Il quasi disco dell’anno: OBSEQUIAE – The Palms of Sorrowed Kings

Gli Obsequiae da Minneapolis, Minnesota potrebbero essere facilmente presentati come il gruppo del tizio di Celestial e Azrael, se non fosse che sono incomparabilmente migliori dei suddetti. Anzi: sono incomparabilmente migliori di qualsiasi cosa uscita dagli Stati Uniti negli ultimi dieci anni (anche qui: ogni opinione diversa non sarà in questa sede tollerata) e molto probabilmente gli unici a raccogliere l’eredità degli Agalloch, non da un punto di vista stilistico (per quello ci sono già i mille cloni degli Agalloch) ma per la capacità di riuscire a toccare corde nascoste dell’animo. Il paragone con gli Agalloch si ferma qui e più non ne parleremo, anche considerando che entrambi i gruppi arrivano dal black metal nonostante lo reinterpretino a tal punto che pensare a The Palms of Sorrowed Kings come ad un disco black metal è sinceramente impossibile. Eppure il disco è quasi tutto in screaming, la tendenza all’amatorialità del suono è la stessa, e il tremolo picking spunta spesso come soluzione naturale nel risolvere alcuni passaggi.

Per definire gli Obsequiae bisogna tirare fuori una parola la cui intraducibilità nella lingua italiana è oggetto di numerosi scritti accademici: eerie. È un concetto, per l’appunto, intraducibile; e per questo devo chiedervi di consultare un dizionario, se non ne conoscete il significato. Una situazione talmente fastidiosa da essere stato costretto ad usarla solo in un altro contesto, e cioè per Dol Guldur dei Summoning. Ora di nuovo; e questo accade perché gli Obsequiae e i Summoning sono molto più vicini di quanto non appaia a un primo impatto.

In Palms of Sorrowed Kings, così come nei due precedenti Suspended in the Brume of Eos e Aria of Vernal Tombs, si vuole musicare il Medioevo. Detta così, la cosa può prendere una brutta piega, ma il Medioevo degli Obsequiae è molto più vicino a quello degli Ataraxia che a quello di un qualsiasi gruppo black che epicheggia enfatico su scontri all’arma bianca e guerrieri in armatura. Il loro Medioevo è quello fiabesco e indefinito delle brume celtiche oltre i confini della civiltà, di boschi di querce e frassini ammantati di rugiada, del sottobosco odoroso in cui leggeri si muovono spettri che rimandano ad un’epoca di leggende che sopravvivono tra le colline e in riva ai laghi, indifferenti ed estranee allo scorrere del tempo. Ma è anche lo scenario di rovine diroccate popolate degli spiriti di chi le ha abitate, vaganti in un limbo sospeso che non si cura di ciò che accade nel mondo dei vivi. Palms of Sorrowed Kings è musica senza tempo, un’astrazione della poesia intima della Natura e dell’Uomo che, trapassando, continua a vivere legato ad essa, eppur sempre anelando a qualcos’altro, confondendo il tempo e lo spazio in un unico sospiro di malinconia. Non è il disco dell’anno solo perché è già uscito The Course of Empires degli Atlantean Kodex, ma io sentivo il dovere morale quantomeno di parlarne. (barg)

3 commenti

  • Concordo, hai fatto bene. Avendo personalmente adorato il disco precedente, questo l’ho trovato meno sorprendente e un tantino ripetitivo rispetto a ciò che precede. Ma alla fine sti cazzi, band da scoprire assolutamente per chi non la conoscesse.

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  • Solito black di merda

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  • Le contorsioni melodiche della chitarra trascinano in altri mondi. Come il precedente, un disco che fa viaggiare la fantasia, anche ad agosto in piscina mentre si prende il sole (parlo per esperienza). Unico neo, per quanto la bellezzadi Ceres in Emerald Streams sia quasi commovente, il pensiero va subito a casse di birra danese che raffreddano pacifiche in rivi di smeraldo, pronte a ristorare i partecipanti ad una eterea grigliata di costolette di metacinghiale.

    Tornando seri, è una gioia condividere ammirazione e stima per The Course of Empires. Chariots è finita in playlist della mia palestra d’arrampicata per unico mio volere…

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