Culti dissepolti: MASACHIST.

Chi scrive ha vissuto lo scisma dei Decapitated dal cantante Wojciech “Sauron” Wasowicz come un trauma: The Negation era (e resta) tra le cose migliori accadute al death metal nell’ultimo decennio, e Sauron era LA voce del gruppo; un rantolo bestiale, portatore e generatore di furia sovrumana, eppure al tempo stesso perfettamente intellegibile e immediatamente riconoscibile. Lascia la band una volta portato a termine il secondo tour europeo nel giro di dodici mesi, nemmeno il tempo di raccogliere parte dei frutti che The Negation – che nel frattempo era esploso praticamente ovunque, rimodellando gerarchie e ridicolizzando al tempo stesso gli allora loffissimi Vader dello spompo The Beast quanto i voltagabbana Behemoth del berciante Demigod, riportando prepotentemente la Polonia sulle mappe del death metal più fiero e incompromissorio – continuava a portare. Il comunicato stampa di cinque righe parla di stress causato dalla vita on the road, rassicurandoci al contempo che la separazione è avvenuta in termini assolutamente amichevoli. Non era un elemento che si potesse rimpiazzare facilmente, e infatti così non è stato: il successivo Organic Hallucinosis, ancora più che apprezzabile sotto il profilo musicale, soffriva inevitabilmente di una sciagurata prova vocale del nuovo acquisto Adrian “Covan” Kowanek, una specie di clone subnormale (e svociato) di Jens Kidman dei Meshuggah. Ascoltare quel disco mi faceva male, tanto da lasciarlo ben presto a prendere polvere in qualche angolo particolarmente recondito della libreria di casa (dove probabilmente ancora si trova). Come poi sia andata tragicamente a finire lo sappiamo tutti. Ora i Decapitated sono di nuovo in giro, con un nuovo cantante (il terzo) e una formazione stravolta il cui unico membro originario rimane il chitarrista Waclaw “Vogg” Kieltyka. In tutto questo tempo ho continuato a chiedermi che fine avesse fatto Sauron, letteralmente scomparso dalle scene dopo il duplice split (in seguito a “problemi lavorativi e di salute” aveva abbandonato anche il side-project di death metal anti-stalinista Anal Stench). L’ho scoperto pochi mesi fa. È entrato nei Masachist.

Moniker che promette ignoranza dispensata a camionate, tanto da far sembrare il più grezzo degli scaricatori di porto di Marsiglia un laureato ad Harvard summa cum laude, logo che pare disegnato a mano da un bambino di sette anni neppure troppo abile, i Masachist nascono nel 2005 dall’incontro di Mariusz “Thrufel” Domaradzki (già nei grandi Yattering, chitarrista degli Azarath nonchè session man live per i satanici Shadows Land) con Dariusz “Daray” Brzozowski, batterista dei Vesania oltre che turnista di gran pregio con un curriculum impressionante, dai Dimmu Borgir ai Vader fino ai ‘nostri’ Faust. La fittissima agenda di Daray non gli impedisce di registrare, nell’autunno 2006, le parti di batteria per due canzoni ancora senza titolo, canzoni che diventeranno tali qualche mese più tardi grazie alla testardaggine di Thrufel il quale, oltre ad occuparsi delle linee vocali e di tutte le parti di chitarra, chiama a raccolta alcuni vecchi amici a completare l’organico, nello specifico Arkadiusz “Aro” Jablonski – chitarrista degli Shadows Land – e Filip “Heinrich” Hałucha dei Vesania al basso. Il demo, senza titolo, esce nella primavera 2007; Malicious Cleansing e Open the Wounds sono due bordate di death metal tecnico e brutale al tempo stesso, un piccolo miracolo in perfetto equilibrio tra il cieco attacco frontale e la piena consapevolezza dei propri mezzi, con testi (opera di Brezniev, il delirante paroliere degli ultimi due album degli Yattering) che parlano di guerra, odio e distruzione a far pendere la bilancia di un niente più sulla sana e rinfrancante ignoranza alla vecchia. Poi i Masachist spariscono, letteralmente, per un anno.

Ricompaiono nel maggio 2008 con un album d’esordio praticamente completato e la più gradita delle notizie: ad occuparsi delle parti vocali sarà un ritrovato Sauron, che per l’occasione dismette il tolkienesco nickname con cui era conosciuto nei Decapitated per riappropriarsi del più antico Pig, che da ora in poi è da considerarsi il suo nom de plume definitivo. Queste le parole del diretto interessato pubblicate sul sito ufficiale della band:  Mi sono reso conto di non poter vivere senza death metal – perlomeno non a lungo… Quando mi è stato offerto di prendere parte a questo misfatto chiamato Masachist non ho avuto bisogno di riflettere a lungo; i ragazzi sono tutti miei vecchi amici e fin dall’inizio non ho avuto dubbi che avrebbero tirato fuori materiale coi controcoglioni. La decisione finale è stata presa quando ho ascoltato per la prima volta i pezzi: è death metal vero, capace di racchiudere in sè la pura essenza dello stile, senza un briciolo di questa nuova merda ‘new school’ del cazzo.
Ma c’è di più: al termine di un concerto degli Immolation a Varsavia , Pig riesce a intercettare il leggendario vocalist Ross Dolan proponendogli un featuring sull’imminente album dei Masachist, ancora senza titolo. Detto, fatto: Dolan registra in un pomeriggio le parti vocali della nuova versione di Open the Wounds. Sembrerebbe tutto finalmente pronto per un decollo in grande stile, senonchè le tracce del gruppo si perdono – nuovamente – per un altro anno.

Death March Fury esce, finalmente, nell’aprile 2009 su Witching Hour. Nove pezzi per poco più di venticinque minuti di durata compressi in un digipack spartano con liriche vergate a mano in un’inquietante, filiforme (e francamente illeggibile) calligrafia da incubo tentacolare lovecraftiano, ai controlli la coppia Thrufel/Daray in grande spolvero, con Pig dietro il microfono che torna a vomitare i suoi bestiali inconfondibili latrati come se cinque anni non fossero mai trascorsi. Il disco è un capolavoro assoluto, tra le vette più alte mai toccate dal genere, capace di elevare gli standard futuri del death metal polacco a gradi impossibili da pronosticare. Cascate di riff taglienti come lame si susseguono a velocità inaudite, con efferatezza e determinazione tali da far ghiacciare il sangue nelle vene anche al più scafato dei deathster della prima guardia; sono architetture inconcepibili, mostruose, terrificanti, che spesso si dissolvono non appena sembra di essere riusciti ad afferrarne parte della grandezza: quasi tutti i pezzi sono sotto i tre minuti, con schegge impazzite di uno e quarantasei (Inborn Obedience) e uno e cinquantadue (Crush Them!!!). Eppure ognuno di essi contiene idee a sufficienza per riempire intere discografie. Il colpo di grazia viene inferto con Appearance of the Worm, minacciosa e vaticinante fin dal titolo, una belva di sei minuti che porta al livello successivo le micidiali, implacabili scansioni ritmiche dei Decapitated di Spheres of Madness e The Negation (la canzone). In ogni caso, roba per timpani ultrapreparati ma anche ingresso preferenziale per i neofiti, musica che riesce a essere al tempo stesso complicatissima e immediata, inafferrabile e irresistibile come tutti i grandi album di ogni tempo. I Masachist sono qui per restare. I Masachist sono qui per regnare.
(Matteo Cortesi)

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