Celebrare il Santo Natale coi DEVIATE DAMAEN

Per celebrare in modo appropriato la Santa Natività di Nostro Signore Gesù Cristo non possiamo che parlarvi dell’ultima opera dei Deviate Damaen, ambigua entità che da quasi un trentennio si manifesta tra le antiche vestigia della Capitale. E sono manifestazioni estremamente sporadiche, come si conviene ad un gruppo che non è un gruppo, formato da musicisti che spesso mantengono l’anonimato, perché in questo triste mondo malato la collaborazione con i Deviate Damaen, invece di essere causa di incoronamento in Campidoglio con corona d’alloro, sarebbe spietatamente punita con l’ostracismo civile. Dunque non ci rimane altro che glorificare il fondatore e leader, che da trent’anni ci mette coraggiosamente la faccia: Volgar, di giorno doppiatore cinematografico e di notte tonitruante Savonarola con gli occhi iniettati di sangue e sul volto una smorfia di superbo disgusto sul Secolo.

In Sanctitate, Benignitatis non Miseretur! è il loro quarto album, a distanza di quattro anni dal penultimo Retro-Marsch Kiss! e di ben vent’anni dal terzultimo Propedeutika ad Contritionem (Vestram!). Chi ha una conoscenza anche vaga di cosa siano i Deviate Damaen capirà che riuscire a spiegarne un album è fatica inane: troppe parole, troppi concetti, troppe provocazioni da poter essere descritte con la frusta tecnica della recensione. Tra le parti narrate, i campionamenti, le urla, gli sputi e gli orgasmi, la novità musicale è un appesantimento in senso doom, genere che peraltro ben si addice al timbro enfatico e interpretativo di Volgar. Ma non mancano violenti excursus nel black metal, con anche un rifacimento della vecchia Font Near the Ossuary.

Una caratteristica straniante dei Deviate Damaen è il contrasto tra l’amatorialità della registrazione (e a volte dell’esecuzione) e la voce di Volgar, potente e sfaccettata. I Tarocchi della Vostra Sfiga testimonia la miseria della nostra epoca come un rumore bianco, mentre una voce stregonesca sputa invettive velenose e sardoniche; una composizione di bassezze  e volgarità contro cui non c’è altra soluzione possibile che il disprezzo e l’odio. In Aspetterò l’Altrove ci sono echi dei Novembre nelle chitarre e nelle atmosfere malinconiche, seppure la voce di Volgar – e il testo da lui declamato – ne marchi la distanza in modo netto. È una canzone d’amore, probabilmente l’unica possibile in un contesto del genere, e, nonostante l’asperità insita concettualmente nei Deviate Damaen in primis e in un disco come questo in secundis, rivela scorci di inaspettata dolcezza. Sacre Gesta Cavalcavano il Metallo è un plagio dichiarato verso i Rammstein, specie nelle parti cantate in tedesco, ma è impreziosita dai vocalizzi di Volgar nei passaggi più tendenti al doom. E tutto termina con due tracce tra l’ambient, il noise e la voglia di lacerare il timpano all’ascoltatore.

In Sanctitate, Benignitatis non Miseretur! è un disco molto pregevole, che è finito anche nella mia playlist di fine anno, ma che non consiglio indiscriminatamente. Ci sono troppi ostacoli ideologici, stilistici, concettuali che impediscono l’apprezzamento di un lavoro simile alla stragrande maggioranza non solo della popolazione ma anche dei lettori di Metal Skunk. Ma in questo giorno lieto, in cui le genti riscoprono il valore della Redenzione e del Supremo Sacrificio, possa Volgar illuminarvi la via e mostrarvi la strada per la riscoperta del Bello. (barg)

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