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Avere vent’anni: ‘Somewhere Out in Space’ o la definizione stessa di power metal

5 settembre 2017

Pur essendo sempre stato fanatico di certo power metal tetesco (avrei dato ogni goccia di sangue per Weikath e soci durante la mia adolescenza) ed avendo avuto Walls of Jericho e l’inumana performance vocale di Kai Hansen come quasi uniche certezze nella mia esistenza durante la seconda decade di vita, fui tra coloro che pensavano che il divorzio tra il riccioluto axeman mangia-crauti e la Zucca Malandrina fosse stata una mossa rischiosa per entrambi (soprattutto per gli Helloween). Voglio dire, i primi Gamma Ray sono fighi, anche col senno di oggi, mentre gli Helloween intrapresero una parabola discendente che li portò a sfornare album mediocri (Pink Bubbles Go Ape) e talvolta tragici (Chameleon) con Kiske prima, e altri godibili con Andi Deris poi (Master of the Rings e Time of the Oath).

Ma tornando ai Gamma Ray, dicevo che son fighi anche col senno di oggi per un motivo specifico: sono sempre stato cosciente del fatto che il cazzeggiare ed avere quell’attitudine allo scherzo sia parte integrante di una scena nata in un paese dove il 90% degli abitanti è totalmente privo di senso dell’umorismo e in compagnia di cui, nel migliore dei casi, ci si annoia. Ergo la disperata ricerca di un riscatto tramite vie artistiche. Ho in linea di massima apprezzato questa attitudine, seppure talvolta l’ho trovata un po’ forzata, ed in certe melodie e tematiche helloweeniane prima e gammarayiane poi risulta anche un po’ troppo evidente, a discapito della struttura tipica o della cazzimma di un genere che fa comunque della potenza, della velocità e della solidità ritmica il suo punto forte. 

Oppure, più semplicemente, quando ero adolescente mi prendevo troppo sul serio, come gran parte degli adolescenti, e quindi alle volte trovavo troppo dispersive le melodie allegre o i testi bonaccioni, pur amandone alla follia alcuni dei più tipici esempi, come i due Keeper of the Seven Keys. D’altronde, con tutto quel black metal con cui ci intossicavano ai tempi, era difficile trovare uno spiraglio per ridere di una scorreggia o un rutto, come invece facciamo volentieri e incolpevolmente oggi che siamo dei trentenni cinici e bastardi.

Heading for Tomorrow e Sigh No More furono piuttosto rappresentativi in tal senso, e tipici di una certa era. Insanity and Genius e Land of the Free li ho sempre apprezzati, soprattutto il secondo, cui riconoscevo una maggiore continuità e una tracklist formidabile, qualitativamente parlando. Ma è con Somewhere Out in Space che i nostri gettano la maschera e ci travolgono con una passata di metallo di una potenza rara e di una solidità senza precedenti. “Sostanza” è il sostantivo che viene subito in mente. La definizione stessa di power metal. C’è tutto: prendete lo spaventoso Dan Zimmermann, che con il semper fidelis Dirk Schlachter intesse un tappeto ritmico di puro acciaio inossidabile, senza mai perdere un colpo. Roba che ti spettina al primo ascolto. Non me ne vogliate, cari colleghi, ma questo è davvero un ulteriore salto di qualità e sembra porre rimedio a tutti gli aspetti sopra citati riguardo la dispersività in maniera definitiva. Senza cazzi né mazzi. Non c’è un pezzo che possa essere definito di transizione (a parte gli interludi, ovviamente). Certo, la melodia come tipico marchio di fabbrica di un genere e di un modo di intendere l’heavy metal sono sempre là. Perché snaturarsi, d’altronde?

Il fatto che poi Kai Hansen avesse ripreso completamente le redini tornando dietro al microfono già dal predecessore di SOIS conferisce ancora una volta all’operazione quel sapore di madeleine che fa contenti anche i più nostalgici di una certa epoca. Non che abbia nulla contro Ralf Scheepers, ma se proprio devo muovere una critica l’ho sempre trovato un po’ troppo freddo e perfetto con la sua timbrica da halfordiano di ferro. Kai Hansen fornisce una prestazione che magari non è quella esatta di Walls of Jericho (impossibile da replicare) ma che comunque aggiunge aggressività e contribuisce ad alzare l’asticella della pragmaticità di un disco che, guardiamoci in faccia, non ha praticamente difetti. (Piero Tola)

4 commenti leave one →
  1. pepato permalink
    5 settembre 2017 22:31

    (Fa ridere ogni volta leggere che “i tedeschi non hanno il senso dell’umorismo” e “con loro non ci si diverte”, che belli gli stereotipi, usati da chi non sa di cosa sta parlando: ho conosciuto una miriade di tedeschi, e con molti ci lavoro, che sono spiritosi, simpatici e fanno scassare dal ridere. No, bravi continuate così.)
    Sul disco nulla da dire che non abbiate già detto. È un capolavoro, con Kai Hansen al massimo della forma (ok, Walls of Jericho era un’altra cosa) che sputazza fiamme come un drago incazzato. Un ritmo furioso, nessun filler, melodie trascinanti verso gli abissi spaziali più meravigliosi che un adolescente possa immaginare. E già che c’era, ha dato un indizio degli Iron Savior (Watcher in the Sky) che stavano per nascere. Ho avuto Beyond the Black Hole come suoneria del mio primo cellulare.

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    • 6 settembre 2017 09:14

      non vorrei fare il portavoce di piero, ma lui abita a cracovia da anni e i tedeschi li frequenta su base regolare. va bene non essere d’accordo con lui, ma dire che ‘non sa di cosa sta parlando’ proprio no.

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    • Piero Tola permalink
      6 settembre 2017 09:29

      come dice Trainspotting, la presenza tetesca e’ piuttosto importante qua, tanto che la Polonia e’ il secondo paese in Europa con il maggior numero di teteschi. Senza contare che la Slesia e’ una regione che si identifica fortemente con la cultura germanica, tanto da avere ambizioni indipendentiste. Proprio come a te, e’ capitato spesso anche a me di lavorarci assieme. Ribadisco: impagabili dal punto di vista professionale (altro “stereotipo”, se vuoi) ma per il resto non sono proprio i miei compagni preferiti per una serata. Poi, a ciascuno il suo…

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  1. Avere vent’anni: ‘Somewhere Out in Space’ o la dichiarazione d’orgoglio del power metal | Metal Skunk

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