Avere vent’anni: MR. BUNGLE – California

Doppelgänger di professione, i Mr. Bungle iniziano la loro folle carriera nella prima metà degli anni ’80, e nel 1986 danno alle stampe un improbabile disco di esordio, The Raging Wrath of the Easter Bunny, 35 minuti di death metal, hardcore o quel che è, registrato una chiavica (nel giorno di Pasqua), che gli consente di spassarsela per concerti nella contea di Humboldt, California, indossando maschere di halloween e facendo casino tanto per fare. In seguito tirano fuori tre cassettine che neanche io ho avuto il coraggio di ascoltare, per poi firmare con la Warner Bros. e diventare un nome abbastanza conosciuto. L’omonimo album prodotto da John Zorn, Mr. Bungle (il nome è quello di un personaggio di un vecchio programma HBO che doveva insegnare le buone maniere ai bambini), considerato spesso come il primo disco a tutti gli effetti, è un vero casino. Il “secondo”, Disco Volante, pure. Questi due non li ho mai apprezzati nella loro interezza ma, a mia parziale discolpa, credo che per farlo bisogna essere affetti da una qualche forma di bipolarismo ed io, tutto sommato, sono una persona abbastanza stabile. Ascoltandoli entrambi si nota subito, però, come il frusto parallelismo follia/genio non sia solo un luogo comune. Il marchio di fabbrica di Mike Patton, Trey Spruance e Trevor Dunn, amici del liceo e in seguito membri di Faith No More (i primi due) e di Fantomas (il terzo e il primo), è il mischiare i generi musicali all’interno di un album ma anche di una singola canzone: metal, rock’n’roll, noise, indie, grunge, jazz, blues, swing, doo-wop, pop, folk, elettronica, araba, hawaiana, balcanica, ska, funk, tango, surf, klezmer, fusion, punk, rumorismo.

Pure il cantato passa per mille stili diversi, dal growl al crooning. In alcuni pezzi ne ho contati anche cinque diversi e questa cosa, che detta così può sembrare una cazzata, in effetti lo è. Però a volte funziona e anche dannatamente bene come in None of Them Knew They Were Robots, canzone tratta dall’ultimo album. Con questo disco, California, fanno “il botto” e diventano qualcosa di ben definito, seppure sempre disturbato. Io lo trovo meraviglioso e lo ascolto sempre con piacere quando ho voglia di un cazzeggio impegnato. Di fatto è un disco normalizzato rispetto alle demenze precedenti, ma pur sempre geniale, suonato con una marea di strumenti e un’orchestra per farli funzionare tutti insieme, sicuramente più godibile e accessibile. Solo in The Air-Conditioned Nightmare ci sono idee per tirarci fuori un altro disco intero, per dire: un pezzo che è impossibile non riascoltarlo dieci volte di seguito, a patto di essere morti dentro.

Intorno a questo disco ricordo anche una storiella di scazzi con i Red Hot Chili Peppers, che nello stesso periodo pubblicavano un album con lo stesso nome, o quasi, ma che di simile aveva solo quello, essendo per tutto il resto una puttanatina commerciale. La verve perculatoria di Patton e soci, nei confronti di praticamente chiunque, è sempre stata un’altra chiave di lettura di tutte le loro esternazioni artistiche e non, caratteristica tipica anche dei Faith No More (qui capite anche perché Jim Martin volle in squadra il buon Mike), ma a questo giro qualcuno nei Red Hot, alfiere del crossover, del mix di generi o sailcazzo, la prese troppo sul personale, vedendosi quasi clonato il titolo del disco da parte di una band che, guarda un po’, sapeva pure suonare meglio di loro, e manco di poco. Tanto è vero che la pubblicazione di California dovette attendere che l’altro, Californication, si stabilizzasse commercialmente nelle charts per un mesetto, come se temessero un qualche danno di immagine o di portafoglio. Vallo a capire. Ma non bastava a quelle fichette dei RHCP, le quali si rifiutarono di suonare in festival che prevedevano la presenza di entrambi i gruppi, provocando ai nostri solo qualche risata e nulla più. Forse qualche insulto sguaiato durante le interviste, ma ci sta.

Parte della perizia compositiva e dell’eclettismo fuori di testa dei Mr. Bungle verrà riversata nel capolavoro senza tempo e senza età dei Fantomas, The Director’s Cut, che muove indiscutibilmente dallo stile e dalle idee di California. I Mr. Bungle, invece, la finiscono qui anche se qualche anno fa girava una certa strana foto e una certa strana voce speranzosa che potessero riunirsi per fare un altro disco. Nulla è seguito. La speranza però, come noto, è l’ultima a morire. (Charles)

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