Avere vent’anni: SEPTIC FLESH – Revolution DNA

Zoon è stato il precursore, Sin/Pecado l’inizio, The Singles 86>98 le tavole della legge; Revolution DNA è la fine. Le escursioni nel gothic rock, i plagi ai Depeche Mode, provare a cantare invece che grugnire, sondare territori new wave, industrial, synthpop, suoni più soft nella speranza di sfondare nel circuito mainstream: dal primo gennaio 2000 il metal tornerà a essere metal, questa è più o meno l’ultima corsa, l’ultimo giro di giostra in un territorio che ha prodotto gli ultimi dischi interessanti prima dell’entrata nell’era dell’inautentico.

Nella scena greca, al black metal prima putrido poi via via sempre più contaminato da cialtronate sistersofmercy-wannabe, i Septic Flesh avevano scelto la via di un death/doom languido e identitario (nel senso che non sarebbe potuto uscire da qualsiasi altra latitudine), con batteria elettronica e derive progressive intricate quanto ipnoticamente inquietanti; una strada percorsa inizialmente con la supervisione dell’allora onnipresente Magus Wampyr Daoloth, poi in perfetta solitudine, costellata da una serie di dischi molto belli che piacevano a troppo pochi (inarrivabili, per quel che mi riguarda, l’esordio Mystic Places of Dawn e il successivo Esoptron). Revolution DNA (l’acronimo sta per Dark New Age: premonizione?) non sembra provenire dallo stesso spaziotempo che stavamo e stiamo ancora attraversando, pare uscito da un buco nero, una cartolina spedita nel 2540 da qualche galassia lontana.

La colonna sonora del migliore film di fantascienza mai girato, che deve ancora uscire ma si materializza davanti agli occhi appena partono le prime note del primo pezzo, ed è subito come calpestare per la prima volta il suolo di un pianeta fino ad allora inesplorato; tutto il disco è così, scorribande spaziali pilotate dalla voce mai altrettanto intellegibile di Spiros Antoniou (anche autore del futuristico apparato grafico), nel quale un futuro di macchine volanti e viaggi intergalattici ha il suono di chitarre taglienti, tastiere in assenza di gravità e ritornelli accattivanti come dentro un dancefloor sugli anelli di Saturno.

I nuovi classici hanno il nome di Science, Chaostar, Little music box, DNA, altri pezzi scivolano via più in fretta solo perché i picchi qui raggiunti sono vertiginosi, nel complesso un disco coraggioso, spesso irresistibile, fin troppo avanguardista: scansato dai fan, sarà la rampa di lancio per il progetto Chaostar (tuttora attivo anche se dedito a un genere completamente diverso) e decreterà la fine temporanea del gruppo, che dopo un raffazzonato ritorno all’ordine (Sumerian Daemons, 2003) sparirà dalle scene per tornare nel 2007 con il nome Septicflesh e robaccia da vergognarsi – cialtronate a effetto da Q-movie di fantascienza con arrangiamenti sinfonici, suoni “bombastici”, vocals raspate e costumi di scena aberranti. Grande successo di pubblico. (Matteo Cortesi)

2 commenti

  • Matteo, non me ne frega nulla dei septic flesh ma scrivi dei gran post.

    Piace a 2 people

  • Mi trovo perfettamente d’accordo. Venendo da un amore incondizionato per il debut ed ophidian wheel, ci misi un po a comprendere la svolta sonora dei greci. Disco stupendo che risento ancora volentieri di tanto in tanto, anche se qualche fillerino si trova. Riguardo ai dischi succcessivi, un po deludente Sumerian Demons, mentre stendo un velo pietoso sul successivo…

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