente da dimenticare e che infatti dimenticai un po’ subito.
BLOODTHORN – Genocide
Griffar: Autori di due dischi a dir poco stupendi di symphonic black metal norvegese tra il 1997 e il 1999, i Bloodthorn rivoluzionarono il loro stile con il terzo Under the Reign of Terror (2001), ciò dovuto all’allontanamento, avvenuto non senza polemiche e reciproche accuse, del tastierista Geir Michael, cioè il curatore di tutti gli arrangiamenti che trasformavano le idee oltranziste dei fondatori Tom e Krell in qualcosa di unico. Con lui se ne andò anche la cantante femminile, che è stata la prima a farmi ricredere sul fatto che le voci femminili nel black ci stavano come i cavoli a merenda. Non nei Bloodthorn. Rimase dunque solo l’oltranzismo e i Bloodthorn diventarono uno dei tanti gruppi che picchiavano duro e basta, talvolta adattando alla bisogna schemi retro-thrash, più spesso dirigendosi all-in verso la distruzione totale. Siamo ora giunti nel 2006, non fa più parte del gruppo neanche Tom ed esce l’ultimo episodio della loro non enorme discografia; Genocide si sposta verso un blackened death metal che in 9 tracce e 43 minuti aspira con buone probabilità di successo all’ammissione nel ristretto circolo di “album black metal più violenti di sempre”. Marasma e crudeltà la fanno da padroni e soddisferanno chi si abbevera quotidianamente alla fonte della violenza più efferata, e dei Bloodthorn dei primi due maestosi album non rimane che il moniker. Il disco parte, inizia a massacrare, termina massacrando e spesso neanche ci si accorge che è cambiato brano. Solo per appassionati, i Bloodthorn orchestrali e sinfonici erano di un altro pianeta. Si sciolsero nel 2011, un paio di membri oggi suonano nei Whoredom Rife.
MAJESTY – Hellforces
Barg: Avevamo già parlato dei Majesty, l’ultima volta a proposito del ventennale di Sword & Sorcery, un commovente omaggio ai Manowar con tanto di ospitata di Ross The Boss. Ora siamo arrivati a celebrare il quarto album, questo Hellforces, che purtroppo non è ai livelli del succitato disco per svariate ragioni. Innanzitutto ha molto meno impatto, ricercando la melodia spesso in modi troppo insistiti; poi ha una produzione piuttosto fuori fuoco, troppo fredda e meccanica, che sembra una versione più piatta delle produzioni di Piet Sielck: qui il responsabile è Stefan Kaufmann, storico batterista sempre al fianco di Udo Dirkschneider (qui anche ospite in un pezzo) dai tempi di I’m a Rebel fino alle sue ultime incarnazioni soliste; infine mancano le canzoni, a parte qualche lodevole eccezione come Sons of a New Millennium e soprattutto la powerona Guardians of the Dragongrail. In generale Hellforces è uno dei dischi meno riusciti della band tedesca, che fortunatamente in futuro avrebbe fatto molto meglio di così.
ABORYM – Generator
Marco Belardi: Fin qui fu tutto un ripetersi di alti e bassi: un primo album semplicemente bellissimo, seguito da un Fire Walk With Us sì ambizioso eppur non all’altezza del suo predecessore, poi il terzo, With no Human Intervention, bello praticamente da cima a fondo, mai imprescindibile, ma sempre sul pezzo. Generator fu il secondo mezzo passo falso degli Aborym, sebbene fossero ancora sulla carta sé stessi, e soprattutto, in grado di proporre una musica coerente e interessante. La loro line-up classica aveva vistosamente cominciato a sgretolarsi. Bard Eithun alla batteria fu il colpo ad effetto per assicurarsi di avere i riflettori ancora una volta puntati addosso, e paradossalmente, e contrariamente a qualsiasi pronostico, rimase in formazione per un decennio buono. In una formazione oramai internazionalizzata piazzarono lì pure il cantante dei Mysticum, al posto di Attila Csihar. Generator non era affatto male, ma non valeva la metà del suo predecessore, dopodiché persero anche Nysrok.
KATATONIA – My Twin
Michele Romani: Non mi dilungherò più di tanto su questo Ep dei Katatonia, che non è altro che l’anticipazione di quello che ancora oggi è il loro maggiore successo commerciale, vale a dire The Great Cold Distance. Ci troviamo di fronte a due versioni del singolo My Twin che resta, da qualunque lato lo si voglia vedere, un pezzo parecchio bello, anche se la Opium Dub Version non aggiunge né toglie nulla al brano originale. Gli altri due pezzi sono la mediocre Displaced (che dai suoni sembra una sorta di scarto di Tonight’s Decision) e la decisamente migliore Dissolving Bonds. Ci si riaggiorna per il ventennale di The Great Cold Distance, anche se credo se ne occuperà l’esimio collega L’Azzeccagarbugli, a cui di sicuro piace più che a me.
TRUPPENSTURM – st
Griffar: Antipasto di quello che saranno i futuri macelli, l’esordio omonimo dei tedeschi Truppensturm è uscito in formato 7 pollici e contiene cinque brani, cosa che dovrebbe farvene immaginare la durata media. La loro formula è semplice: prendere Panzer Division Marduk, elevarne al quadrato velocità e violenza, scrivere tracce semplici semplici, elementari, infischiarsene di melodie, armonie, tecnica strumentale, arrangiamenti eccetera e voilà, ecco servito sul piatto uno dei progetti war black metal più aggressivo, prepotente e brutale di sempre. Il full length dell’anno dopo (Fields of Devastations, nientemeno) se possibile è più violento e minimale ancora (9 pezzi, 23 minuti). Ci fu un certo seppur minimo alleviamento della furia cieca e inconsulta con il secondo album Salute to the Iron Emperors (2010), il quale si limita a metterci una granata nelle mutande per smembrarci alla svelta anziché gettarci vivi in un tritacarne e farci fuori lentamente. Vanno bene per chi apprezza il war black senza menarsela troppo se i pezzi si assomigliano tutti e se a fine ascolto si riesce finalmente a respirare di nuovo. Dopo uno split nel 2014, nel quale si cimentarono persino in una cover degli Absu (The thrice is greatest to Ninnigal) della band si sono perse le tracce.
ELDRITCH – Neighbourhell
Marco Belardi: Credo che Portrait of the Abyss Within li avesse rimessi perfettamente in carreggiata, restituendo ai fan degli Eldritch ciò che questi ultimi desideravano ascoltare da loro. Non ho mai schifato Reverse, anzi, la sua title-track la ricordo una canzone dal tiro magnifico. Però gli Eldritch erano sostanzialmente questi, con un pizzico di modernità, e col loro riconoscibile timbro marchiato dappertutto. In quel periodo si continuava casomai a percepire un’assenza, quella del loro tastierista di punta Oleg Smirnoff. E infatti adesso che è tornato stanno facendo cose bellissime. Neighbour Hell riproponeva l’energia di El Niño con un suono ricco di dinamiche, una batteria di Dave Simeone con un suono praticamente live e qualche passaggio sfacciatamente moderno, come Save Me. Un album dunque molto vario, una sorta di riassunto di tutto quel che s’era combinato sinora, tranne forse l’elemento squisitamente prog metal. Lo trovai un piccolo passo indietro all’epoca. Riascoltato adesso qualche pallottola in canna ce l’ha eccome, e i riff ai limiti del thrash di Eugene Simone, come ad esempio in Bless me Now – bellissima pure in fase solista, con quel riffone quasi crucco in sottofondo – tirano giù tutto quanto a distanza di vent’anni.
DECAPITATED – Organic Hallucinosis
Luca Venturini: I Decapitated mi sono sempre sembrati i classici bambini prodigio che vengono rovinati dalle lusinghe e dalle pressioni degli adulti. Non che si siano persi in un mare di droga o in comportamenti autodistruttivi, ma non posso fare a meno di notare la differenza che passa tra l’esordio Winds of Creation e qualsiasi album successivo della loro discografia. Winds of Creation suona vivo, espressivo, sfacciato, libero. Tutti gli altri dischi suonano quadrati, studiati, imbrigliati, castrati. Esattamente come un giovane che entra nel mondo del lavoro, il quale deve adattarsi e cambiare radicalmente il suo stile di vita. Ma in Nihility e in The Negation qualcosa di quella vitalità è ancora presente. Con Organic Hallucinosis i Decapitated si vogliono dare un tono acido e industrial, che non sarebbe neanche male se non avesse la sfiga di essere cantato da tale Covan, assunto dopo l’abbandono dell’ottimo Sauron. Covan non ce la fa, è un Jens Kidman spompo. Il risultato finisce così per essere affossato proprio dal cantato e diventa una sorta di album che non sa cosa vuole essere: se un disco dei Decapitated che fanno i Decapitated, ovvero una band che ha dimostrato di saper dare nuova linfa al death metal, o un disco dei Decapitated che fanno i Meshuggah, ovvero scimmiottare uno stile che non è nelle loro corde. Questo, purtroppo, fu l’ultimo disco con il batterista Vitek, e pure con Covan, a causa dell’infausto incidente d’autobus.
RUNEMAGICK – Invocation of Magick
Barg: Avevamo parlato dei Runemagick per il ventennale dei primi album, celebrandone l’eccezionalità e deprecando il fatto che non avessero raccolto quanto meritassero. Ci siamo però distratti un attimo e ci siamo persi i ventennali di parecchi loro altri dischi, il che non era difficile dato che il gruppo svedese all’epoca andava a un ritmo decisamente elevato: dal 1997 al 2008 (data del temporaneo sciogolmento) si contano dieci full, tre EP, due split e pure un live album. Una frequenza di uscite degne di uno di quei gruppi black underground trattati da Griffar, solo che qui siamo su tutt’altre frequenze stilistiche. A tale proposito, la prolissità del gruppo di Nicklas Rudolfsson ha comportato un deciso cambio di genere, e infatti Invocation of Magick (loro nono album) dismette le influenze più classicamente black-death metal per virare su un doom death cadenzato e cantilenante, che non arriva agli estremi del funeral doom ma di sicuro non prevede più i ritmi veloci e addirittura i blast beat che caratterizzavano gli esordi. Ovviamente li si preferiva prima, e pure dimolto, però non sono malaccio neanche in questa versione.
WINTER OF SIN – Woest
Griffar: Gruppo olandese di black melodico, I Winter of Sin pubblicano nel 2006 il loro disco migliore. Woest è proprio un bell’album con grandi melodie, velocità sostenutissime e canzoni grintose riuscite benissimo, anche per via dei complicati intrecci di chitarre e degli arrangiamenti sontuosi di tastiere non banali né zuccherosi. Merito questo anche della formazione a 6 elementi (voce, basso, batteria, due chitarre, tastiere) coesa e affiatata, e ad un’ispirazione compositiva a livelli elevatissimi. Pregevole in ognuno dei nove episodi che lo costituiscono, dovete immaginarvi un black melodico paragonabile ai finlandesi Catamenia ma più aggressivo e frequentemente assai più tirato ad alte velocità. In carriera hanno pubblicato in tutto quattro album, tutti di ottimo livello, anche se ripeto: Woest è il loro apice, ed è da questo che dovreste cominciare se volete accostarvi alla loro musica. Nell’ultimo disco, Violence Reign Supreme (2014), a formazione originale oramai esplosa, ci canta nientemeno che Henri Sattler! Dati per ancora attivi, è da allora che non pubblicano nulla di nuovo.
EARTH – Live Hex; In a Large City on the North American Continent
L’Azzeccagarbugli: Parlare degli Earth in questo periodo, dopo tutto il casino accaduto in seguito alla loro mancata esibizione a Bologna, è molto divertente. Ma, ovviamente, non tratteremo l’argomento neanche con un palo di amianto lungo tre metri, concentrandoci solo sulla musica che, in questo caso, è a dir poco sublime. Personalmente reputo che ci siano tre album che definiscano il gruppo di Dylan Carlson in ogni sua fase: 2 Special Low Frequency Version, HEX: Or Printing in the Infernal Method e Primitive and Deadly. Sono tre dischi clamorosi, di cui i primi due i più importanti e il primo a dir poco seminale. Hex, però, è quello su cui ritorno con maggior frequenza e questo Live Hex amplifica le versioni in studio (il live comprende anche un inedito e un brano che sarebbe finito sull’album successivo dei Nostri), le dilata ulteriormente e rende ancor più palpabile quel senso di ineluttabile staticità che contraddistingue l’album “western” degli Earth. Insomma, un live mastodontico, da avere ad ogni costo e che non si trova sulle piattaforme streaming: se non l’avete preso all’epoca, potrebbe costarvi oggi diversi dindini.
KRISIUN – Assassination
Marco Belardi: In tempi recenti si sono ripresi e hanno pure capito che cosa serve a rendere un album non soltanto un susseguirsi di tracce, ma anche un qualcosa di ascoltabile. All’epoca erano semplicemente la più grande rottura di coglioni mai esistita sul pianeta, e me li vidi pure dal vivo, a Bologna, se non erro di spalla ai Morbid Angel. All’assolo di batteria con quei trigger spinti volevo suicidarmi.
BELENOS – Chants de Bataille
Griffar: Tolto il solo esordio Notre Amour Éternel che si ispirava evidentemente a Burzum, la band di Loïc Cellier ha sempre proposto un black metal personale decisamente ispirato e intrecciato con idee celtico/pagane più o meno folkeggianti e atmosferiche. Chants de Bataille è il quarto album, uno dei suoi migliori e più maturi artisticamente parlando, non eccessivamente lungo – non distraggano i 14 brani, Ode è una intro e altri cinque sono brevi interludi di chitarra acustica che uniscono idealmente i pezzi veri e propri – e risulta essere un po’ più aggressivo dell’usuale, anche per via dell’ottimo batterista Gilles Delecroix, che sovente spinge su alte velocità con il suo stile vario e fantasioso. L’album ha un feeling molto guerresco (come titolo esige) anche per merito delle voci di Loïc, ancora più coinvolgenti del solito, che impreziosiscono composizioni impostate su melodie ispirate e trascinanti; per certi versi in questo capitolo ricordano l’impostazione dei primi Enslaved, senza eccedere in velocità estreme come quelle di alcuni episodi di Frost tuttavia. Sebbene siano in attività da oltre trent’anni, i Belenos sono (inspiegabilmente) sempre stati un gruppo di nicchia, poco considerato dagli ascoltatori anche dopo essere passati sotto l’egida della Northern Silence che ne ha fatto uno dei gruppi di punta del suo roster; in Francia godono di grande apprezzamento, ma, al di fuori dei patrii confini, decisamente di meno. Un peccato, perché hanno scritto dischi di epic/pagan black secondi solo ai grandissimi nomi tipo Falkenbach, a mio modo di vedere spesso pure migliori. Ad oggi hanno tagliato il prestigioso traguardo dei 10 album, l’ultimo dei quali, Egor, uscito l’anno scorso.
ENOCHIAN CRESCENT – Black Church
Michele Romani: Black Church è, per quanto mi riguarda, il disco migliore pubblicato dagli Enochian Crescent, probabilmente uno dei gruppi black metal finlandesi col suono meno finlandese mi sia mai capitato di ascoltare, se escludiamo mostri sacri come gli Impaled Nazarene, che comunque hanno sempre fatto storia a sé. Il disco si compone di nove pezzi, con un black piuttosto tirato nella prima parte e più cadenzato e dalle atmosfere oscure e malate nella seconda, con retaggi death-thrash piuttosto evidenti declamati dalla singolare timbrica di Drakh Wrath, talmente stridula che a volte tende proprio al fastidioso. Di melodia in ogni caso ce n’è sempre piuttosto poca, se escludiamo episodi isolati come Ghost of Saturn, pezzo di neanche due minuti di cui è stato girato un video che vi consiglio caldamente di vedere, se ancora non l’avete fatto.
PYRAMAZE – Legend of the Bone Carver
Barg: I Pyramaze dalla Danimarca possono essere considerati una specie di supergruppo: non solo praticamente tutti i membri che si sono succeduti in formazione sono stati già impegnati in parecchi altri progetti, ma soprattutto questo è il gruppo principale di Jacob Hansen, polistrumentista, produttore e tecnico del suono presente dietro la consolle o come membro ospite in almeno un centinaio di gruppi dei generi più disparati, dagli Aborted ai Destruction passando per Fleshgod Apocalypse, Onslaught, Volbeat, Katatonia, Evergrey eccetera eccetera eccetera. Nonostante le premesse, i Pyramaze non sono niente per cui strapparsi i capelli, essendo più che altro un esercizio di stile power-prog che suona come un numero tendente all’infinito di progetti analoghi. Il loro picco sarà il disco successivo, Immortal, del 2008, che vedrà dietro al microfono nientemeno che Matthew Barlow e che, a tratti, suonerà come una versione più ripulita degli Iced Earth di inizio secolo. Questo Legend of the Bone Carver, al contrario, è apprezzabile solo dal punto di vista della tecnica strumentale; troppo poco, per quanto mi riguarda.
WOLFHETAN – Entrückung
Griffar: Se, come sospetto fortemente, tutti voi siete tra coloro che considerano Bergtatt un disco unico e irripetibile, bene: è vero, ma qualcuno che a scalare quella vetta ci è andato vicinissimo c’è, e sono i Wolfhetan, eponimo side-project del bassista di Odal, anche in Pestis, Sterbend Besungen, Surturs Lohe eccetera. Entrückung è un ispiratissimo e quasi commuovente disco d’esordio di pagan black metal come lo si suonava una volta: pura attitudine, puro sentimento, ispirazione ai massimi livelli, melodie da lacrime agli occhi e brividi continui incastonati su partiture che poi tanto leggere non sono, ma del resto anche in Bergtatt di velocità ce n’è parecchia. I brani sono solo 6, due dei quali strumentali (intro compresa), trentacinque minuti di pura goduria, di musica che a questi livelli nel pagan black non è più arrivata, soffocata da troppi effetti speciali cartooneschi di basso livello. Uscito per la piccola Irminsul Records e passato fin troppo in sordina già all’epoca, il disco è stato dimenticato ed è criminalmente sottovalutato, cosa che ai miei occhi ha dell’incredibile, ma già da tanti anni la gente si sorbisce con gioia ogni puttanata fatta dai “grandi antichi” e si perde gioielli indescrivibili solo perché non hanno il blasone. Vabbè, contenti loro. Su Discogs il CD si trova ancora a prezzi accessibili, in digitale su Bandcamp c’è.
THE SWORD – Age of Winters
Bartolo da Sassoferrato: Nel 2006, se ben ricordo, la scena stoner rock (ma anche i suoi derivati e affini) si apprestava a decollare prepotentemente. Per cominciare i Mastodon uscirono con Blood Mountain, il loro primo disco pubblicato da una major e che vedeva la partecipazione di autorità come Scott Kelly (la versione pre-scandalo abusi), Josh Homme (tra le altre cose, ospite in Colony of the Birchmen, che a mio parere è pure uno dei pezzi più fighi della band di Atlanta) e membri dei The Mars Volta. Nello stesso anno, gli Om pubblicarono Conference of the Birds, altro ottimo album di due pezzi. I Wolfmother e i Bongripper esordivano, così come i The Sword. Age of Winters, diciamolo subito, non ha niente da spartire né con il visionario ecletticismo di Blood Mountain né con la mistica di Conference of the Birds. L’esordio della band texana, infatti, deve molto di più a quel peculiare sound settantiano figlio più dei Black Sabbath che non dei Deep Purple o dei Led Zeppelin. Certo, sebbene la voce paghi un pegno piuttosto sostanzioso a Ozzy Osbourne, i suoni hanno tonalità più adatte ad accalappiare l’ascoltatore dei primi anni 2000. Sono più ciccioni, sebbene non affogati nel fuzz, e ancora piuttosto ruvidi (caratteristica che verrà ammorbidita molto negli album successivi). Non che questo sia un bene di per sé, dipende se vi piace o no. Di sicuro, a MTV piacque abbastanza da mandare i pezzi dei The Sword nelle loro rotazioni musicali. Ora, Age of Winters non si può definire un disco brutto, è un buon esordio e ascoltato oggi mi sembra invecchiato decisamente meglio di altra roba. Ma, secondo me, è un po’ troppo derivativo e dopo un paio di pezzi annoia.
KATAKLYSM – In the Arms of Devastation
Marco Belardi: Qui per la prima volta percepii i Kataklysm come un gruppo che non stava interessando più a tutti, ma che cominciava a ripetersi e a stancare i più. Qualcuno l’aveva detto sottovoce anche all’uscita di Serenity in Fire, ma non era stato particolarmente ascoltato. L’assolino alla Paradise Lost in Like Angels Weeping the Dark era godurioso, mentre i singoli erano la solita sboronata basata sulle solite e abusate melodie. Mi colpì la copertina, una figura alata gigantesca che volgeva lo sguardo al cielo in procinto di compiere un atto di proporzioni bibliche: da quell’album in poi le copertine dei Kataklysm sarebbero state tutte uguali a quella di In the Arms of Devastation, senza pietà alcuna per ognuno di noi.


















