CULT OF LUNA – The Long Road North

Dopo il recente e ottimo The Raging River, i Cult of Luna sembrano confermare il loro stato di grazia sopraggiunto. Non che uno dei più grandi e importanti gruppi atmospheric sludge (secondi probabilmente solo ai Neurosis) avesse bisogno di dimostrare molto, ma è indubbio che, dopo i primi quattro album pubblicati a inizio millennio, il gruppo svedese fosse entrato in una fase lievemente discendente della sua discografia, risollevatasi veramente solo a partire da Mariner, collaborazione con Julie Christmas nel segno delle goticone prestate al metallo.

Se però A Dawn to Fear sembrava ancora avere poca personalità, le ultime due uscite discografiche ne sono invece strabordanti. Questo The Long Road North parte col botto, con uno di quei suoni che sarebbe normale trovare in uno di quei bellissimi filmacci apocalittici alla Pacific Rim, poco prima che inizi lo scontro tra il kaiju di turno e il robot gigante. La parte iniziale dell’album procede poi su ritmi incalzanti, urla disperate e mura di chitarre distorte come da copione del genere, tanto che mi viene quasi difficile descriverlo senza utilizzare parole inflazionate che potreste trovare su qualsiasi recensione di un album degli svedesi o di qualsiasi gruppo affine, più o meno come mi accadeva per i Septicflesh.

Questo è vero almeno fino a Beyond I, dove abbiamo l’ennesima ospitata cantautoriale femminile con Mariam Wallentin, che non fa altro che riprendere una tendenza della scena che abbiamo già potuto notare a più riprese, anche pocanzi. Questa parentesi più intimista dà poi vita all’unica pecca dell’album: una parte centrale che tende a smorzare la tensione creata perfettamente dalle prime due tracce e che viene recuperata con difficoltà, data anche la lunghezza non indifferente dell’opera. Mi trovano più incline all’apprezzamento simbiosi artistiche come quella recente tra Converge e Chelsea Wolfe, o quella già citata tra i Cult of Luna e Julie Christmas, piuttosto che questi episodi estemporanei – ne è un altro esempio la traccia col recentemente scomparso e compianto Mark Lanegan presente sul precedente The Raging River.

Con The Long Road North diventa evidente ancora di più, se ce ne fosse bisogno, che probabilmente ormai la distinzione tra atmospheric sludge e post-metal non ha più senso. È almeno dai primi anni 2000 che le contaminazioni interstilistiche sono diventate non solo la norma, ma anche la principale forza creatrice in ambito metal. E quest’album non fa eccezione, caratterizzato com’è dal pesante utilizzo di strutture melodiche che al filone americano capitanato dai Neurosis sono rimaste sconosciute molto più a lungo. D’altronde è comunque dalla Svezia che provengono i Cult of Luna, quella che forse si potrebbe definire la seconda patria della melodia dopo l’Italia; la stessa patria, dopo tutto, di Opeth e Katatonia, giusto per citarne un paio. (Edoardo Giardina)

4 commenti

  • Personalmente sono un gruppo che apprezzo a sprazzi. A inizio carriera hanno avuto una fase decisamente troppo debitrice nei confronti dei Neurosis (“The Beyond”) poi una decisamente troppo debritrice degli Isis (“Somewhere along the highway”), tanto che sembravano essere relegati a comparse in eterno. Con “Vertikal” però hanno tirato fuori la personalità e fatto un bel lavoro… anche con “Mariner” e con gli ultimi due. Stanno un po’ raccogliendo il testimone delle due band americane con un piglio sufficientemente indipendente. Di lavoro ne hanno fatto tanto e solo a tratti emerge un po’ di discontinuità, comunque avercene di gruppi così.
    Julie Christmas (di cui si sono un po’ perse le tracce?) non la metterei tra le gotiche… i Made out of babies avevano tutt’altri riferimenti. Forse la frangetta inganna ;-)

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  • Bel commento. E sono d’accordo sulla Christmas.

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