Stavolta avevate torto voi che non c’eravate: UNIDA@Bloom, Mezzago (MB) 06.10.2022

A quindici anni, su per giù, racimolate insieme paghette arretrate e qualche risparmio, comprai Coping With the Urban Coyote per trentottomila lire da Amadeus a Porto San Giorgio e il mio primo paio di Converse All Star per sessantamila e rotti. Una spesa considerevole in un solo giorno, per un ragazzino di quasi venticinque anni fa. Nelle foto promozionali Arthur Seay, il chitarrista degli Unida, portava le Converse ed io volevo essere come lui. Punto. Semplice, siete stati ragazzini tutti. Il culto dei Kyuss emergeva a malapena dalle sabbie che avevano seppellito la band e sugli esordi dei QOTSA ancora si dibatteva. Gli Unida avevano tirato fuori un disco pazzesco, come ha scritto giustamente il Greco. Poi, subito dopo il fallimento della Man’s Ruin, gli altri progetti di Garcia e la vicenda miserabile che ha insabbiato The Great Divide. Anche di questo ci ha già parlato il Greco, ma sarebbe comunque il caso di celebrare anche quel disco, anch’esso pazzesco, in un Avere vent’anni. Se solo fosse facile calcolare il ventennale di un disco mai uscito.

Quindi gli Unida sono rimasti un gruppo dal potenziale immenso che ha raccolto praticamente nulla. Ma questa, purtroppo, è Storia. L’attualità è stato scoprire, una settimana prima del concerto e col biglietto preso in anticipo da più di un mese, che John Garcia non stava partecipando al tour che celebra 25 anni da inizio attività. Iniziale sconforto, inutile nascondercelo, che la voce di Garcia è pura grazia e gli Unida, senza lui, paiono semplicemente inimmaginabili. Però lui dal vivo l’ho visto, con una band purtroppo non in grado di risuonare i Kyuss facendoteli rivivere vividi nella mente, né di metterci una qualche personalità, quella sera. Erano gli altri musicisti a farlo sembrare un concerto di cover, nonostante Garcia. Erano cover. Con Seay e Cancino a bordo il dubbio che il suono, il cuore dello show, sarebbe stata la cosa vera non è venuto mai. Stavolta quindi sono accompagnati da Mark Sunshine dei Riotgod (band che non conosco) e da un bassista semplicemente mostruoso che risponde al nome di Collyn McCoy. L’aspetto è quello di una gang di biker, però niente Altamont, stasera. Sorrisi, attitudine positiva e una valanga pazzesca di watt fanno pendere subito la serata per il verso giusto. Ma facciamo un passo indietro.

Stacco da una giornata di lavoro massacrante per buttarmi in un traffico meneghino e poi brianzolo massacrante e quindi raggiungere la leggenda del Bloom di Mezzago, dove non ero mai stato prima. Mea culpa. Aprono, da Bergamo, gli Elastic Riot, che c’entrano praticamente nulla perché fanno un caos destrutturato noise hardcore con parti pesanti sludge e grind ed effetti stranianti, sarcastici, dissacranti. Non ero preparato che manco ho mai troppo digerito i Mr. Bungle, per dire, ma per tratti abbastanza lunghi i bergamaschi sono stati anche suggestivi (cazzo c’entra come parola, direte). Il chitarrista, oltre a fare mezzo show da solo, tira fuori dei suoni della madonna e orchestra il tutto con sicurezza. Non la mia pietanza preferita, ma la loro porca figura l’han fatta.

Cambio palco sprint, ma Seay trova comunque il tempo per spiegare il set dei suoi pedali ai ragazzi in prima fila; Cancino riesce ad attaccare bottone di sua iniziativa con chi sta seduto impaziente sotto al palco e aspetta quel momento da venticinque anni, quasi. Gli Unida son pronti. Noi pure. E parte la valanga pazzesca di watt che prima menzionavo. All’inizio se ne celebra più o meno il venticinquennale, i pezzi del primo EP, The Best of Wayne-Gro, lo split coi Dozer, con una pazzesca Wet Pussycat come primo vero soffio al cuore della serata. In realtà il collo me lo ero già giocato su Flower Girl, all’inizio proprio del concerto, e avere continuato a scapocciare per tutta la durata non è stata un’idea intelligente, a trentott’anni. Sono stato bloccato col collo per i due giorni successivi. E manco stare proprio davanti all’ampli di chitarra, due anni buoni di udito in meno, ma fanculo, c’erano gli Unida. Capite, no? Con una Left Us to the Mold gigantesca, selvaggia, animalesca, le cose si sono fatte ancora più serie, fondamentali. E lì, in quei casi, ti tocca decidere: vuoi continuare con i distinguo, gli “eh però”, o vuoi goderti una cazzo di serata di quelle che se ti dice culo ne vivi 10, musicalmente parlando, nel corso della tua vita? Anche perché da lì ti aspettano in scaletta quasi tutti i brani più pazzeschi da entrambi i dischi successivi, quello dimenticato e quello mai esistito. Sunshine al microfono fa la cosa migliore che possa fare, cantare più simile e rispettoso che può nei confronti delle linee vocali originarie, senza scimmiottare, per rispetto di tutti, nostro e suo, che un timbro compatibile ce l’ha di natura ma che non è certo un imitatore. Non lo è questa sera. Spoiler: a fine serata, pure con una serata fuori dalla grazia di Dio degli altri tre, o forse anche un po’per questo, la sua dose di complimenti e ringraziamenti se l’è guadagnata pure lui.

Ma torniamo a più di vent’anni fa. Quando ero ragazzino e ascoltavo gli Unida, a letto ci andavo ancora solo per dormire. Pulsioni, desideri, immaginazione ce n’erano. Invece pratica… Bene, la musica degli Unida è forse la cosa più simile a quello che accade certi momenti sotto le lenzuola, tra tutte quelle che abbia mai ascoltato, forse anche più dei Kyuss stessi (i Type O Negative sono un discorso a parte). Ci senti polvere, rocce roventi e puzza di benzina. Ma anche ardore pulsante, turgore animale e mascolino, come pure il complementare, l’abbraccio umido, languido, il femmineo. Avete presente la divinità ermafrodita nel libretto di And the Circus Leaves the Town? Forse anche più dei Kyuss, più “cerebrali” in fondo, sono gli Unida a suonare così “carnali”, sotto tutti i punti di vista. Sono il sesso, la parte più bella, l’ho scoperto qualche anno dopo, quando ho capito cosa fosse davvero quella cosa lì che facevano tutti, ma già da quindicenne grazie a Black Woman un’idea me l’ero fatta. Bene, l’unione dei tre, Seay, Garcia e Cancino (il ruolo alle quattro corde è sempre stato ballerino, ma sempre in ottime mani) e dei loro stili è la sublimazione di quello che dicevo. Nessuno dei tre realmente sostituibile nell’alchimia. Ecco quindi che il lavoro di Sunshine, dal vivo, non poteva essere differente. Eppure non si è trattato di riempire un buco. Sunshine, interpreta, suda, coinvolge. Forse ogni tanto si perde, ma ci sta. Cancino è una forza della natura. Pare un batterista quadrato, che detta il tempo, invece è dinamica pura e roccia e fomento. Parafrasando il lettore Melvins74, che si riferiva a Bill Ward, “ha uno stile che ti incula prima che te ne possa accorgere” (mi hai fatto sbellicare, Mel). Fill, rullate, groove, ogni tocco ti prende tra la pancia e un po’ più giù e non ti molla finché non lo dice lui. E dal vivo, magro, asciutto com’è, vi dico, incredibile l’energia che sprigiona. Poi c’è Seay, stasera in Vans e non in All Star, mentre Sunshine e McCoy, biker più ortodossi, portano gli stivali. Seay è un guitar hero vero.

Noi di Metal Skunk siamo rompicoglioni e rifuggiamo gli anglicismi non necessari, ma eroe della chitarra fa un po’ ridere. Seay è il mio guitar hero. Macchina da riff formidabile, li combina, mescola, fa sedimentare ed esplodere, ne fa canzoni spaventose che racchiudono assoli lussuriosi. Dal vivo è perfetto, groove puro e ha anche un suono spaventoso, caldo e altissimo. Oltre a tutto questo, McCoy fa volare le sue dita sulle corde di un vecchio Ibanez, fluido, caldo, velocissimo, spaventoso anche lui. Per riprendermi, dicevo, ci sono voluti giorni, ma ancora oggi non riesco musicalmente a pensare ad altro e accumulo ritardi su altre recensioni. Scusate, gente, ma dopo gli Unida c’è veramente spazio per poco altro.

E comunque è incredibile quello che è successo in un raggio ristretto da Palm Springs a fine ’90. Quel giro lì, ristretto e incestuoso, ha tirato fuori la musica più figa mai suonata. Punto.

Il resto dello show, non in quest’ordine, è stato Thorn, Plastic, Human Tornado, If Only Two, Nervous, Stray, Summer, Trouble, Cain, Vince Fountain, Hangman’s Daughter, Glory Out. Sulla valanga di Black Woman, gigantesca in chiusura, ho preservato un minimo di istinto di conservazione solo perché a casa mi attendeva la donna che amo. Ma ci sarebbe stato da rimetterci definitivamente la testa. Come unico bis defatigante ci sta MFNO. Niente King o You Wish. Vabbè, per una serata del genere chiedere di più, visto tutto, è impossibile. Mi vergogno sempre quando è così e non gli chiedo di firmare la mia vecchia copia Man’s Ruin del Coyote. Cazzo se me ne pento. La prossima volta, spero sarete al completo, per sicurezza mi porto pure il pennarello. (Lorenzo Centini)

2 commenti

  • Ho avuto la tentazione di andare vederli a Bologna, ma l’assenza di John Garcia mi ha trattenuto. Probabilmente è stato un errore. Grazie, quindi, di questa testimonianza. Seay ha un suono incredibile, comunque, e “Coping…” è uno di quei rari dischi davvero imperdibili. Chissà che questa reunion possa partorire qualcosa di nuovo e all’altezza, magari proprio rivitalizzando Garcia.

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  • Io ho visto la data di Torino, il cantante non mi ha convinto per nulla, gli altri niente male. Resta difficile interpretare cosa faranno in futuro, ma almeno dal punto di vista strumentale vanno ancora alla grande.

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