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Once upon a time in Norway DENMARK #15

22 luglio 2019

Amò, ma un weekend lungo in Danimarca? C’è sto paesino sul mare, Fredericia, parchi giochi, fattorie aperte, facciamo giocare la bambina, facciamo il bagno…

Perché no? Sì.

. La risposta più ambita e inaspettata da parte di una moglie, quella che ti fa cambiare idea su tutto e guardare al mondo con letizia. Nel giro di un’ora prenoto viaggio e AirBnB, sia mai che cambi idea. Ovviamente, il weekend kid friendly è solo un pretesto: la vera ragione del viaggio a Fredericia è essere presenti al Metal Magic.

Trattasi di un festival che tengo d’occhio da un po’ di anni e che nell’edizione corrente, la dodicesima, presenta due headliner da urlo: i seminali Tormentor di Attila Csihar, recentemente riformatisi, e il primo concerto pubblico (pare di sempre) dei Ved Buens Ende…, eroi della mia infanzia di cui vi sarete anche stancati di leggere perché sono fondamentali per capire il black metal di ieri e di oggi. Insomma, era veramente ora di andarci.

Il respiro del Metal Magic, come si vede dai bill precedenti, è piuttosto trucido, ma non privo di gusto: solo per fare qualche esempio vicino a noi, ci hanno suonato i The Black, i Mortuary Drape, gli Abysmal Grief e i Black Oath, presenti anche quest’anno. Inoltre, gli organizzatori hanno da sempre un occhio di riguardo per le vecchie glorie un po’ impolverate, come gli Angel Witch e i Medieval Steel, anche loro parte del programma di questa edizione. Tre giorni di concerti (circa 12 ore giornaliere) con ristorazione e possibilità di campeggio, il tutto per il prezzo ridicolo di 70 euro. Un mezzo miracolo. Insomma, ci armiamo e partiamo.

GIOVEDÌ 11 LUGLIO

Tutto al mondo ha un prezzo, e la prima giornata (come, del resto, i pomeriggi di quelle successive) se ne va in viaggi e nelle suddette attività genitoriali. Mi perdo, quindi, un bill quasi del tutto locale, composto da Sunken, Shadow Storm, Deiquisitor, Silhouette, Goat, Dark Sky Choir, The Rite e Slægt. Se qualcuno merita, battete un colpo e vedrò di recuperare. Ne approfitto comunque per fare un giro a Fredericia, cittadina di 50.000 abitanti, con dei bellissimi bastioni seicenteschi e un discreto centro città in stile liberty. Detto questo, sarà che è periodo di ferie, ma di gente in giro se ne vede poca, e soprattutto nessun metallaro, segno che la comunità locale e gli ospiti paiono non mescolarsi. Le sole cose in abbondanza sono anziani, case di riposo e cimiteri (ne ho contati almeno tre solo nel centro). Tutto molto black metal, insomma, ma non oso immaginare come sia abitare in un posto così.

VENERDÌ 12 LUGLIO

Arrivo al festival verso le sette e mezza, il che significa che mi perdo Heine Thomsen, Deus Otiosus, Killing, Nyredolk, Chevalier (recuperati in seguito, una roba folle), Phrenelith, Armory e Ascended Dead. Il sito è piuttosto lontano, più di mezz’ora a piedi dal centro, nel mezzo di una vallata verdeggiante che di giorno ospita la fattoria aperta di cui sopra (i primi concerti del sabato li sentirò a distanza, giocando con la piccina). La prima impressione conferma i buoni presupposti della partenza: il prato è piccolo ma rigoglioso, i pochi stand, montati da una schiera di volontari recuperati tra la gioventù locale, sono ruspanti ma funzionali, e soprattutto la birra costa 2,5 euro (ditemi voi dove altro trovate prezzi così). Ci sono anche le birre artigianali tanto care alla redazione (a soli 5 euro) e una cucina zozza come si deve, ma di origine quasi esclusivamente biologica. Il Metal Magic ha due palchi, uno all’aperto e uno più piccolo in un tendone, delle dimensioni di un piccolo club. I concerti si alternano sui due palchi e la scaletta è rispettata al minuto. Operiamo comunque su numeri piuttosto contenuti – nel momento di massima capienza, credo che non si superassero le duemila persone.

Salgono sul palco principale gli ANGEL WITCH, uno di quei gruppi storici che mi costrinsi ad ascoltare da ragazzino per dovere scolastico, ma che non hanno mai fatto grande breccia nel mio cuore. C’è da dire che i pezzi migliori, a quarant’anni di distanza, tengono ancora botta e così i loro esecutori, che li suonano con sufficiente convinzione e trasporto. Il pubblico, soprattutto durante il pezzo omonimo, li segue, ed è comunque un bene averli visti dal vivo prima o poi.

Rapido cambio di palco, si va nel tendone per gli IMPETUOUS RITUAL, gruppo australiano da me mai coverto ma autore, come tutti i gruppi australiani di un certo afrore, di un black metal primordiale misto a black e brutal death, pressoché impossibile da decifrare con la strumentazione e i suoni di un piccolo club. Ne approfitto quindi per un morso a una salsiccia ecologica e un sorso della IPA ufficiale del festival. Rientro comunque in tempo per vederli finire il concerto e smontare il palco; dettaglio fondamentale perché, osservandoli da vicino, si nota come abbiano assimilato quel particolare insegnamento del black metal australiano (vedi Bestial Warlust, ecc.), che richiede alla gente di suonare pressoché nudi, solo con un paio di mutande e un pareo simil-preistorico. Certe tradizioni è giusto che vadano rispettate e coltivate.

Si torna sul palco principale per i TORMENTOR, che stanno girando l’Europa in questi mesi, ma spesso con set corti a metà pomeriggio. Vederli headliner è quindi, probabilmente, tutt’altra cosa. La formazione è un mix di vecchie conoscenze (a parte Attila, bassista e uno dei chitarristi sono piuttosto attempati) e giovani che li accompagnano, e il risultato è di tutto rispetto. Il gruppo snocciola più o meno tutti i classici di Anno Domini, ma stranamente nessun estratto da quella perla di sconsideratezza che era Recipe Ferrum. Nonostante diversi spettatori chiedano a gran voce Paprika Jancsi la band continua imperterrita per quasi un’ora, con una serie di pezzi che non riconosco e che, quindi, mi chiedo se siano nuovi. Qualcuno mi smentisca, o aspettiamo speranzosi. C’è da dire, a fare il confronto con gli Angel Witch, che il gruppo ha un tiro non da poco, e che Attila Csihar sembra molto più a suo agio in questa formazione che nelle occasioni in cui l’ho visto coi Mayhem. A parte lo status di band di culto, i Tormentor hanno raccolto piuttosto poco nel corso degli anni, e quella geniale boiata di Recipe Ferrum non ha certamente aiutato le cose. Un po’ di gloria postuma è anche giusto che se la godano.

SABATO 13 LUGLIO

Persi Volva, Deadflesh, Shamash, Tainted Lady, Alucarda, Source, Tongues, Vulture e Hyperodontia, arrivo a metà della performance dei MEDIEVAL STEEL, altro gruppo storico che ha raccolto molto poco e a cui avrei dovuto prestare più attenzione negli anni della mia formazione. L’impatto, va detto, è impressionante: il quasi sessantenne Bobby Franklin, borchiato dalla testa ai piedi, regge il palco benissimo e così – con qualche piccola, perdonabile sbavatura – la sua voce, non inferiore all’Eric Adams dei tempi d’oro. Ma soprattutto pare divertirsi un mondo, e il resto della band e del pubblico con lui. Questa è forse la vera forza dell’oretta abbondante di esibizione dei Medieval Steel: del resto, un gruppo che si forma nel 1982 e che non riesce a pubblicare un album prima di trent’anni dopo, credo che abbia tutti i motivi di essere contento di essere invitato ai festival. Resta la sensazione di un incrocio tra Manowar e Judas Priest dei poveri, ma in fondo, chi se ne frega? I pezzi fanno scuotere il culo, e l’inno finale, che dà anche il nome al gruppo, è cantato da tutti.

Quest’ultimo aspetto apre a un discorso più ampio sulla clientela del festival. I numeri relativamente esigui dei partecipanti non sono, infatti, l’unico vantaggio del Metal Magic. L’età media, intorno ai quaranta, assicura la pace e la tranquillità dovute all’assenza di giovinastri, e soprattutto quella rilassatezza nei costumi che non ti impone più di vestirti di pelle nera a 40 gradi all’ombra o di passare ore a scegliere la maglietta più ortodossa. Al contrario, ci si può tranquillamente presentare in

a. pantaloncini e giacca del completo con toppa dei Mercyful Fate sulla schiena;
b. salopette beige bisunta, probabilmente subito dopo il turno in officina o nel porcile;
c. camicia hawaiana e panama con croci rovesciate disegnate a pennarello,
d. pinocchietti e cappello da pescatore con le toppe degli Artillery.

È con queste considerazioni in testa che assisto all’inizio del concerto dei BLACK OATH, gloria nostrana che ho seguito poco, ma quel poco mi ha convinto. Il contrasto tra l’immaginario black metal (dall’iconografia occulta, al face painting, alle collane di ossa) e il loro heavy/doom ispirato al dark sound italico e condito da una voce rigorosamente pulita, crea un impasto interessante, anche se non immediatamente digeribile. In sede live – o meglio in sede di festival – funzionano fino a un certo punto, ma su disco (e probabilmente in altre situazioni dal vivo) danno molto di più.

Si finisce la serata con la vera ragione di tutto il viaggio, cioè la reunion dei VED BUENS ENDE. Il grande evento inizia un po’ sottotono, la band è già presente sul palco principale mentre i Black Oath la stanno tirando per le lunghe sotto il tendone. Svanita l’ultima nota del gruppo precedente, Vicotnik si limita a un laconico “ci siamo?” prima di dare inizio allo show dei ricordi. È un cliché dire che le parole difficilmente rendono onore alle grandi esperienze, ma va detto che è stato davvero uno dei concerti più belli degli ultimi anni. In un’ora e mezza, il trio storico Vicotnik/Carl-Michael Eide/Skoll (coadiuvati da un nuovo batterista) suona TUTTO Written in Waters, TUTTO Those Who Caress the Palee – se le orecchie non mi ingannano, anche quella Strange Calm che uscì solo su un bootleg e fu poi ripresa dai Virus. L’esibizione conferma, oltre al fatto più volte ripetuto che i VBE erano “avantgarde before it was cool”, che certe sonorità sono rimaste intatte, ma del tutto ancorate a un certo periodo. Il tentativo di far risorgere la band con i Virus ha avuto le gambe abbastanza corte, e spero davvero che questa reunion si limiti a una riproposta perenne di vecchi pezzi e non tenti passi azzardati nel mondo di oggi. Il post che facevano i VBE vent’anni fa non ha alcuna ragione di esistere adesso, per la semplice ragione che il black metal di oggi è già post quel post, e, per quanto mi riguarda, non certo in senso positivo. L’affluenza di pubblico, paradossalmente minore per i VBE (che chiudono il festival) rispetto ai gruppi precedenti, conferma l’impressione che certe perle vadano lasciate al passato, e tirate fuori dalla naftalina con molta attenzione. Quindi grazie di tutto il pesce, Ved Buens Ende, e grazie Metal Magic per avercelo fatto mangiare. Il passato è terra straniera, ed è giusto che sia così. (Giuliano D’Amico)

2 commenti leave one →
  1. Matteo permalink
    22 luglio 2019 13:06

    Ti invidio per aver visto i Ved Buens Ende dal vivo…

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  2. Mirko permalink
    23 luglio 2019 11:01

    i VBE dopo 20 anni tutt’ora sono qualcosa di contorto ed inspiegabile. meravigliosi

    "Mi piace"

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