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LORDS OF CHAOS: un film exploitation con i metallari dentro

5 marzo 2019

(Probabilmente non avremmo dovuto, ma alla fine noi tutti abbiamo guardato Lords of Chaos – e molti di noi si sono sentiti in dovere di parlarne. La presente è dunque solo una delle sei recensioni che pubblicheremo nel giro di pochi giorni, ndbarg)

Immaginate un film su Rimbaud e Verlaine dove i due poeti bevono, si drogano e scopano (tra loro e non) per due ore ma non si accenna nemmeno al perché siano così importanti per la poesia del XIX secolo e li si vede solo, ogni tanto, scribacchiare piegati in due in preda allo stordimento. Magari può pure uscire qualcosa di sollazzevole e valido dal punto di vista cinematografico ma è inevitabile che chi ha cognizione dell’argomento avrà da recriminare. Il problema principale di Lords of Chaos, agli occhi di un appassionato di black metal, è esattamente questo. Le vicende dell’Inner Circle sono narrate più o meno come sono state raccontate da chi le ha vissute. Vikernes, per attaccare la credibilità della pellicola, ha citato l’inesistente personaggio della fidanzatina di Euronymous e il fatto che il leader dei Mayhem si tagli i capelli prima di finire ammazzato (in realtà, ci spiega il Conte, l’operazione avvenne postmortem e a scopo autoptico giacché la vittima si era beccata una coltellata in testa). Si tratta però delle uniche cose inventate di sana pianta. Quanto al resto, la trama non solo attinge fedelmente alla contrastante aneddotica tramandata nelle varie interviste, in particolare quelle contenute nel libro di Moynihan e Søderlind da cui il film prende il titolo, ma è abbastanza squilibrata sulla versione di Vikernes, a partire dalla faccenda del taser con cui Euronymous avrebbe inteso far fuori il rivale. Il motivo, suppongo, è che era la versione più semplice da trasformare in una sceneggiatura coerente. Il guaio è che non viene spiegato in nessun momento perché il movimento creato da questi ragazzi sia diventato un fenomeno globale che ha travalicato i confini del metal per entrare nella cultura di massa, diventando di fatto il principale export culturale della Norvegia. La domanda è se e quanto si sia trattato di una scelta obbligata dalla mancata concessione dei diritti delle musiche da parte degli artisti interessati, domanda alla quale non so rispondere.

Che i protagonisti vengano mostrati come adolescenti casinisti e un po’ disturbati non mi ha irritato. È molto probabile, se non sicuro, che lo fossero. Ma sono anche stati dei geniali innovatori che hanno ispirato migliaia di musicisti in tutto il mondo dando vita a uno dei filoni più creativi e longevi della storia della nostra musica. Se questo aspetto salta del tutto, ciò che resta rischia di avvicinarsi al punto di vista della vecchia zia che, da ragazzi, ci diceva di trovare una brava figliola e smettere di ascoltare quei capelloni che facevano solo casino e ci avrebbero portato sulla cattiva strada. Per questo l’inserimento della fidanzata di Euronymous non è una semplice licenza poetica tanto per mettere un personaggio femminile ma finisce per trasformarsi in una letale coda moralista. Oystein Aarseth che, a fine pellicola, si rivolge allo spettatore dicendo più o meno “Sì, sarò morto a 25 anni ma ho inventato il black metal” per noi ha senso, ha tantissimo senso, ma per un profano (al quale è legittimo i Mayhem sembrino solo casino ma va pur spiegato che per parecchia gente quelle di Freezing Moon sono note sublimi) lui resterà un ragazzetto esaltato che aveva solo bisogno della suddetta brava figliola.

Un paio di miei sodali che hanno stroncato Lords of Chaos senza appello sono convinti che fosse esattamente questa la chiave di lettura che si voleva offrire. Potrebbero pure avere ragione ma, personalmente, non mi spingo così in là. Io ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un film exploitation con i metallari dentro, filosoficamente non lontano da certi nostri b-movie anni ’70 ispirati ai fatti di cronaca più truculenti. Perché, diciamo la verità, la cosa strana è che su una vicenda del genere un film sia stato fatto solo ora. Se lo si guarda da questo punto di vista, Lords of Chaos non è affatto male, anzi, per un’oretta – diciamo fino alla scena di Bard Faust che uccide l’omosessuale nel parco – funziona pure piuttosto bene, per poi perdere quota nella seconda parte tra eccessi di estetica videoclippara (ok che il settore di Akerlund è quello ma che diamine) e dispensabili siparietti sentimentali ed erotici (grotteschi i ripetuti amplessi di Varg con le fan).

Il film parte con ritmi altissimi che non riesce più a mantenere dopo il suicidio di Dead, che arriva infatti troppo presto ed è tra i momenti registicamente più efficaci insieme ai roghi delle chiese e ai due omicidi. Akerlund non risparmia il sangue e sa come girare un accoltellamento multiplo. Anche qua siamo in pieno territorio exploitation: le scene migliori sono quelle violente e la morale finale non si sa quanto sia voluta e quanto pretestuosa. Forse sarebbe bastato dedicare un po’ più di tempo al periodo della band con il cantante svedese (la tappa turca dello sventurato tour si sarebbe prestata bene, dati i toni da commedia nera di molte sequenze) e un po’ meno a Euronymous che amoreggia e Vikernes che scopa per dare un minimo di spazio all’aspetto musicale della faccenda e approfondire meglio i personaggi, tra i quali quello reso meglio, sia come ricostruzione che come recitazione, è forse proprio il Pelle Ohlin di Jack Kilmer. Anche per questo farlo fuori quasi subito azzoppa il film. Le caratterizzazioni e la dinamica delle interazioni che porteranno al redde rationem finale non sono peraltro così campate in aria, anzi, non sono per nulla lontane da come mi immaginavo da ragazzo fossero realmente gli adepti del “black circle”, un discorso che vale più per le figure secondarie che per i protagonisti (Snorre Blackthorn è praticamente perfetto). Quanto a questi ultimi, se Rory Culkin è abbastanza convincente nei panni di Euronymous, non si può dire lo stesso di Emory Cohen/Vikernes, che affronta il difficile cimento di interpretare il personaggio più complesso della storia mantenendo la stessa espressione immota per quasi tutto il film, senza contare che, per prestarsi meglio alla parte, qualche chilo poteva pure perderlo.

Condivido infine la critica di chi ha sostenuto che si poteva fare lo sforzo di doppiare gli attori in norvegese, giacché la sospensione di incredulità è un po’ messa alla prova dall’accento di New York. Qua Roberto, che ha odiato il film, mi direbbe che il target di Lords of Chaos, prodotto com’è dall’orribile Vice, sono gli hipster di Brooklyn che ascoltano i Wolves In The Throne Room. Non saprei. Da una parte ci sono dei ganci e dei riferimenti, non necessari all’economia della storia, comprensibili solo a noialtri della gioventù del male degli anni ’90™, che abbiamo iniziato a discutere animatamente di questo film settimane prima di riuscire a vederlo. Dall’altra Lords of Chaos è confezionato come un prodotto da intrattenimento puro, exploitation appunto. E sotto quest’ottica, lo confesso, non solo non mi sono scandalizzato ma mi sono pure divertito. (Ciccio Russo)

4 commenti leave one →
  1. vito permalink
    5 marzo 2019 06:08

    si poteva fare di meglio vista la tematica interessante ma a hoolywood sono i re Mida al contrario, qualsiasi argomento toccato diventa merda !

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  2. Arkady permalink
    5 marzo 2019 09:13

    Ok, ma dov’è che lo state trovando in streaming?

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  3. Il Poeta permalink
    7 marzo 2019 21:27

    Il film su Rimbaud e Verlaine esiste, si chiama Poeti dall’inferno e ci recita un giovane Leo Di Caprio nella parte di Rimbaud….

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