Nelle tempeste d’acciaio: MINENWERFER, ORGG e PORTA NIGRA

Il conflitto mondiale preferito dai musicisti black metal è senza dubbio il secondo, da una parte perché consente di alzare ad arte polemiche ideologiche grazie ai gonzi che ancora ci cascano, dall’altra perché permette, a chi su svastiche e passi dell’oca si fa le seghe davvero, di dissimulare con la sempiterna scusa “non siamo politicizzati però ci piace l’estetica di quel periodo“. È invece una scelta meno pop cercare ispirazione tra i fumi della Prima Guerra Mondiale che, in confronto alla successiva, toccò meno la popolazione civile ma schiuse di fronte agli occhi dei soldati un universo di orrori prima inconcepibili: l’insostenibile attesa degli attacchi, le durissime condizioni di vita nelle trincee, il silenzioso flagello dell’arma chimica, il vedere migliaia di compagni cadere per riconquistare pochi maledetti metri perduti il giorno prima. È quindi assai ristretto il novero degli adepti del metallo nero che narrano quella che l’allora pontefice definì “l’inutile strage”. Alcuni di loro provengono, come è giusto, da Francia (FT-17, Per Momentum) e Germania (Nervengas, Deathfear). Le due band più interessanti a essersi occupate di recente dell’argomento arrivano però da due nazioni coinvolte nel conflitto in maniera non altrettanto diretta.

Parliamo degli ucraini 1914, autori di un black/death cadenzato tra Bolt Thrower e Behemoth, e, degli americani MINENWERFER, accomunati dal raccontare la guerra dal punto di vista degli imperi centrali, una corrispondenza di bellicosi sensi suggellata tre anni fa dallo split Ich hatt einen Kameraden. I primi hanno pubblicato nel 2018 il secondo full, The Blind Leading the Blind, i secondi se ne sono usciti l’anno scorso con un album che, in un’annata come quella scorsa, così ricca di uscite di valore in campo black metal, mi era in un primo momento sfuggito.

Il principale difetto di Alpenpässe è, paradossalmente, la bellissima opener Der Blutharsch, diciassette minuti di raggelanti melodie e chitarre solenni dalle influenze eterodosse, una lunga marcia funebre che sembra trascorrere in un fiato e alza le aspettative a un livello tale che un po’ spiace non ritrovare la medesima ispirazione nel prosieguo del disco, che si attesta comunque su livelli piuttosto alti.

Se la successiva Dragging the dead through mountain passes è un pezzo sparato abbastanza tradizionale che, se non altro, conferma i Minenwerfer epigoni del recente fenomeno dei gruppi black metal dove si sente il basso, i momenti migliori sono quelli più dilatati e riflessivi, dove il duo californiano – al netto del contorno di marcette militari teutoniche e nomi di battaglia come Generalfeldmarschall Kriegshammer e Wachtmeister Verwüstung – tradisce la sua provenienza, con richiami ai Wolves in the Throne Room e adepti vari del filone “cascadico”. Non il capolavoro che si dice in giro ma un ottimo disco di genere, decisamente da recuperare.

Sono invece all’esordio assoluto gli italiani (non ho capito bene di dove ma il bassista Iblis, già visto in Noctifer e Funeral Oration, dovrebbe essere di Roma) ORGG, che affrontano il conflitto da un punto di vista alquanto originale e, soprattutto, estremamente black metal: quello delle montagne innevate e dei paesaggi naturali straziati dalla violenza del conflitto che, nondimeno, resisteranno immoti anche quando, tra molti secoli, si sarà affievolita la memoria di quei tragici, colossali eventi.

The Great White War è un disco piuttosto classico e lineare, che non nasconde il suo debito nei confronti dei maestri norvegesi (Satyricon in primis) ma, per quanto scolastico e derivativo, funziona piuttosto bene. I suoni sono gelidi e basilari ma tutto sommato puliti. Ben bilanciati sono anche i pezzi, dove, anche in questo caso, funzionano meglio i mid-tempo, dal buon afflato epico, che le parti più veloci. Davvero niente male per un debutto e, in tempi in cui il black metal soffre di un eccesso di intellettualismi inutili spacciati per avanguardia, ben venga chi si limita al compitino ma lo svolge come Capro comanda. Spero di beccarli dal vivo quanto prima.

Concludiamo con i PORTA NIGRA, che prendono il nome da uno dei più importanti manufatti d’epoca romana presenti in Germania ma non vengono da Treviri, dove tale opera si trova, bensì da Coblenza. Appassionati di belle epoque e dintorni, i tedeschi rientrano nel discorso più per il precedente Kaiserschnitt, uscito nel 2015, che per il nuovo Schöpfungswut, che li conferma come uno dei rari casi di gruppi black con pretese avantgarde che, invece di evolversi e diventare sempre più matti, si involvono e diventano sempre più quadrati.

Se i primi due album erano bric-à-brac scombinati ma affascinanti di influenze industrial, musichette d’epoca, esplosioni di violenza e deliri assortiti, quest’ultimo lavoro si muove sui binari di un black metal di seconda generazione piuttosto banale, con il solito armamentario di riff dissonanti e mid-tempo che cercano di creare un’atmosfera oscura con risultati non proprio eccelsi, complice l’eccessiva reiterazione degli stessi passaggi in brani davvero troppo lunghi. Un appiattimento al quale ha contribuito il nuovo cantante Tongue, la cui impostazione è piuttosto classica rispetto a quella più declamatoria del batterista Obscurus, che si era occupato in precedenza del microfono. Nulla di eccezionale, quindi. E allora perché ne parlo? Beh, volevo arrivare a tre. Recuperate il debutto Fin de Siécle, magari, quello non era male per niente. (Ciccio Russo)

One comment

  • mai sentiti i francesi Régiment? un unico disco, con Pétain in copertina (generale pluridecorato nella Prima Guerra e condannato a morte per Vichy, quindi già si parte ambigui)… niente in tutto, tranne un brano che vi agevolo e che mi fa impazzire (non fatevi ingannare dal titolo), black con suggestioni NWOBHM

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