VADER – Solitude in Madness

Erano anni, non mesi ma anni, che non mi cagavo di striscio i Vader. L’ultimo disco dei polacchi che mi piacque parecchio fu Impressions in Blood, uscito nell’ormai lontano 2006. I successivi provai ad ascoltarli ma mi lasciarono addosso un senso di generale indifferenza: sparati a tremila, blast beat e sfuriate di doppia cassa ovunque e riff tirati all’inverosimile. Non fosse stato per la voce del buon Peter (riconoscibile ovunque) si sarebbero potuti confondere con moltissime delle band death metal del secondo millennio, di quando cioè la forma-canzone ha iniziato a lasciare il posto ai manierismi di chi voleva a tutti costi far sentire quante note riusciva ad infilare in una battuta nel minor tempo possibile. Ma qui parliamo dei Vader, per Dio; una delle band che, negli anni Novanta e nei primi Duemila ha fatto vedere al mondo come l’Est Europa avesse tutte le carte in regola per ritagliarsi un posto d’onore nella hall of fame del metallo della morte.

Sicuramente la dipartita di Doc è stata uno spartiacque devastante, dal quale la band ha faticato molto a riprendersi tanto era importante e personale il suo stile. Infatti gli unici due dischi dell’era “post-Doc” che ho apprezzato sono stati The Beast e il già citato Impressions, dove figurava un tale Daray (già in forze ai Masachist) il cui approccio alla batteria mi piaceva molto e che ritengo abbia donato ai due lavori che ho nominato poco sopra quel qualcosa in più che serviva ai Vader per differenziarsi e magari, in parte, per riaffermare la propria identità.

A quanto pare però i polacchi hanno una sfiga atroce quando si tratta di batteristi, avendone cambiati altre due negli ultimi anni. L’ultimo arrivato, il giovane James Stewart (il cui nome penso sia l’equivalente anglosassone dell’americano John Smith) è sicuramente un musicista talentuoso, ma suona come il 90% dei batteristi di “nuova generazione”: veloce, tecnico ma senza un briciolo di personalità. Per carità mi rendo conto che di Pete Sandoval ne nasca uno ogni mille anni però comincio a sentire la mancanza di un drumming caratteristico capace di imprimersi in testa tanto quanto i riff di chitarra, e magari anche di più.

Per fortuna Solitude in Madness gode di un songwriting più ispirato rispetto alla media dei lavori precedenti, risultando un disco non memorabile ma sicuramente gradevole e piacevole da riascoltare. Paradossalmente i frangenti in cui brilla maggiormente sono quelli dove lo stile vira verso il thrash (Emptiness, And Satan Wept e la conclusiva Bones) rispetto ai frangenti più strettamente death dove l’attenzione tende a calare lievemente. A tal proposito Solitude in Madness mi ha fatto tornare la voglia di risentire The Beast ovvero il disco in cui i Vader hanno deciso di concedersi una digressione verso il thrash (quasi interamente) con risultati che ritengo tutt’ora tra i migliori della loro discografia. A questo punto spero continuino su questa direzione, Solitude in Madness promette decisamente bene in tal senso. (Luca Bonetta)

One comment

  • Salvatore Emulo

    Non condividi per niente la sopracitata recensione, I Vader hanno sfornato un buon album!!! 🤘 🤘 Da 30 anni e passa sono una delle poche band che non cambiano direzione.. Poi the Beast può essere il tuo album preferito man il miglior della band non sono d’accordo premetto che ce lo lo amo!! A me piace tanto ed il loro sound mi di puro e sudato Death ☠ metal made in Europe!!!! Guardate cosa ce in giro nelle nuove uscite in ambito Death metal e vi accorgerete che ancora una volta ono tra i migliori in Europa 🤘🤘🤘🤘🤘🤘🤘

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