Per tutti o per nessuno: DECAPITATED – Cancer Culture

Nell’anno duemila impartirono la Lezione: età compresa fra sedici e diciannove anni e piglio da veterani, i Decapitated cacciarono fuori un mix di assoluta perizia strumentale e quel tipico groove di scuola polacca già firma indelebile dei Vader. Soltanto che, rispetto a questi ultimi, loro erano più violenti, più tecnici, più tutto. Oltre alle coordinate geografiche, ad accomunarli alla band di Piotr era il tiro, pazzesco, specie per dei ragazzini.

In quattro lustri il gruppo di Krosno è passato dal ruolo di predestinato a quello di “band di cui frega ancora qualcosa a qualcuno perché il chitarrista s’è infognato nei Machine Head. Senza più il cantante originale né il suo rimpiazzo, per tacer di Vitek. Non perché sia morto ma perché, per essere un batterista, era melodia pura. Dall’altra parte della barricata siamo noi, oggi, a non avere tutti questi gran motivi per star loro dietro.

E insomma, a distanza di cinque anni da Anticult esce un altro album. Ironia della sorte, nel luglio 2017 entrai in questa gabbia di matti e il primo nuovo album che recensii fu Unparalleled Universe degli Origin, seguito, quattro giorni più tardi, proprio da Anticult. In piena – e torrida – primavera 2022 escono praticamente in contemporanea Origin e Decapitated, ancora a braccetto. E stavolta fanno entrambi meglio di allora. Per gli Origin ci stava, ma non ne parlerò adesso. Per i Decapitated era doveroso, visto che Anticult fu il loro peggior disco in assoluto.

La parola chiave resta groove, e da sempre, non solo nell’arco temporale in cui hanno inciso per Nuclear Blast. Il groove caratterizzò il loro violento e tecnicissimo debutto e caratterizzò Nihility, che era pieno di riffoni spezzati alla Fear Factory. Vogg è da una vita un riffmaker incredibile: se ne è accorto anche Robb Flynn, e probabilmente per questo abbiamo dovuto aspettare cinque anni per godere di un nuovo album dei Decapitated. Altrettanti ne passarono fra Organic Hallucinosis e Carnival is Forever, con di mezzo lo shock della morte di Vitek. Tornando al groove, per quanto sia il piatto forte di Cancer Culture (un titolo semplicemente meraviglioso, come sottolineava l’ottimo Tola in chat su Telegram), fa stavolta i conti con una velocità di crociera elevata. Cancer Culture non offre particolari tregue: parte su ritmi sostenutissimi, con una title-track d’ottima fattura; bissa col singolo Just a Cigarette (con annesso videoclip in cui, molto banalmente, vediamo loro che suonano: e così dev’essere); prosegue all’altezza con No Cure. Poi c’è una pausa.

L’altra canzone veloce che ha attirato la mia attenzione si colloca più avanti, si intitola Suicidal Space Programme e la definirei la migliore del lotto. Peccato sia seguita da una sorta di intermezzo, Locked, e da Hours as Battleground, che fa un po’ il verso a quei gruppi death metal moderni, fotocopia l’uno dell’altro, che hanno trasformato il genere in una roba postapocalittica in cui regnano suoni dissonanti che spaccano i coglioni come quelle sveglie dell’iPhone tutte in crescendo per non farti fare i salti sul letto alle 5:30 di mattina.

I risvolti più negativi ristagnano nelle collaborazioni. C’è Tatiana dei Jinjer, un gruppo contemporaneo che più mi sforzo d’ignorare più fa successo. Tatiana non ha niente che non vada, prima che qualcuno di voi mi faccia sfrecciare sopra casa gli F35 delle Frecce Arcobaleno. È il pezzo in cui la infilano che è un relitto. Si intitola Hello Death e intitolare una canzone Hello Death (mannaggia il signore tutta la vita, avrei aggiunto fra parentesi come in un qualunque brano dei Domine), oltre che essere un gesto del tutto mancante di buonsenso, comporta di fatto una gara in tempo reale coi Kreator a chi ne intitola una nel modo peggiore.

L’altra, a seguire in quella che poc’anzi ho definito “una pausa”, vede l’irruzione di Robb Flynn, il quale restituisce il “favore” a Vogg (tu entri nel mio gruppo, io scasso il tuo, ma poi ci si aggiusta e vi do visibilità) e compare in Iconoclast, intermezzo meno bestiale di Hello Death in cui Flynn si occupa di un passaggio pulito che sfocia nell’urlaccio finale: interessante, ma ora torna a casa a fare il podcast in cui riprendi la madre anziana. Questi due brani e la succitata Hours as Battleground conferiscono al disco un’incongrua eterogeneità: dura 37 minuti, scorre come volasse, ma la loro presenza riesce a conferirgli un non so che di sgradevole, di fuori luogo.

Per il resto nulla da aggiungere. Cancer Culture è il miglior disco dei Decapitated nell’era in cui i Decapitated non contano ormai più nulla. Eppure i tratti caratteristici son tutti lì: Vogg ha il solito talento mostruoso e la batteria, per quanto non melodiosa e geniale come quella di Vitek, macina pietre come uno schiacciasassi. È firmata James Stewart, lo stesso picchiatore dietro alle pelli degli ultimi capitoli dei Vader nonché al fianco di John Wayne ne Il Pistolero di Don Siegel. In entrambe le circostanze ha avuto il compito immane di prendere il posto d’un interprete che ci entrò nel cuore (l’altro è il compianto Doc) senza succedergli direttamente: rispetto a entrambi è più dritto, più preparato, ma anche infinitamente inferiore perché non riesco a memorizzare nessun suo passaggio di batteria. Un po’ come, per quanto possiate aver sbrodolato per l’ultimo fenomeno subentrato negli Slipknot, il suo carico d’apparente perfezione non lo rende affatto Jordison, per capirci.

La produzione, infine, è pulita e di discreta fattura. L’ho detto parlando di un disco Nuclear Blast, e penso dunque che lo segnerò sul calendario. A meno che Robb Flynn non intenda licenziare Vogg domani, in materia Decapitated ci riaggiorniamo fra almeno cinque anni. (Marco Belardi)

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