A dorso di cammello #3: Osiris e Crescent

Nonostante la situazione sociale e politica dell’ultimo decennio non sia stata affatto tra le migliori possibili e immaginabili, il metal egiziano sembra decisamente in fermento negli ultimi anni, tanto che sono ricomparsi anche vecchi gruppi più o meno storici dell’underground.

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Mi riferisco in particolare agli Osiris, gruppo consigliatomi da non ricordo quale uccelletto in redazione. Il gruppo del Cairo era attivo già a partire dalla metà degli anni Novanta, quando pubblicò un paio di demo. Tuttavia scomparve molto presto dalla circolazione – probabilmente non a caso nel 1998, subito dopo i rastrellamenti avvenuti all’interno della scena metal egiziana proprio l’anno precedente – per riformarsi solo nel 2015 e cominciare a lavorare su Meanders a Soul…, quello che, alla fine, è il loro primo LP. Gli egiziani sono diventati ormai talmente underground che, quando sono andato a cercarli su Spotify dopo che mi sono stati segnalati, l’unica cosa che riuscii a trovare fu un gruppo omonimo di Manama, Bahrein, la cui copertina del primo album è molto simile al logo degli egiziani e che poi ho scoperto essere una formazione più o meno storica dedita al neo-prog. Quantomeno ho scoperto anche un nuovo gruppo che, se vi piace il genere, vi consiglio di recuperare (hanno anche pubblicato l’ultimo album, Take a Closer Look, l’anno scorso).

Tornando agli Osiris cairoti, il genere che propongono è, forse in maniera un po’ scontata, un death/black alla Behemoth – corrente che, come abbiamo visto con gli Scarab, ha molto seguito in Egitto – e la cosa è resa chiarissima sin dalla prima traccia successiva all’introduzione, Of Hate, Passion and Eternity, che sembra quasi essere uscita da Evangelion. Se però gli Scarab ci aggiungono poco del loro, gli Osiris cercano perlomeno di creare uno stile più originale inserendo aperture che potrebbero essere accostate al prog e momenti sinfonici. Tuttavia questi non sono ispirati, come capitato con gli ultimi Odious di Skin Age, ai Septicflesh, ma direi che la fonte sono, abbastanza chiaramente, i Dimmu Borgir – purtroppo. Il risultato finale non è forse dei migliori, ma Meanders a Soul… rimane comunque consigliato, quantomeno per rimanere aggiornati e poter apprezzare una scena in piena ripresa.

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I maestri del metal egiziano sono però i Crescent, come già esposto da Ciccio, che hanno recentemente pubblicato il loro terzo album, Carving the Fires of Akhet. Abbiamo ormai capito che il death metal è pressoché l’unico genere di musica estrema che ci possiamo attendere dall’Egitto, e che al massimo può essere intriso di un po’ di black e di qualche elemento sinfonico. I Crescent fanno esattamente questo e ci sarebbe poco da aggiungere, se non ripetere per l’ennesima volta i nomi dei numi tutelari del death metal moderno: i seguitissimi Behemoth e Nile. Ciononostante, la maggiore maturità rispetto agli Osiris di cui sopra è evidente sin da The Fires of Akhet, prima canzone dell’album quasi omonimo. Se anche questa parte con un tappeto di doppio pedale e due voci che si sovrappongono in scream e growl, come da stilema più classico del filone che si rifà ai polacchi, la batteria dona presto una dinamicità purtroppo sconosciuta all’altro gruppo, e le chitarre aggiungono immediatamente quella melodia tipica del black metal dei Melechesh. Anche gli intermezzi acustici e rallentati, perfettamente amalgamati con il resto del disco, mettono in mostra una maestria non indifferente che mi ha riportato alla mente gli album solisti di Karl Sanders. La copertina, inoltre, come stile e composizione mi ricorda quella di The Heretics dei Rotting Christ, anche se ciò non ha poi alcun riscontro dal punto di vista musicale.

Insomma, gli elementi dei cairoti non sono cambiati dal precedente The Order of Amenti. La maturità e la maestria del gruppo, però, sono aumentate ulteriormente, portandoli a diventare e rappresentare, senza esagerazione, ciò che di meglio ha da offrire la scena black/death egiziana. A contrario di Meanders a Soul…, Carving the Fires of Akhet è un album assolutamente apprezzabile a prescindere dall’esotismo che può aggiungere la provenienza della formazione. (Edoardo Giardina)

5 commenti

  • “Nonostante la situazione sociale e politica dell’ultimo decennio non sia stata affatto tra le migliori possibili e immaginabili, il metal egiziano sembra decisamente in fermento negli ultimi anni”.
    Perché “Nonostante”? Nelle aree del mondo diverse dall’Occidente, solitamente a una situazione politica “di fermento” si accompagna una fertile scena metal; basta pensare al Sudamerica degli anni ’80.

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    • In effetti, per contro oggi che in Europa non si vive male si assiste ad un appiattimento ed un rincoglionimento della gioventù devastante. Questo si riflette purtroppo anche nella nostra musica ormai fatta al 70% di buonismo, politicamente corretto, scopiazzature culturali altrui (tutti vichinghi dall’Islanda alla Sicilia) tatuaggi e tanta altra merda di questo tipo.

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      • Senza polemica, Marko: ma se alla radice del metallo c’è sempre un “malessere” un “non sentirsi a posto” con ciò che ci circonda, non è detto che quell’inquietudine derivi solo da condizioni socio-economiche. Anche, ovviamente, ma non solo. Anche perchè, molto prosaicamente, per fare del metallo un minimo di schemi devi averli – se non altro per comprarti ampli e companatico. E poi, ehi, guarda che in Sicilia i vichinghi ci sono andati sul serio :-)

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      • In effetti la parola vichingo non ha nulla di romantico, letteralmente significa brigante. Quindi contestualmente appropriato.

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  • Stefano Mazza

    Massimo rispetto per i metallari egiziani e i Crescent mi sono piaciuti parecchio.

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