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“… of Frost and Fire” – ENSLAVED @The Dome, Londra, 17.03.16

19 marzo 2016

SkuggsjaA prima vista, leggendo la presentazione del concerto di stasera, sembrerebbe strano che proprio gli Enslaved – forse l’unico tra i gruppi fondanti della scena norvegese che non solo è uscito vivo dagli anni ’90 ma ha trovato una vera seconda giovinezza creativa nel terzo millennio – siano saltati sul carrozzone passatista dei live incentrati solo su pezzi o album “storici”. Sono operazioni che mi lasciano sempre un po’ perplesso. Al di là del piacere epidermico da fan della prima ora, ci vedo sempre un’ammissione implicita di fallimento – come dire, “Ok, siamo ancora in giro nonostante tutto ma diciamocelo, non ci regge più la pompa come tot anni fa”. In realtà la questione qua è un po’ più complicata, dato che “… of Frost and Fire” è solo l’atto di apertura di una tre giorni organizzata dall’associazione By Norse per celebrare al contempo i 25 anni di attività degli Enslaved e i 200 anni della Costituzione norvegese – partecipano a vario titolo Einar Selvik coi Wardruna, Gaahl, Costin Chioreanu e Ivar Bjornson solista col progetto Bardspec, ma ovviamente il pezzo forte sono proprio gli Enslaved, che per l’occasione suonano per tre sere consecutive in locali diversi e con scalette spezzate cronologicamente a coprire l’intero arco della loro carriera.

Stasera tocca appunto agli esordi, e, non potendo purtroppo seguire tutte e tre le serate, decido di buttarmi deciso sulla nostalgia canaglia e arrivo a Tufnell Park in largo anticipo, giusto in tempo per gustare il colpo d’occhio tra la disciplinatissima fila di ultratrentenni nerovestiti davanti al Dome e il festival del disagio umano che staziona di fronte al pub di fianco – anche il più sudicio fan dei Goatwhore verrebbe messo in difficoltà da una congrega di cinquantenni working class decise a celebrare San Patrizio con tutti i crismi vomitandosi sulle tette alle 7 di sera. Lasciati i britannici alle loro miserie, giro d’obbligo al banchetto del merchandise e un paio di birre per ingannare l’attesa. Che l’evento non sia solo un concerto ma una sorta di manifestazione di orgoglio nazionale lo si nota anche dalla quantità di norvegesi presenti (parecchi sembrano anche estranei al genere e abbastanza spaesati in mezzo a sto mare di barbe e cuoio) e dall’organizzazione perfetta della serata. 

I Vulture Industries attaccano puntualissimi davanti a una sala ancora semivuota. Ammetto di essere partito prevenuto, dato che in media ormai sotto l’etichetta “avantgarde” è passata tanta di quella merda che al solo sentire la parola metto mano alla pistola. Invece tutto sommato si fanno apprezzare, hanno comunque un suono abbastanza personale e dimostrano di saper tener bene il palco buttando giù cinquanta minuti di prog metal sui generis, ombroso, teatrale e tirato. Il cantante (un improbabile sosia di Carlo Lucarelli in giacchetta di velluto e farfallino) a tratti chiede un po’ troppo alle proprie corde vocali ma compensa con tonnellate d’entusiasmo e riesce a estorcere un soffertissimo accenno di headbanging perfino a Gaahl, che si aggira fra il pubblico con l’inimitabile faccia di legno che l’ha reso famoso al tempo delle scampagnate infernali coi giornalisti di Vice. Promossi per l’impegno.

Dopo il cambio di palco più veloce a cui abbia mai assistito, nel buio totale partono le note dell’intro di 793 (Slaget om Lindisfarne) e basta meno di un minuto per farmi regredire di colpo all’adolescenza. Non ci sta un cazzo da fare, per quanto ami gli ultimi album degli Enslaved, si tratta comunque di un amore ragionato, adulto, di testa. Qui invece la botta è tutta emotiva – come promesso, il set gira esclusivamente sui primi quattro album (con ben due ripescaggi da Hordanes Land) ed è un sunto di come tutto il viking metal suonerebbe in un mondo ideale in cui Finntroll, Ensiferum ed abominii del genere non sono mai esistiti – armonie secche ed essenziali come una piattonata in faccia e pezzi di quindici minuti che sembrano durarne cinque, muri di suono implacabili nelle parti veloci e un groove assassino in quelle più lente, giusto per ribadire che la Vera Vita Vichinga non era tutta razzie, grigliate e allegre bevute ma piuttosto un’esistenza grama strappata con le unghie a una terra tanto maestosa quanto ostileWP_20160317_013, tra fatica bestiale, fame, violenza e morte precoce, e comunque pure se per culo riuscivi ad imbucarti nel Valhalla ti diceva male, tanto alla fine dei tempi il Male avrebbe prevalso e l’universo intero sarebbe arso nelle fiamme di Surtr e quindi vedi dove te le puoi ficcare le cornamuse. Che altro devo dire? Venticinque anni di esperienza si vedono: Ivar suona tutto il concerto piantato come un pilastro in un angolo in ombra, Grutle Kjellson è il parente buzzurro e adorabile che tutti vorremmo avere, cazzeggia, scherza, fa le facce buffe e introduce Heimdallr citando i Monty Python, e tra tutti e cinque mostrano non solo di saper stare su un palco ma di saperci stare divertendosi. Suoni grossi e impastati il giusto, un’ora e mezza senza pietà alcuna, Fenris e una versione abbreviata e blastona di Slaget i Skogen Bortenfor ai bis, e tutti a casa. Se quella della nostalgia canaglia è una carta truccata, gli Enslaved la servono con un sorriso e una pacca sulla spalla, e io sono felicissimo di farmi spennare così. Sulla metro durante il viaggio di ritorno attacco a parlare con un tipo di impiegato del catasto occhialuto sulla cinquantina, sudatissimo e felice nella sua felpa originale di Eld – dice che all’inizio aveva in programma di farsi tutte e tre le serate, ma dopo stasera forse ha cambiato idea perché preferisce ricordarseli così. Un po’ lo capisco.

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