Se facevamo cose assurde era anche colpa dei Domine

Non c’è niente di meglio della geografia per comprendere a fondo le sfaccettature di una scena e avvicinarti a band, a ed album, che per un motivo o per un altro avresti con buona probabilità trascurato. Come ho accennato in quel goliardico articolo sul movente che portò certi gruppi power metal a non vestirsi altrimenti, per svariati anni fui assiduo frequentatore di concerti nella mia zona, e questo, è ovvio, comportò l’assimilazione di tanto power metal. Non fu indigestione: era impossibile dire che ne avevo abbastanza, perché, sotto sotto, ne andavo un po’ fiero. Erano i miei connazionali, concittadini o mezzi vicini di casa che pian piano si facevano conoscere in tutta Europa, e a una cosa del genere si lascia la massima libertà di sfogo. Si perdona anche il loro indicibile vestiario, con sfarzose camicie e gilet lucidi abbinati alla scarpa a punta d’estrazione matrimonialista.

Assistere all’uscita di un disco e seguire la medesima band in tour fu l’altro grosso aiuto alla comprensione di quell’esplosione tanto improvvisa quanto inspiegabile. Realizzai che razza di gruppi – di razza – avessimo in Toscana in quegli anni, ma è oggi che a ripensarci ne vado definitivamente orgoglioso.

Non mancavano i gruppi estremi, sia chiaro, come nel caso di Handful of Hate e Necromass, e poi c’era questa sottospecie di scena death metal tutta sbilanciata sulla sponda tecnica e tastieristica. In particolar modo seguii i Coram Lethe sin dai loro primissimi concerti, e ben ricordo la pubblicazione del debut Reminiscence: erano ragazzi, ora festeggiano i vent’anni di carriera pure loro. Poi, oltre ai Death SS – qualcuno dirà pesaresi come direbbe che Palazzuolo sul Senio è Romagna – c’era questa scena power metal che da sotterranea divenne in breve la protagonista assoluta delle serate metal toscane. Per il sottoscritto tutto ebbe tutto inizio grazie ai Domine.

Ci sono pochi gruppi che riesco a descrivere con altrettanta difficoltà. Generalmente, quando consigli un album a una persona cacci fuori il miglior titolo e speri che vada tutto bene: nel loro caso ho sempre omesso Champion Eternal, perché, pur ritenendolo il migliore, ero sicuro che le persone non fossero pronte per approcciarsi ai Domine per mezzo di esso. Champion Eternal è quanto di più vicino all’epic metal sia mai uscito a firma dei due Paoli e di Morby, eppure è a sua volta difficilmente inquadrabile. Ho sempre ritenuto i Cirith Ungol di Paradise Lost un epic metal particolarmente pesante: Champion Eternal spostò questo mio metro di valutazione un pizzico più in là (lo acquistai per secondo, nello stesso anno d’uscita di Dragonlord) grazie alle sue chitarre graffianti e cupe, ed a riff che alternavano speed metal, vecchia scuola e qualche puntatina melodica – prendete con le pinze la mia imminente affermazione – che non avrebbe sfigurato neppure in certo metal estremo degli anni Novanta. Riascoltate quel disco e capirete cosa intendo. Per mezzo d’una descrizione del genere i Domine rassomigliano a un caparbio mescolone alla Sacred Steel (a proposito, li adoro), ma, in realtà, avevamo a che fare con uno dei gruppi di maggior personalità di tutta la scena italiana.

Ritornando a quegli anni, il bello di Champion Eternal fu individuabile nella sua imprescindibile identità: i Domine suonavano fin da subito come i Domine, e, subito dopo, vi aggiunsero il power metal rendendosi un autentico culto. Consiglierò a chiunque mi domandi dei Domine il secondo Dragonlord poiché è il contenitore delle tracce più celebri mai incise da Enrico Paoli e soci: l’incalzante Thunderstorm, Defenders, la title-track, inimmaginabile un loro concerto senza ognuna di queste tre. Poi c’erano questi fantastici titoli che consistevano in un nome, una virgola e la descrizione. Tipo: Carrozzi, grigliate e arrosticini abruzzesi.

In quell’album Morby è letteralmente a briglia sciolta, prende il comando. A distanza di tempo continuo a considerare i primi tre lavori in studio come le loro migliori creazioni, ma le considerazioni che su di essi faccio a freddo sono queste: sento come la necessità di un loro ritorno in studio, che non sognerò mai di voler confrontare con quei tre. Questo perché i Domine sono un gruppo che prescinde dal tempo. Non suoneranno mai influenzati dalle musiche del momento, e, l’unica volta che subdolamente lo hanno fatto, nel 1999, nel farlo raggiunsero la loro forma definitiva senza che occorressero particolari ritocchi postumi. Inoltre i tempi che corrono hanno rilanciato a gran voce l’epic metal, con gli Atlantean Kodex e tutti quei rimpianti sui Manilla Road che, negli ultimi tempi, stavano producendo alcune fra le migliori cose della loro carriera. In questa sorta di calderone, o fucina, i Domine sono come una firma mancante e che non può assolutamente mancare. Per cui neanche andrò su internet a ricercare fittizie o ufficiose dichiarazioni sul caso: una mattina associata a un futuro non distopico pretendo di svegliarmi e leggere che questi qua hanno deciso che lo faranno, nient’altro.

Altro aspetto della loro spiccata personalità, l’influenza di Morby sul pubblico. A partire da allora li avrò visti otto, forse nove volte. Non c’è performance dei Domine che non abbia ritenuto al di sotto delle altre, tranne un paio che, semmai, furono realmente eclatanti. Ciò che le accomuna un po’ tutte è che spesso un concerto dei Domine parte in punta di piedi, un po’ in sordina. Dopodiché Morby smuove le acque, e se Morby decide di smuovere le acque, e lo fa sempre, tutti gli andranno dietro. Ho ricordo di un solo concerto all’Exenzia di Prato (dove, fra l’altro, gli scattai queste foto) un po’ più pacato nei riguardi delle primissime file, e se dovessero ricapitare in zona tornerei a godermi i loro cavalli di battaglia senza alcun dubbio. La prima di quelle otto o nove volte fu a Umbertide, all’inizio del nuovo millennio, a urlare in primissima fila ritornelli che già conoscevo a mente. Da allora non ho più rivisto Ciccio Russo, sempre che Bargone non lo tenga in congelatore fingendo sia vivo, come si fa col bisnonno che ha una pensione troppo importante per non farci caso.

Ho interpretato diversamente il passaggio di altre band dalla loro forma migliore a quella maggiormente conosciuta. I Labyrinth di Sons of Thunder erano un gruppo che apprezzavo ma che non mi prendeva più quanto sul disco precedente: non erano più i Labyrinth di Frank Andiver e in definitiva quelli degli esordi, dei primi cambi di formazione, dell’esplosione. Piuttosto erano diventati un gruppo consapevole di aver fatto le cose in grande, e che, nel mettere a posto ogni pezzo del mosaico, si dimenticherà un po’ di come ottenere grandissime canzoni. Gli album seguenti li ho ascoltati senza più percepire quella sensazione d’onda d’urto che mi colse all’epoca: erano anni importanti, in cui gli artisti ancora si sentivano artisti e non rispondevano alle interviste come ragionieri che descrivono i loro investimenti, i loro prodotti, la putrida mercificazione di quello che in origine fu un fiammante amore giovanile. E allora andava bene tutto. Andava bene trovare gli Handful of Hate nell’immediato post-concerto, a Prato, e, mentre tutti discutevano di quella macchina che fuori dal locale si era schiantata contro una cabina del telefono, andava bene che gli Handful of Hate attribuissero il fattaccio automobilistico alla potenza del loro black metal. Lo dissero davvero, ben lo ricordo perché me ne stavo lì, con in mano una birra annacquata di fianco alle tende nere che delimitavano il backstage. Ma il punto è che sul palco avevano realmente tirato giù qualsiasi cosa, e allora cosa volevi rispondergli? Andava bene che la gente si atteggiasse, e che girasse a febbraio in maglietta con i bicipiti in vista e i polmoni riempiti a forza d’aria per sembrare più grossa, come fanno gli zarri in spiaggia. Andava bene il tizio che conoscevo e che prendeva roba a uso veterinario che prendono i cani che combattono, o i cavalli. Non ricordo quale animale di preciso prendesse i suoi affidabilissimi prodotti, ma era pure lui uno della scena: la folle scena fiorentina, pazza più dell’Inter che schianta in casa pareggiando con il Donetsk, quella folle scena fiorentina che oggi davvero rimpiango. Perché anche nei suoi aspetti peggiori fu tutto quanto bellissimo, con i Domine sul trono che pure erano i più silenziosi di tutti. Ma con un urlo potentissimo. (Marco Belardi)

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