Come i DRAGONFORCE cambiarono per sempre il power metal

Ci tenevo a fare un articolo gemello rispetto a quello pubblicato ieri da Gabriele Traversa non perché io sia un grandissimo fan dei Dragonforce (non lo sono), ma perché, avendo ahimè una decina d’anni più di lui, ho vissuto in maniera diversa l’arrivo sulle scene del gruppo di Herman Li, con tutto quello che ne è derivato. Gli stessi concetti che esprimerò qui li avevo peraltro già espressi dieci anni fa, ma è tempo di scendere nel dettaglio.

Era la primavera del 2004 e ad un certo punto mi squilla il telefono. Era Luca Arioli, l’immortale aedo del doppio pedale e del fischio di chitarra. “Robbè non puoi capi’, m’è arivato un gruppo novo che spacca tutto, too giuro. Sono il gruppo power metal più veloce della storia e hanno i fischioni più belli del mondo, non puoi capi’, ce sta sto chitarrista cinese che regge la chitarra con la leva e la fa fischiare per un sacco de tempo, te li devi sentire assolutamente”. Il disco era Sonic Firestorm, di cui Luca aveva ricevuto il promo, ed effettivamente prima di quel momento non avevo sentito nulla del genere. Il power metal era un genere ormai stantìo da anni, era da tempo immemore che non usciva nulla di innovativo e sinceramente avevamo anche perso le speranze.

Ma poi sono arrivati i Dragonforce. L’innovatività era nell’estremismo: tutto più veloce, più esagerato, più pompato, più sparato, più tecnico, con assoli di chitarra lunghi cinque minuti, blast beat, i suddetti fischioni con la leva e un’attitudine cazzarona in confronto alla quale gli Edguy erano un malinconico ensemble di miserandi crooners eroinomani con testi incentrati su quando le loro famiglie sono state mangiate vive dai maiali e loro erano stati costretti a guardare. Effettivamente per un po’ ci entrai in fissa: My Spirit Will Go On, Fury of the Storm, Fields of Despair, Above the Winter Moonlight e Soldiers of the Wastelands mi avevano aperto un mondo, e così anche agli altri appassionati del genere, che si erano ritrovati da un giorno all’altro con un disco che proiettava in avanti gli stilemi tipici del power metal.

Da allora qualcosa cambiò davvero. Se prima sembrava impossibile suonare qualcosa di diverso dallo stile ascrivibile a Kai Hansen, Luca Turilli o pochi altri, i Dragonforce cambiarono improvvisamente le carte in tavola. Sdoganarono i blast beat, l’approccio nerd, le gare a chi andava più veloce, lo shredding insistito tipo quello degli orientali (appunto) nei video su Youtube. E c’è anche un altro elemento che rende i Dragonforce importantissimi: sono forse il gruppo power metal più famoso di sempre. Sono gli unici ad essere riusciti a travalicare ogni genere, e ad essere conosciuti anche al di fuori del ristretto circolo di noi stronzi che nel terzo millennio ancora ci ostiniamo ad ascoltare power metal. Forse a causa della loro provenienza inglese (o meglio del loro essere di base in Inghilterra), i Dragonforce sono gli unici ad essere conosciuti anche dai non-metallari, avendo svolto per il power metal lo stesso identico ruolo che, mutatis mutandis, gli Slipknot hanno svolto per il death metal. 

Grandissima parte del power metal attuale non suonerebbe allo stesso modo senza di loro, e nessun altro dopo di loro ha avuto la medesima importanza nel genere. Peraltro, se escludiamo i gruppi che si ispirano ai classici dei ’90, quella che si ispira ai Dragonforce è la parte buona del power metal attuale, perché quella cattiva deriva dal symphonic metal cadenzato in stile Nightwish o Epica, come ad esempio i Sabaton o quella roba che lo stesso Traversa tratta di solito quando va a rovistare nei cestoni dell’umido. Anche gli Alestorm, con tutte le loro peculiarità, probabilmente non sarebbero gli stessi se Sonic Firestorm non fosse mai uscito. I Dragonforce fecero ciò che gruppi come i Fallujah (ma non solo) fecero al death metal, estremizzandone le partiture tecniche, la velocità e tutto il resto. Certo, così si rende asfittico il genere, ma non è colpa loro: erano arrivati alla fine di un percorso evolutivo, e probabilmente non c’era molto altro da fare.

Il giochino fu simpatico, per un po’. Era qualcosa di nuovo, di fresco, e tanto bastava. Ancora adesso, risentire quei pezzi è molto divertente, così come, anche se in misura minore, quelli del successivo Inhuman Rampage. Poi però basta, onesto. I dischi successivi (a parte The Power Within, che era più gradevole in quanto più normale) li ho sentiti velocemente giusto per conoscenza e non ho altro da dire se non che mi hanno fatto venire voglia di ascoltare, non so, gli Esoteric o qualche altro gruppo che suona a dieci battute al minuto. I Dragonforce andavano bene come concetto, furono necessari e per certi versi inevitabili, e proprio per questo non aveva molto senso incaponirsi sul fatto che il cantante fosse incapace, che ok gli assoli di cinque minuti però magari un paio di minuti in meno era meglio, che gli arrangiamenti fossero tutti basati sugli zigazigaziga pirupirupiru di chitarra a tremila, eccetera. Gli Helloween fanno dischi belli da trent’anni basandosi esclusivamente sul mestiere, ma questo discorso del mestiere non ha il minimo senso per i Dragonforce: da loro non ti aspetti melodie da cantare sotto la doccia, ti aspetti assoli sempre più lunghi con blast beat sempre più veloci, esagerazioni sempre più esagerate, fischi di chitarra pirotecnici, bombe a mano e tricchetrac.  Capisco che, scoperti a posteriori, possano essere una palla al piede; ma non avete idea di quanto ci fecero divertire in quel 2004. (barg)

6 commenti

  • Ricordo una shock mail in cui i titoli delle varie lettere erano dedicati ai Dragonforce. “Herman Li ha i frullatori al posto delle mani” su tutti

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  • Cambiato? Onestamente, cosa hanno cambiato? Il nulla. Sono considerati un fenomeno da baraccone, e lo sono. Sui gusti nessuno discute, ovviamente. Ma sulla importanza, o impatto, beh, nulla.

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    • Ne ho parlato in un mega commento all’articolo di Traversa.
      Cmq l’idea è che dopo quel disco, tutti abbiano preso a suonare come loro, riplasmando in effetti il genere.
      Possono non piacere, ma l’impatto c’è stato; anche al di fuori della cerchia di metallari

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  • Ogni momento ha il suo momento… che detta così…

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  • Sui Dragonforce non commento, provo simpatia per il disco Valley of the Damned perche’ mi fu regalato dalla mia compagna. Comunque una band che sinceramente non mi dice nulla e trascurabile. “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

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  • Andrew"Old and Wise"

    Certo i Dragonforce, pur carini nei primi album, erano e sono una gran baracconata, ma tutto sommato l’esagerazione speed nell’ambito power era connaturata agli stilemi del genere, e alla fine le canzoni erano classiche canzoni power solo molto più veloci. Ben più tragico è stato l’effetto ‘esagerazione’ nel death tecnico, che in robaccia come i Rings Of Saturn ha snaturato completamente il genere, in quanto l’effetto videogioco risultava totalmente contradditorio rispetto alle premesse teorico/contenutistiche. Quindi, giochino sterile, alla lunga, quello dei Dragonforce, ma tutto sommato simpatico ; osceno onanismo affatto utile o divertente quello di Rings Of Satur e gente simile.

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