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ENSLAVED / NE OBLIVISCARIS @Traffic, Roma, 27.10.2016

31 ottobre 2016

enslaved-2015

Charles: Oh, che ci state a fare ancora qui? Entrate che gli australiani hanno già attaccato! ci dicono gli amici del Traffic appena ci vedono arrivare e perderci in chiacchiere con gli astanti. Cari amici del Traffic, avete ragione, ma abbiamo impiegato anni a costruirci una solida nomea da cazzeggiatori che adesso non possiamo deludere le aspettative. Insomma, gli australiani attaccano potentemente e io sono proprio dove vorrei essere, cioè sono in quella che verrà ricordata come la serata in cui Ne Obliviscaris ed Enslaved spiegarono al pubblico romano il concetto di ‘superiorità’. Scoprii i Ne Obliviscaris ai tempi del loro primo full e già da allora, come anche ai tempi del successivo Citadel, non mi era possibile farne un discorso senza citare necessariamente gli Enslaved in riferimento a quel concetto di ‘superiorità’ di cui sopra. E nemmeno una gigantesca e spaventosa prestazione live dei norvegesi riuscirà, ripensandoci a mente fredda, a mettere in ombra quanto fatto dagli australiani stasera. La loro proposta musicale è complessa ma francamente non avevo alcun dubbio circa la resa dal vivo di oggi, cioè ero sicuro, come poi ci hanno dimostrato, che avrebbero trovato la giusta chiave per rendere sul palco al massimo dell’efficacia concepibile ed umanamente raggiungibile. Paragonabili a nessun altro, dicevo in una qualche recensione tempo fa e ribadisco a un amico stasera, questa roba qui la fanno solo loro, i Ne Obliviscaris di oggi aprono per gli Enslaved, un domani apriranno i festival europei. Scommettiamo?

enslaved

Ciccio Russo: Il contesto migliore possibile per vedere gli Enslaved dal vivo era stato probabilmente il Roadburn dello scorso anno, quando i norvegesi si esibirono in due set distinti che consentirono loro di esplorare a dovere una discografia ricchissima e ispirata che a oggi li rende un unicum assoluto nel panorama heavy metal attuale: in continua evoluzione e sempre originali e inclassificabili. Davvero, io non ho la minima idea di come facciano gli Enslaved a mettersi d’accordo su una scaletta di soli dieci pezzi (due dei quali obbligatori estratti dal nuovo In Times) senza che finisca in rissa. D’altro canto, solo loro possono permettersi di estasiare il pubblico pur tralasciando totalmente album monumentali come Eld e Isa, la cui title-track viene richiesta a gran voce dai presenti. È tutto perfetto, come sempre. Un Grutle gioviale e sorridente, da sempre vicino di casa ideale, ricorda che è da oltre vent’anni che mancavano da Roma, precisamente da quando si esibirono al Frontiera, all’epoca – quando ancora non mi ero trasferito nella Capitale – sede favorita per i concerti heavy metal, poi chiusa all’approssimarsi del nuovo millennio. Un tizio tra le prime file afferma di esserci stato e il cantante va a stringergli la mano. Fa impressione pensare quanto all’epoca gli Enslaved fossero un gruppo completamente diverso, per quanto già assolutamente peculiare rispetto al resto della scena black norvegese, e non certo solo per non aver mai fatto parte di quel teatrino di dichiarazioni a effetto e episodi di cronaca nera che ancor oggi, in qualsivoglia tavolata, fornisce aneddoti in grado di risollevare la conversazione dal torpore. La setlist degli Enslaved è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita. The Watcher, accolta da un boato.  La furia vichinga di Fenris seguita dai nove minuti e passa di The Crossing, dal sottovalutato Below The Lights, quando gli Enslaved non avevano ancora riguadagnato lo status di culto del quale giustamente godono ora più che mai, semplicemente perché all’epoca per lo scribacchino medio (e mi ci metto anche io) era faticoso anche giusto capire dove volessero andare a parare. Ovvero, al conferire un nuovo senso, nitido e inedito, a paroloni come “avantgarde scandinavo” e “progressive metal” (Grutle coglie pure l’occasione per esprimere il suo amore per il Banco del Mutuo Soccorso), dietro i quali sovente si nasconde solo pretenziosità, non un’urgenza creativa rutilante e imprevedibile come quella di una band che si è confermata anche questa sera, scusate se mi ripeto, unica al mondo. Quando veniamo congedati con la primordiale Allfǫðr Oðinn l’unica cosa certa è il rammarico perché lo show non possa essere durato almeno il triplo.

Scaletta:

Roots of the Mountain
Ruun
The Watcher
Building With Fire
Ethica Odini
Fenris
The Crossing
Ground
One Thousand Years of Rain
Allfǫðr Oðinn

9 commenti leave one →
  1. 2 novembre 2016 11:41

    1) Sono arrivato tardi per gli Oceans of Slumber: sono stati così tremendi da non meritare menzione?
    2) Forse ho avvistato Ciccio Russo con la maglietta degli Slayer quella sera.. conferma? :)

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  2. Stefano Paladini permalink
    2 novembre 2016 22:11

    ve ne sento parlare da decenni e non mi sono ancora convinto ad ascoltarli, più che altro non so da dove partire, siate generosi con i consigli!

    Liked by 1 persona

    • 2 novembre 2016 23:41

      Non è semplice, sono cambiati sempre, come i Voivod. Frost ed Eld sono dei capolavori imprescindibili del black metal norvegese ma poi sono diventati una cosa diversissima e in continua evoluzione. Ti consiglierei di spendere un po’ di tempo su youtube e ascoltarti uno o due pezzi a disco.

      Mi piace

      • Stefano Paladini permalink
        3 novembre 2016 14:21

        e youtube sia..grazie ciccio!

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    • weareblind permalink
      4 novembre 2016 19:15

      Pensa, pure io!

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  3. Pepato permalink
    4 novembre 2016 17:55

    Di band extreme-prog con il violino ci sono anche i polacchi Indukti, li conoscete?

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