GOAT – Commune (Rocket Recordings)

GOAT - CommuneIl difficile secondo album, una faccenda notoriamente complessa un po’ per tutti. Per gli svedesi del voodoo poi ci sono aspettative alte, un genere inclassificabile e nessun pubblico di riferimento ben definito da dover soddisfare. Mentre spingo play non so davvero cosa aspettarmi. “La band non ha inciso un (nome primo disco) parte II” è la più tipica delle considerazioni che si legge riguardo i secondi album. La formula è di per sé ambigua in quanto non contiene alcun valore intrinseco, è un po’ il trionfo del cerchiobottismo della critica musicale vecchia scuola. L’ho sempre interpretato come: il disco non pare granchè, forse è un po’ diverso, forse potrebbe deludere, forse ci hanno provato e forse boh… Tanto per dissipare subito ogni dubbio, non è questo il caso dei Goat. Commune è in tutto e per tutto un World Music capitolo secondo. La contiguità fra i due lavori è esplicita e riguarda sia aspetti di forma che di contenuto. Come il precedente disco, Commune mantiene una struttura circolare (inizio e fine sono speculari), le capre sono ancora presenti nei titoli così come gli occasionali intermezzi parlati spirituali e tutta una serie di accessori con i quali si è già avuto modo di familiarizzare. Dal punto di vista della sostanza vale lo stesso discorso, con una fondamentale differenza però: tutti gli elementi che componevano il suono del primo album sono riproposti e portati ad un nuovo livello.

Commune è un World Music in realtà aumentata. Dove prima c’era psichedelia ora ce n’è molta di più, il wah-wah in precedenza abbastanza defilato diviene qui occasionalmente padrone assoluto. Tutto è spinto un passo più avanti: le ritmiche dance, il tribalismo sbroccato e anche i riff da kebabbari (raffinata espressione in uso fra i metal skunkers per definire cose dal sapore vagamente mediorientale). La costruzione poi è perfetta, ci vogliono quattro brani prima di arrivare a quelli che sono i due potenziali singoli (Goatchild e Goatslaves) ma la progressione è impeccabile, così come il ripiegamento discendente che forma la seconda parte e va a chiudere il cerchio nel fuoco. Il risultato, a questo punto si sarà capito, è una figata totale. Sezioni super immersive si alternano ad altre parti in cui è davvero difficile non alzarsi per far muovere il culo. Confusione e riflessione, pancia e testa, il coinvolgimento è davvero totale e su livelli molteplici. Siamo in zona rossa disco dell’anno.

I Goat non sono alla tv, al Festivalbar o da nessuna altra parte e voi, fortunati lettori di Metal Skunk, siete tra i pochi ad avere il privilegio di sapere davvero cosa è fico o no a questo mondo. E se tra qualche mese saranno il gruppo preferito di orde di hipster con i baffi in stile Bava-Beccaris, voi potrete dire che già li ascoltavate da un pezzo e potrete guardare chiunque con aristocratico disprezzo. Pare una cazzata ma alle volte è una cosa importante.

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