Le seghe sulle Babymetal rendono ciechi: NINGEN ISU – Kuraku

 

Per qualche coincidenza mi sono ritrovato a parlare del Giappone più e più volte, nel corso del 2021. L’ho fatto attraverso i Significant Point, proseguendo con un lungo speciale sul thrash metal autoctono e infine – mi duole il corpo al solo ripensarci – scrivendo d’uno degli album mediani e ultrasperimentali dei Sigh. Ecco che ci risiamo coi Ningen Isu, trio di heavy metal giapponese che ha appena tirato fuori un bell’album.

Mi preme sottolineare che questi qua risultano attivi sin dagli ultimi anni Ottanta e che fino al 1993 hanno sfornato alcuni prodotti realmente interessanti, su tutti il primo Ningen Shikkaku. Dopodiché sono caduti nell’oblio di una scena che girava nel verso dei Sigh, piuttosto che nel loro o in quello dei fritti e rifritti Loudness di metà nineties.

Immagino il fruitore europeo di heavy metal giapponese come un tale in impermeabile che entra in un negozio di dischi, si gira fra le mani Thunder in the East, non si convince; passa a Vanishing Vision e ancora qualcosa non gli torna. Poi passa a qualcosa di più rozzo tipo gli Abigail, e quasi quasi… Niente, li molla lì, raggiunge l’edicola all’angolo e chiede con urgenza delle mutandine usate per poi mettere le Babymetal su Spotify. Lo immagino così, un curioso codardo.

I Ningen Isu non saranno conosciuti quanto gli X-Japan o quelle terremotanti cacacazzo delle Babymetal, ma il singolo Heartless Scat dal penultimo (e ottimo) album Sin Seinen vanta qualcosa come dieci milioni di visualizzazioni su YouTube, con tanto di video la cui durata sfora gli otto minuti e che ci mostra i tre che – abbigliati stupendamente, con tanto di kimono – suonano in un giardino ornamentale che pare la nostra Villa Petraia sotto a Monte Morello. Non solo. Spinti da un crescente seguito, i Ningen Isu hanno poi pianificato una serie di date europee ad inizio 2020, e ben immaginerete cosa le ha fatte slittare e a chissà quando.

Passano due anni da Heartless Scat e i Ningen Isu tornano sul mercato con Kuraku, che, stando a Wikipedia, è qualcosa come il loro ventunesimo album in studio più un EP; una roba da far scoppiare tutt’e due gli occhi a ciascun componente dei King Gizzard & The Lizard Wizard. Bello pure questo, ma, dico io, perché noi europei proprio non ce ne accorgiamo? La barriera linguistica, la distribuzione, o il fatto che certi gruppi attivi in Oriente non finiscono con l’esibirsi presso il nostro continente? Perché allora ci accorgiamo delle Babymetal, branchi di pederasta che non siete altro? Se ci ripenso, gli stessi X-Japan hanno regolarmente pianificato date europee, ma, nonostante in patria disponessero di un seguito clamoroso, noi non ci affanniamo a segnarceli sui nostri taccuini, nonostante il susseguirsi delle loro pubblicazioni. E lo stesso vale per i Ningen Isu, in un tono ancor più blando.

L’album si presenta con un nuovo singolo dalla durata eclatante – otto giustificatissimi minuti, con finale da urlo – a titolo Toshishun. È subito Alice in Chains, giacché il pezzo prende il riffone di We Die Young e ce lo schiaffa lì; eppure a suonarlo sono tre tizi addobbati di kimono e nati negli anni Sessanta, il che li rende inadatti al suddetto chiarissimo concetto del “noi si muore giovani”. Mi sorprende la dinamica dei loro brani: accostati ai Black Sabbath ed al progressive rock, dei primi riconosco l’abitudine di cambiar marcia a metà pezzo ed una generale ingrassata agli strumenti a corde, mentre del secondo concetto vi è oggettivamente poco. In compenso il chitarrista Shinji Waijma è un mezzo fenomeno e sputa assoli che entrano in testa alla velocità della luce, ispirati in particolar modo ai Metallica e affiancati a quel cantato – tipico dei gruppi heavy metal giapponesi – che suggerisce la parola folk per il solo fatto che vi si ritrovano tratti ai quali non sei abituato.

Mi soffermo per un attimo su queste due parole, Metallica e folk. Niente Whiskey in the Jar, lo stile di Kuraku è un fantasioso sunto fra il Black Album e un Load altamente metallizzato, il genere di prodotto che i quattro di San Francisco avrebbero potuto collocare in un distopico 1994 se non fossero stati così mentalmente e fisicamente disfatti dalle innumerevoli date a supporto dell’album nero. Onestamente sento più i Metallica che i Black Sabbath qua dentro, e ci sento col contagocce pure loro; ad esser generoso, ci leggo tuttavia un surrogato dei Black Sabbath in una veste comunque tradizionale, e non stoner/doom come facilmente azzardabile nel 2021.

 

 

Il problema di Kuraku è che ha tredici pezzi sparpagliati su un’ora e dieci di scorrimento. Non propriamente una tortura, ma il concetto di scremare e tenere il meglio del meglio e puntare ad otto/dieci pezzi per quaranta minuti, nel Sol Levante, ancora non dev’essere arrivato. Pensi al folk perché il cantato è in giapponese e pensi pure che l’atteggiamento dei tre sia tendente al buffo. Questione di una nostra disabitudine di fondo. In realtà il bassista Kenichi Suzuki è un dispenser di convintissime facce da metal estremo, e non nel senso della grottesca parodia leggerina del metal com’è alla moda oggigiorno. Ci sente una cifra e ritengo che otto dei dieci milioni di click ad Heartless Scat siano farina del suo sacco. Anche perché in quel video non vedrete altro: c’è lui, ci sono gli altri due, e c’è Villa Petraia.

Il batterista Nobu Nakajima è colui sul quale nutro le minori speranze, dato che periodicamente ne cambiano uno: quest’ultimo è pure lui nato a metà dei Sessanta ed ha un look che lo fa beffardamente sembrare il più giovane del trio. Ma non lo è, neanche per idea, nonostante abbia lo stesso quantitativo di capelli di un invecchiato e bolso Yngwie Malmsteen. Fa tuttavia piacere riscontrare un duraturo sodalizio negli altri due, un’usanza più orientale che nostrana visto che noi siamo abituati a cambiare i pezzi di una line-up come fossero pasticche dei freni, ancora adesso che il problema royalties è meno incombente che un quarto di secolo fa. Line-up solide e longeve sono rintracciabili con una certa frequenza in Giappone, dai Ningen Isu passando per i caciaronissimi Boris e molti altri ancora.

Concludo sottolineando il fatto che Kuraku si è subitaneamente tradotto in un’autentica maratona di dischi dei Ningen Isu. Se l’ascolto di un disco buono, eppur non trascendentale, ti porta a questo, vuol dire che dei limpidi meriti i Ningen Isu debbono pur averceli.

Innanzitutto ci consegnano un grandissimo lavoro di chitarra, spesso essenziale e funzionale, mai autoreferenziale. Infine un efficacissimo groove, che, al netto di un citazionismo talvolta pesante (la quinta traccia attacca come fosse la versione il più possibile deficitaria di Am I Evil?), mai riesce a portarmi al limite di premere stop prima che l’album sia giunto al capolinea. E questo, per un teorico mattone di tredici tracce su settanta minuti di durata, è certamente un pregio. Per tutto il resto, se si è incapaci d’ammettere il reale motivo per il quale certi ensemble vengono costruiti a tavolino, seguiti e distrattamente “ascoltati”, rimangono le Babymetal e l’infame motivo per cui alcuni ammetteranno di conoscere assai il mito dell’heavy metal giapponese. E giù seghe. (Marco Belardi)

6 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...