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THE SPIRIT – Sounds from the Vortex

15 ottobre 2018

Le possenti reti a strascico del peschereccio Nuclear Blast, solitamente alla caccia di qualche vecchio cetaceo da finire di mungere o da costringere al limite alla pubblicazione di cose indecenti – come nel caso dei Kreator – hanno stavolta intercettato un qualcosa di nuovo. La questione è più che altro di natura anagrafica, perché i tedeschi The Spirit non suonano proprio niente di innovativo, anzi, si sono formati solo tre anni fa. E non hanno nulla che faccia pensare a dei debuttanti: né il look, con due membri su quattro senza l’ombra di un capello in testa; né il sound, talmente messo a punto da non far apparire neanche un po’ questo Sounds From The Vortex come un debut album. Pure la produzione è ingannevole, ottima sotto tutti i punti di vista; e va sottolineato il fatto che il qui presente materiale sia in giro da circa un anno, e che solo la firma con la potente label europea ne ha permesso l’istantanea ristampa, e di conseguenza una distribuzione più o meno capillare come da consuetudine della casa. I problemi dei The Spirit comunque esistono, e non sono quello di chiamarsi in un modo troppo simile ad un cartone animato di merda che fece la DreamWorks. 

Quello che suonano è riconducibile ai Dissection di The Somberlain in un’edizione più matura e rileccata, nonché ai Necrophobic ed ai Naglfar più chiassoni di album come Diabolical. Non hanno tuttavia niente del riffing thrash/death che caratterizzava certe composizioni dei Sacramentum o di altri act contemporanei. Sounds From The Vortex parte incazzato come una bestia, ma le sue tracce sono tutte quante molto dinamiche: presentate alla stregua di una Unhallowed, le prime della lista tendono a rallentare e finiscono per stupire ora per gli arrangiamenti di chitarra del break di The Clouds Of Damnation, poi per la cura riservata ai passaggi di batteria. Solo il basso praticamente non si sente, ma siamo adulti e vaccinati e ormai abituati a situazioni del genere. Non chiedetemi i nomi dei quattro perché sono elencati tipo tabella periodica degli elementi: uno di loro è AK e voglio solo sperare che siano le sue iniziali e non quelle di un celebre fucile d’assalto. La seconda parte del disco tende invece a imboccare un percorso contrario, con pezzi più introspettivi ma che degenerano nel black metal nella seconda parte, ingrediente comunque che tende sempre a prevalere, ma mai in forma pura. La matrice death riguarda più che altro un certo gusto per la melodia, i continui cambi di tempo e la tendenza dei nostri a non risultare eccessivamente ossessivi: tutte cose che Jon Nodtveidt mise in pratica fin dal primo album e che qui ritroviamo esposte in piena luce.

La domanda che mi pongo è: sarà un fuoco di paglia o questi The Spirit possono davvero diventare un qualcosa di interessante? Mi spiego meglio: sebbene tutto quanto scorra alla perfezione, come le sei canzoni delle quali nessuna appare inferiore alle altre, e semmai Cosmic FearCross The Bridge To Eternity Illuminate The Night Sky sono le tre che vi entreranno più rapidamente in testa, ho avuto fin da subito l’impressione che qua dentro manchi qualcosa di molto importante. Sticazzi, direte voi, questi poveretti sono appena al primo album e sarà pur normale che sia così. E invece è la cattiveria, o meglio ancora l’attitudine a rendere perfetto un lavoro grazie alle sue imperfezioni ed alla ragionata perdita di controllo, di cui i The Spirit avrebbero maggiormente bisogno in questo frangente. Ciò che rendeva Thorns Of Crimson Death un qualcosa di irripetibile nel suo rocambolesco finale, per farvi un esempio a caso, qui non c’è. Non so dirvi se i The Spirit siano degli scolaretti che hanno imparato a copiare molto bene, o se sia necessario dar tempo al loro processo di maturazione per ottenere i migliori frutti. Fatto sta che, senza sbagliare un riff che sia uno, Sounds From The Vortex riesce a suonare come un album magistralmente composto e altrettanto ben messo in pratica, ma che rischia di emozionare poco. Arrivate in fondo, mettete su il tamarro Mark Of The Necrogram e poi ne riparliamo: non è l’esperienza dei Necrophobic a fare la differenza, ma la loro classe unita al volume dei loro giganteschi coglioni. Ora come ora, quindi, non vorrei esultare troppo presto e vedere questi ragazzi fare la fine dei Raise Hell, che dopo Holy Target si autoconvinsero troppo alla svelta e di essere i più furbi di tutti, e presero rapidamente a fare schifo. Ma li tengo d’occhio, e nel frattempo mi godo un buon disco come questo, ma che con qualche peculiarità caratteriale in più sarebbe apparso davvero ottimo.

Nota a margine: Nuclear Blast sta riprendendo con le celeberrime compilation a titolo Death Is Just The Beginning e i ragazzi saranno dentro al prossimo volume, nonché in tour con Hypocrisy e Kataklysm. Insomma, li vedo discretamente lanciati e tutt’altro che in modalità “ultima ruota del carro”. Ora però toglietemi dalla testa il cavallo della Dreamworks. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. 15 ottobre 2018 12:11

    Non mi emoziono con un disco Nuclear Blast da secoli. Questi The Spirit non li capisco proprio: come hanno fatto a finire su una label così grossa?

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  2. fredrik permalink
    15 ottobre 2018 21:32

    I the spirit li ho scoperti grazie ad un commento nella playlist di fine 2017 e li ho apprezzato parecchio, opinione che non cambio solo perché il loro debutto è stato riproposto dalla nuclear Blast. Il fatto è che fuori c’è tanta gente che ha una nostalgia fottuta di certe sonorità. Io sono uno di questi. Metto su a giorni alterni i dissection, i naglfar, i sacramentum, gli eucharist… ma poi scavo nel fetido passato a riesumare the moaning, the everdawn, i throne of ahaz. Questa è la musica che voglio, e che spero possano continuare a dare anche i the spirit.

    Piace a 1 persona

    • Fanta permalink
      15 ottobre 2018 22:16

      Esattamente. ‘Sti tizi (ho comprato il disco un anno fa direttamente dal cantante) sono tedeschi, si potrebbe anche malignare, andreottianamente, che uno di loro sia il nipote o il fidanzato della figlia di Markus Staiger. Ma questo non cambia la sostanza della questione, per chi compra il disco. Magari precipiterà la band in una sorta di sindrome del raccomandato tipo Iturbe o Schick. E sti cazzi, aggiungo. Se mi danno una piotta a settimana magari me ne posso anche occupare.
      Il punto è proprio che sta roba tira ancora parecchio tra i trentacinque/quarantacinquenni. L’unica fascia d’età in Europa che ancora può spendere qualche cazzo di soldo per i dischi.
      Uno dei dischi più venduti dell’anno solare in corso è proprio Mark of the Necrogram. Allora la Century c’ha Higuain che ancora spingne de brutto. E tu Nuke te accalappi Piatek.

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