Frattaglie in saldo #48

Dal moniker presumibilmente ispirato al simpatico marsupiale noto per produrre feci a forma di cubo, i WOMBBATH nei primi anni ’90 erano onesti gregari della scena death metal svedese senza nulla che li facesse spiccare. Il debutto Internal Caustic Torments, classe 1993, non era niente male ma non certo qualcosa che potesse passare alla storia nello stesso anno in cui uscivano Wolverine Blues e Indecent and Obscene. Per cercare di distinguersi, la band decise quindi di suicidarsi l’anno dopo con il terribile ep Lavatory, goffo tentativo death’n’roll il cui cesso in copertina era già la miglior recensione possibile. Sicché nel 2014 il chitarrista originale Hakan Stuvemark decise di resuscitare il vecchio marchio insieme a gente nuova. Choirs of the Fallen, terzo lavoro dalla reunion, è un più che discreto album di death metal svedese vecchia scuola, un filo sotto il precedente The Great Desolation ma godibile e, nei limiti del genere, manco troppo monolitico, con i rallentamenti e gli sprazzi di melodia piazzati esattamente quando servono. Nulla di davvero memorabile ma tutto al posto giusto. Proprio come nel 1993. Se vi svegliate sparandovi i Centinex a cannone e andate a letto con i Grave di sottofondo, recuperateli e non ve ne pentirete.

Se invece siete tra coloro che senza cloni dei Dissection non riescono a stare, ho due dischetti che fanno al caso vostro. Il primo è il secondo full dei tedeschi THE SPIRIT, dei quali ci aveva già parlato il Belardi all’epoca dell’esordio Sounds from the Vortex promuovendoli ma lamentando due cose: il basso che non si sentiva e la mancanza di personalità. Se il primo problema è stato risolto (anche perché si è passati da due a una chitarra), sul secondo che volete che vi dica; le differenze più sostanziali tra Cosmic Terror e il debutto sono le seguenti:

  1. Stavolta siamo più dalle parti di The Somberlain che di Storm
  2.  Quando per variare ci si rifà ai Naglfar (l’avvolgente The Path of Solitude), vengono in mente più quelli notturni di Vittra che quelli stupramadonne di Diabolical.

Per il resto non c’è davvero nulla che non funzioni: sei canzoni più una strumentale pressoché perfette, avvincenti e ispiratissime. Certo, ispiratissime all’opera di qualcun altro ma pur sempre ispiratissime.

Sulla stessa linea, ma molto meno interessanti, i MIMORIUM, anch’essi al secondo Lp, che esplicitano la loro sudditanza stilistica nei confronti della buonanima di Nodtveit sin dall’intro di I Am What we Are e proseguono tra citazioni assortite, a volte quasi fastidiose, senza grande smalto. Se i The Spirit, da bravi crucchi, svolgono il loro compito con gelida e impersonale perfezione, questi altri, che invece sono finlandesi, hanno un suono più cupo e meno leccato e, pur copiando a man bassa, mostrano qualche sporadico barlume di un’identità autonoma nella costruzione di alcune melodie e negli arrangiamenti ritmici (a ‘sto giro il basso si sente a stento però, come ai vecchi tempi). Blood Of Qayin non è un brutto disco ma tocca essere aficionados duri per aver voglia di perderci tempo oltre un paio di botte e via.

Concludiamo con una nuova scoperta della marcissima Maggot Stomp Records, già magnificata dal nostro inviato in Polonia in più occasioni. L’etichetta californiana conferma di avere un buon fiuto (per i miasmi della putrefazione) con l’esordio di quella che, solo negli Usa, credo sia la terza o la quarta band a chiamarsi DISEMBOWEL. Questi sono un trio di Portland dedito ad un death metal da battaglia ispirato più alla scuola inglese che a quella americana, tra minacciosi mid-tempo alla Bolt Thrower e reminiscenze dei primi Carcass nei frangenti più truculenti, nonché nel suono della chitarra. Echoes Of Terror ha un tiro pazzesco, il sound giusto e riff così ignoranti che come titolo di studio non ci hanno manco la tessera sanitaria. Una sanguinaria sagra del tupa tupa che vi farà prendere il muro a cazzotti per sfuggire alla noia della quarantena. Di roba così non se ne ha mai abbastanza, vero? Arimortis. (Ciccio Russo)

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