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Make Pescara great again: TUBE CULT FEST 2016

11 aprile 2016

Il vostro affezionatissimo torna anche quest’anno al Tube Cult Fest, il festivalino pescarese concepito come un Roadburn in piccolo che si sviluppa in due pub adiacenti, l’Orange e il Maze. Il nome di richiamo di questa edizione sono gli Ufomammut, che causeranno il tutto esaurito durante il secondo giorno, anche se con nomi come Behold! The Monolith e Isaak sarebbe valsa la pena di venire anche senza il trio di Tortona. In realtà il Tube Cult, più che per i nomi coinvolti, merita per l’atmosfera raccolta e crepuscolare che riesce a creare, grazie soprattutto alla passione degli organizzatori ma anche all’udienza, che spesso si sobbarca centinaia di chilometri per essere presente. Quest’anno tra il pubblico ho notato meno spettatori casuali: l’anno scorso c’era gente che sembrava davvero capitata per caso, senza mai avere sentito un disco dei Black Sabbath in vita propria. L’edizione 2016 invece raccoglie solo gli aficionados del genere e dintorni, a partire dal mitico CINGHIALOTTU, ormai mascotte ufficiosa dell’evento anche se tallonato a breve distanza da un pucciosissimo chihuahua che è rimasto sempre fuori insieme al suo padrone e che per entrambe le serate è stato impegnatissimo a prendersi le coccole da tutti noi seguaci del Capro.

Il primo gruppo che riusciamo a vedere sono gli ISAAK, uno dei migliori gruppi stoner mai usciti dal territorio italiano nonché vecchia conoscenza dei tizi di Metal Skunk, che li beccano sempre in compagnia degli Ufomammut (vedi qui e qui). Il quartetto genovese sembra essere perfettamente a proprio agio e, nei quaranta minuti a disposizione, asfalta l’Orange con tutta la tranquillità di chi è sicuro dei propri mezzi. Sugli scudi i pezzi dell’ultimo Sermonize, accolto con favore unanime. Ora attendiamo di vederli da headliner da qualche parte, anche senza aspettare il prossimo disco.

Subito dopo è il turno dei CHRCH, gruppo californiano con un solo disco all’attivo, Unanswered Hymns, tre pezzi da mediamente un quarto d’ora ciascuno, con una donna ad evocare il Demonio dietro al microfono. Non li avevo mai sentiti, e sono stati la più grande sorpresa del festival. La cappa di claustrofobia ed oppressione che riescono ad evocare – e perdonate se uso di nuovo questo termine ma davvero non ce n’è uno migliore – è la prima vera botta emotiva del Tube Cult, con riverberi infiniti, distorsioni sottoterra, ritmi esasperantemente lenti e le urla lancinanti della cantante a contorcerti le budella.

Passiamo dal Maze per dare un’occhiata all’esibizione di DIEGO DEADMAN POTRON, che il volantino del Tube Cult definisce un “un brutto ceffo di Milano”; effettivamente a primo impatto non si può non concordare, anche a causa del putrido stoner blues che il Nostro suona, tutto da solo, sul palco. Con le mani imbraccia una chitarra e coi piedi suona la batteria, riuscendo ad imbastire un’atmosfera da palude marcia della Louisiana con le zanzare che ti si appiccicano sulla faccia imperlata di sudore e il cadavere ghignante di Robert Johnson che ti guarda fisso e vacuo mentre galleggia nell’acqua stagnante. Tutto molto bohemien, anche troppo, visto che l’esibizione attira gran parte del pubblico del festival rendendo così impossibile la visione diretta del concerto. Il Maze infatti è un minuscolo pub con il pavimento in pendenza da due lati, e il palco è posto più in basso rispetto all’entrata. Certo che una specie di pedana per rialzare il palco la si potrebbe anche organizzare, non so, anche perché l’idea di non vedere un cazzo è molto affascinante ma alla lunga finisce che il più delle volte il Maze neanche lo prendi in considerazione. Però ripeto, tutto molto affascinante. 

Torniamo all’Orange per gli headliner della serata, i BEHOLD! THE MONOLITH. Su disco non li ho mai apprezzati, ma dal vivo i vari cambi di tempo e di stile che si susseguono all’interno dei pezzi funzionano molto meglio. Il quartetto losangelino in un certo senso si diverte, e ci divertiamo anche noi. Di sicuro è la proposta più metallara tra quelle sentite stasera, e a questo punto della serata è bello lasciarsi prendere dalla botta. Ho riprovato a sentire i loro dischi dopo il concerto ma niente, credo proprio che per apprezzarli di nuovo dovrò rivederli dal vivo.

Il secondo giorno ci alziamo ad un orario improbabile a causa dello sfondamento del giorno prima e decidiamo di fare un giro per Pescara, giusto per non sentirci in colpa di essere venuti qui per poi non sapere neanche il nome della piazza principale. Nome che peraltro al momento non mi sovviene, ma fonti certe mi assicurano che in quella stessa piazza, in una puntata di oltre vent’anni fa del Karaoke di Fiorello, un tizio si è buttato da un palazzo durante la trasmissione. Così va la vita. Noi comunque siamo veri manowar e sfidiamo il senso di deboscio per fare un giro turistico; ovviamente il tempo fa schifo e c’è un vento freddo e umido che rende la passeggiata sul lungomare un vero bijoux. L’importante è però mettersi a posto con la coscienza, anche perché stasera torniamo al Signore delle Pecore, luogo di catarsi e cupio dissolvi gastrico che ormai è parte integrante dell’esperienza del festival.

Il primo gruppo del sabato sono i milanesi MY HOME ON TREES, che abbiamo visto mentre aspettavamo che arrivassero gli arrosticini. Il Signore delle Pecore è a 100 metri dall’Orange, quindi abbiamo fatto in tempo a venire a vederli dato che avremmo dovuto aspettare più di mezz’ora per mangiare. Mi sono sembrati simpatici, psichedelici il giusto, ma ancora troppo acerbi. Un’ottima esperienza formativa per gruppi di questo genere sarebbe fare un annetto di esperienza romana e passare le serate al Sinister Noise. Quanto mi manca il Sinister Noise, porca puttana. Ad ogni modo il quartetto milanese mi sembra non spinga più di tanto, ma probabilmente è solo un po’ di inesperienza. O forse la fame che avevo in quel momento.

Subito dopo è il turno dei DUEL, che abbiamo visto a pancia piena e quindi molto più ben disposti verso tutto ciò che è altro da noi. Loro vengono da Austin e sono prodotti dalla Heavy Psych Sounds, l’etichetta di Gabriele dei Black Rainbows. Fanno stoner classico da viaggio in macchina nel sud degli Stati Uniti col sole che tramonta alle spalle, quello che era tornato alla ribalta coi Red Fang. Molto, molto carini e molto, molto convincenti dal vivo. JU CINGHIALOTTU è scatenato, ha abbandonato la sua classica posizione incagnata e si lascia possedere dal demone della danza; c’è chi ha avanzato l’ipotesi che quello fosse l’effetto della stagione degli amori, e che quindi il nostro idolo si stesse mettendo in mostra per attirare una femmina. Comunque sia, si può dire che i Duel sono CINGHIALOTTU APPROVED.

Facciamo un salto al Maze per FABIO CUOMO, che dal nome sembra un neomelodico napoletano di quelli che mettono i manifesti per strada col maglioncino azzurro quando vanno a cantare a una prima comunione a Casoria. La prima cosa che notiamo entrando è JU CINGHIALOTTU che va via con la faccia disgustata. Più che disgusto è un’espressione interdetta come se stesse pensando “Mah… e chi jè quista cosa, io nun gabishco, camadò, freghete”, e infatti l’esibizione consta del solo Cuomo che suona un pianoforte con un’acustica tremenda e delle immagini da National Geographic sul muro. Ci sta che al Cinghialottu non piaccia, non mi pare sia proprio nel personaggio. Comunque è troppo presto per un concerto del genere, che secondo me potrebbe riscuotere molto più successo se piazzato come aftershow con i pochi rimasti che sono abbastanza devastati da riuscire ad entrare nel mood.

Gli ungheresi STEREOCHRIST (che per tutta la serata continuerò a chiamare COMBICHRIST) sono il gruppo più testosteronico della due giorni. Suonano tipo i Down, con tanto di pose hardcoreggianti del cantante, un energumeno pelato coi baffi alla Mastro Lindo. Non sembrano male, però sono un po’ troppo monocordi per i miei gusti. Bene ma non benissimo, diciamo. Inoltre qualcuno dovrebbe spiegare a Mastro Lindo che ad un festival del genere la gente va per sfattonare e onorare il Capro, non per pogare e fare le facce truci stile lottatore di wrestling anni ottanta.

I SUNSET IN THE 12TH HOUSE sono un progetto parallelo di Dordeduh/Negura Bunget, e dunque, spinti dalla curiosità, io e la mia compagna di merende prendiamo posto con largo anticipo nelle prime file del Maze. Iniziano a suonare e sembra tutto ok; molto atmosferico, molto sognante, molto post-qualcosa, e nel contesto del Tube Cult ci sta a pennello. Appena il cantante si avvicina al microfono però parte una specie di belato agonizzante, come se avessero appena azzoppato una pecora zombie di Black Sheep. Il tizio davanti a noi si gira e se ne va nel preciso istante in cui quello comincia a cantare, con una naturalezza estrema; come a dire: che altro dovrei fare? Col passare dei minuti la voce migliora, anche per merito del fonico, ma la musica, purtroppo, peggiora. Ho poi ascoltato il loro debutto Mozaik, ma non c’è proprio nulla da fare. E no, non mi piacciono neanche Durdeduh e Negura Bunget; ho provato plurime volte a farmeli piacere ma niente. Quindi magari è un problema mio.

Sugli UFOMAMMUT non c’è rimasto molto da dire, oltre a quello che su questi lidi abbiamo sempre detto su di loro. Ci si aspettava un’esperienza ai limiti del mistico, e così è. Nell’oretta di concerto i piemontesi asfaltano un Orange al limite della capienza, e si confermano una delle cose più belle mai uscite dalla nostra Penisola, non solo nell’ambito del loro genere. Oretta che peraltro vola via come se niente fosse, tanto che appena tutto finisce ci guardiamo in faccia con la stessa espressione di quando finisce una puntata di una serie tv e pensiamo: “Beh? Già finito? E ora cosa succede?”.

Tecnicamente non sarebbe tutto finito, dato che la domenica c’è il cosiddetto Postcult, in un altro pub, con i soli Le Scimmie e ?Alos a occupare il palco. Noi però domenica pomeriggio leviamo le tende, perché la vita è infame e non ci lascia un attimo libero. Come sempre un ringraziamento va a Davide Straccione per aver organizzato questa cosa bellissima, e a tutti quelli che hanno contribuito a renderla ancora più bellissima. Ci si rivede fra un anno esatto.

2 commenti leave one →
  1. sergente kabukiman permalink
    12 aprile 2016 18:06

    considerando i miei gusti probabilmente avrei apprezzato di più il primo giorno rispetto al secondo a cui ho presenziato, ma i duel e sopratutto gli ufomammut( mi fischia ancora l’orecchio sinistro che stava TROPPO vicino alle casse, infiammazione del nervo mi ha detto il dottore, ovviamente ne vado fierissimo) sono stati davvero assurdi. fabio cuomo sono andato a vederlo con grande curiosità, ma mi sono sbracciato tra le spalle e le teste girate per vedere…due spalle e una testa girata. inoltre l’ho beccato verso la fine e mi pareva musica da matrimonio. nonostante i volumi da galera e i super arrosticini, per me il tube cult ha preso la giusta direzione nel momento in cui mi hanno fatto vedere il mitico CINGHIALOTTU

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