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La mensa di Odino #2

13 novembre 2010

la mucca epica e maligna, animale sacro al dio Odino (notare la vuvuzela burzumiana)

 

Dovevo iniziare questo nuovo post di multirecensioni parlando degli Ill Niño, ma mi sono lasciato prendere la mano e ho scritto talmente tanto che per loro ho fatto una recensione a parte. Recensendo i simpatici guitti messicani avevo parlato di puzza di stantio e, anche se in modo molto minore, lo stesso acre profumino inizia a sentirsi anche dalle parti di Tampa, dove stanno di casa i KAMELOT. Poetry For The Poisoned è il loro nono album, che riprende dove avevano lasciato le ultime prove The Black Halo e Ghost Opera: power metal raffinato, dal suono estremamente moderno, con una rocciosa sezione ritmica a far da contraltare alle pregevoli orchestrazioni e alla voce calda del bravissimo Roy Khan. Anche qui, come nei precedenti, troviamo partecipazioni importanti: Jon Oliva, Gus G, Speed Strid dei Soilwork (nel singolo The Great Pandemonium), Simone Simons degli Epica. Il disco è piacevole da ascoltare, ma scorre via senza colpo ferire. I Kamelot, nella loro carriera, hanno subito diverse trasformazioni, alcune anche molto interessanti, tanto che sarebbe quasi impossibile riconoscere in questo gruppo gli shredder degli esordi; il punto è che la nuova trasformazione tarda a venire: l’attesa continua ad essere gradevole ma, continuando così, in futuro la corda si potrebbe spezzare.

Thiago Motta, the man with a plan

Se per i Kamelot c’è una progressione in attesa, per gli SHAMAN si può parlare di regressione in corso. Erano nati come rifugio sicuro per i transfughi degli Angra, tanto che l’unico altro membro in formazione, oltre a Matos, Mariutti e Confessori, era il fratello piccolo di Mariutti alla chitarra. Poi se ne sono andati tutti ed è rimasto solo Confessori, che ha chiamato altra gente. Non ha molto senso, è come se King Diamond andasse via dai Mercyful Fate e il bassista chiamasse mio cugino Mimmo a cantare. Mio cugino non ha proprio una bella voce a dire il vero, ma neanche questo Thiago Bianchi mi pare Pavarotti. Se vogliamo dirla tutta è fastidioso e irritante: avevo scritto che il sostituto di Matos negli Angra è mediocre, ma Thiago qui va ben oltre. A tal proposito ragionavo qualche tempo fa che nel campionato italiano a un certo punto giravano contemporaneamente Thiago Motta, Thiago Silva, Tiago, Motta e Silva; inoltre i due col doppio nome erano forti più o meno il doppio di quelli con un nome solo, con un meccanismo simile a quello delle fusion di Dragon Ball.

tentativo di ricavare un giocatore decente da Tiago e da Motta

È una stranezza che ricorda la successione dei vari Rivas e Vivas che sono transitati all’Inter in epoche più o meno disgraziate e di cui qui potete trovare un resoconto. Insomma: Origins è un disco senza motivo di esistere di cui il mondo poteva tranquillamente fare a meno, quanto di più lontano dal meraviglioso debutto Ritual. Non è il cacatone di mancusiana memoria: è più una cacatina di mosca, di quelle che neanche ti accorgi che ci sono; fastidiose quando ti capitano addosso, ma niente che non si possa eliminare con una rapida passata di scottex. Da salvare giusto una cover degli X-Japan, Kurenai.
Per i THE OCEAN è arrivato il momento di dare alle stampe il pluriannunciato Anthropocentric, ‘gemello’ di quell’Heliocentric uscito qualche mese fa e col quale costituisce un doppio concept liricamente incentrato sulla critica al cristianesimo. Stilisticamente siamo sulle coordinate del predecessore (e anche su quelle del precedente, bellissimo, Precambrian, registrato a nome The Ocean Collective), con un post (core? metal?) isisiano raffinato, intenso e piuttosto variegato al suo interno; l’aneddoto secondo cui i due -centric sono stati registrati a Le-Chaux-De-Fonds, in Svizzera, la città più alta d’Europa, aggiunge un tocco grim e frostbitten ad un album che rappresenta comunque uno dei momenti più alti del postmetal dell’anno 2010, imprescindibile per gli amanti del genere.

una critica al cristianesimo diversa da quella dei The Ocean

Ho perso un po’ di vista i BORKNAGAR già da qualche anno, anche se per quanto mi riguarda hanno smesso di essere un gran gruppo dai tempi della separazione con Garm. Universal è uscito da otto mesi, e riprenderlo in mano dopo tutto questo tempo –non avevo avuto più voglia di sentirlo, da allora- riporta alla luce tutte le perplessità che avevo avuto a febbraio. Formalmente tutto perfetto, ma nessun pezzo che rifulgesse nel mucchio. Stilisticamente siamo sempre su di un avantgarde all’acqua di rose con forti influssi viking, che poi è anche il loro retroterra: The Olden Domain era bellissimo, uno dei migliori dischi viking metal degli anni novanta. Tra l’altro sembra che i Borknagar stiano arrivando adesso a delle intuizioni che gli Enslaved –con cui hanno condiviso origini e voglia di mutar pelle dallo stesso terreno comune- avevano già raggiunto parecchio tempo fa. Per gli amanti dell’epico e maligno senza troppe pretese.

Troppe pretese invece ha chi si diverte a fare il tiro al bersaglio coi DRAGONFORCE, che saranno anche l’equivalente power metal della musica delle giostre ma che in fondo fanno, appunto, power metal. Il live Twilight Dementia conferma quanto fatto sentire nei quattro dischi in studio: velocità parossistiche, frequenti blastbeat, assoli incasinati, approccio irriverente, melodie da cartoni animati ed entusiasmo fanciullesco.

il carillon dei Dragonforce, per grandi e piccini

Molta gente forse ha frainteso lo spirito della band, prendendoli troppo sul serio laddove c’è solo un evidente cazzeggio, aspettandosi di rimando un live strumentalmente impeccabile e dominato dalla pulizia d’esecuzione; un po’ come andare ad un concerto degli Anal Cunt e prenderla a male perché Seth Putnam si scorda le parole. Herman Li è un amabile cazzeggione con il gusto arioliano per il fischio di chitarra che suona velocissimo e sporchissimo, non sarà mai un virtuoso dello strumento né nel suo repertorio c’è un qualche gusto chitarristico particolare: chi si fa mille paturnie pensando il contrario merita di non esaltarsi facendo air guitar in piedi sul letto durante i dieci minuti liberatori di Soldiers Of The Wasteland. Certi metallari non sanno che si perdono.

Chiudiamo in bellezza con gente che al contrario suona molto bene e soprattutto molto pulito: i VANDEN PLAS, tornati in pista dopo quattro anni di silenzio con The Seraphic Clockwork, disco che non aggiunge una virgola al percorso musicale della band tedesca ma che riesce ad emozionare gli amanti di un prog metal energico, ben strutturato, con pochi fronzoli e fortemente devoto alla scuola Dream Theater degli anni novanta. E proprio a Petrucci e soci si pensa ascoltando The Rush Of Silence, capolavoro dell’album, che siete tutti obbligati ad ascoltare nel video qui sotto. (barg)

KAMELOT Poetry For The Poisoned (Edel)
SHAMAN Origins (AFM)
THE OCEAN Anthropocentric (Metal Blade)
BORKNAGAR Universal (Indie)
DRAGONFORCE Twilight Dementia (Spinefarm)
VANDEN PLAS The Seraphic Clockwork (Frontiers)

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