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SPIRITUAL BEGGARS – Sunrise To Sundown

13 maggio 2016

spirNon sono particolarmente appassionato di rock anni ’70, sia in purezza che in una delle sue declinazioni o commistioni più moderne, lo stoner. Cioè, del famoso trio cardine dell’epoca mi piacciono i Deep Purple, mi piaciucchiano i Led Zeppelin e ovviamente mi piacciono i Black Sabbath, però diciamo che le mie personalissime radici musicali non partono da lì ma relativamente più tardi, nello specifico dagli Iron Maiden.

Mi spiego meglio: non avendo avuto modo, per tutta una serie di ragioni, di cominciare a crescere musicalmente ascoltando i gruppi dei favolosi ’70 per poi passare al metal e alla musica più dura, ho fatto il percorso inverso, ovvero ho cominciato con gli Iron Maiden e poi, per pura curiosità, sono andato a ritrovarmi i vari gruppi che dicevo più altri, tipo i vari Queen, Ac/Dc, Thin Lizzy, Ufo, Rainbow e blablabla. Qualcosa di Jimi Hendrix ma giusto perché suono la chitarra (e comunque non che ne abbia mai subito chissà quanto il fascino). Tutta la fase del primo rock inglese venato di blues, tipo i Cream per intenderci, l’ho praticamente saltata a piè pari, ché il blues mi fa di base piuttosto cagare, pur con qualche sporadica eccezione.
Quindi, direte, per quale accidenti di motivo ti sei ascoltato l’ultimo degli Spiritual Beggars? Che dire, è capitato per caso: girando su youtube mi sono imbattuto nel video del primo singolo, Sunrise To Sundown, che dà anche il titolo all’album, l’ho trovato non male e ho finito per ascoltare l’album completo, che peraltro tengo in macchina da qualche tempo. Oddio, a essere sincero ero pure curioso di sentire Michael Amott, che apprezzo parecchio perché mi piace come suona, mi piace il gusto negli assoli, il tocco, mi piace che non si sbrodoli addosso con fantastiliardi di note quando non serve (posto che comunque non ne sarebbe in grado, ma non è quello il punto), mi piace l’uso che fa del wah, assai espressivo. Mi piace molto anche quando gli Arch Enemy fanno cagare salmone selvaggio, cioè da circa tre lustri a questa parte. Mi piace anche la Flying V, magari prima o poi ne predo una, così, a sfregio. Bianca coi segnatasti a blocchi, se la trovo.

Tirando le somme, direi che Sunrise To Sundown non è male, anzi, la prima metà dell’album è bellina assai, diciamo fino a Still Hunter compresa, e anche la seguente No Man’s Land prende bene. Poi cala un poco e si riprende verso l’ultimo pezzo, Southern Star, che è bello cadenzato e chiude bene un disco che alla fine è ben suonato, prodotto secondo i canoni del genere e sostanzialmente carino se siete ascoltatori occasionali, magari buono se vi piacciono la sonorità retrò di una quarantina d’anni fa e rotti. Fate voi. (Cesare Carrozzi)

4 commenti leave one →
  1. 13 maggio 2016 17:21

    Primo disco dei Beggars che ascolto in vita mia, consigliato da svariati amici. Alla fine l’ho trovato molto gradevole nel suo essere retrò e derivativo al 100%. Non inventano niente ma sanno come omaggiare chi l’ha fatto. Uno neo, la produzione un po’ impastata e opaca, ma immagino sia voluto per aumentare l’effetto “disco dell’epoca”. Lo promuovo senza troppi problemi.

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  2. 13 maggio 2016 23:54

    Il blues ti fa cagare, però i Deep Purple e Malmsteen ti piacciono. Non serve altro.

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  3. sergente kabukiman permalink
    15 maggio 2016 12:19

    dopo l’abbandono di jb e spice( entrambi cantanti, molto diversi tra loro ma favolosi in ugual misura) ho perso interesse per questa band che ho adorato fino a demons

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