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All’ombra della bomba: FLOWER TRAVELLIN’ BAND – Satori (1971)

15 aprile 2016

FTB

Lo scenario è più o meno il seguente: lo scorso aprile io e il Conte ci stavamo brevemente rifocillando nel bar sotto al Patronato nella vecchia Tilburg. Tra una birra e una patata fritta dalle casse comincia ad uscire ‘sta musica e io devo assolutamente sapere di cosa si tratti, perché anche ascoltata così distrattamente sembra una figata atomica, sento che è imperativo non farsela sfuggire o dimenticarsene. Mi piazzo sotto la cassa e, in spregio a roaming e costi da rapina, apro la connessione dati e faccio partire Shazam. Il radar blu inizia girare e alla fine sputa la risposta sul display: Satori Pt II – Flower Travellin’ Band. Bene, cioè boh, chiudo tutto in fretta e torno a concentrami sull’offerta calorica presente sul tavolo. Qualche giorno dopo, tornato a casa, con l’aiuto del benedetto internet e ripreso in mano un libro che avevo sulla libreria ma non avevo letto a fondo, ho avuto modo di informarmi meglio su quello che mi aveva tanto colpito. La band è giapponese, il brano fa parte di Satori un album uscito nel 1971 che è considerato pezzo tra i più fondamentali di sempre per il rock del sol levante. Julian Cope l’autore di Japrocksampler (il libro di cui parlavo prima) definisce il lavoro un all time epic, io è circa un anno che lo ascolto e lo potrei portare come classico esempio che serve a confutare quella tesi che vuole che quando un qualcosa è avanti, rimane avanti per sempre. Nei secoli dei secoli e amen. Nel momento in cui venne registrato la band era già attiva da qualche anno con (inizialmente solo come Flower ed uno stile più vicino al sound hippie californiano) ma sia il monicker che lo stile cambiarono dopo che il cantante/manager Yuya Uchida ebbe modo di girare l’Europa e vedere dal vivo Hendrix, gli Zeppelin e assistere alla genesi del sound più ruvido. Al ritorno in Giappone Uchida conosce anche Akira “Joe” Yamanaka, un tizio di Yokohama con un’assurda capigliatura afro e un’estensione vocale che manco Albano Carrisi, in breve tempo decide di cedergli il posto di cantante per dedicarsi solo al ruolo manageriale e di direzione artistica della band.

ftb1Il primo album a nome Flower Travellin’ Band si intitola Anywhere ed ha un po’ la funzione di biglietto da visita. La band non ha ancora brani propri ma il manager è talmente ansioso di far uscire qualcosa che gli fa incidere un album di cover. Ci sono dentro gli Animals, i King Crimson e pure una versione di Black Sabbath, il cui originale era stato inciso appena l’anno prima (i Church of Misery trenta anni prima insomma). Il disco ha i suoi momenti, come anche Made in Japan (1972), ma tutte le loro varie release escono ridimensionate dal confronto con il capolavoro del 1971. Satori afferma il suo essere avanti fin dalla copertina, il concept grafico è pressoché identico a quello che fa oggi uno degli illustratori più in voga quale David D’Andrea, il corpo come una porta verso l’infinito illustra con chiarezza il preludio al trip totale dell’album. Satori è il suono della libertà compositiva è assoluta, è proto-metal suonato dalla generazione del dopobomba. Le strutture della canzone tradizionale sono mandate al macero, niente ABAB o simili. In un contesto del genere anche i titoli divengono obsoleti, bastano i numeri romani. La band fa il cazzo che gli pare e tutto è costantemente fuori controllo ma al contempo perfettamente funzionale a fare uscire solo il meglio. Anche la presenza di un urlatore assurdo come Yamanaka è tenuta a freno, un dominatore naturale che sembra volersi eclissare pur di non intaccare l’equilibrio complessivo. Ci si dovrebbe pure soffermare sulle elevate abilità dei musicisti coinvolti ma la realtà è che tutto passa in secondo piano rispetto al lavoro della chitarra. Hideki Ishima reinterpreta il paradigma del r’n’r in maniera sua e soltanto sua, un suono mostruoso che relega la naturale matrice blues in un angolo e la sostituisce con suggestioni orientali che però non sono quelle del paese di appartenenza. Una band completamente slegata da qualsiasi contesto ma imbevuta dello spirito del tempo. Oggi abbiamo gli OM o i Goat, ma sia quello che fanno Cisneros o gli svedesi del voodoo, pur nell’eccellenza assoluta, risulta in qualche maniera una forma più controllata in confronto al quel dominio assoluto dell’emisfero sinistro che è Satori. Se il sound di questo album è rimasto unico e non ha fatto proseliti è perché sostanzialmente irriproducibile; e a distanza di quarantacinque anni risulta complesso trovare titoli che possano essere utilizzati come reale metro di paragone. Considerazione più generale, chissà quanta roba incredibile che non abbiamo mai ascoltato è sugli scaffali che aspetta. Non vi preoccupate belli, stiamo venendo a prendervi.

 

5 commenti leave one →
  1. sergente kabukiman permalink
    18 aprile 2016 21:30

    una di quelle band che stanno nella lista del “sembrano promettere bene ma non so da dove cominciare), grazie!

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  2. Ranx permalink
    19 aprile 2016 21:15

    Disco della madonna, ieri sera sono andato a controllare nella collezione del mio vecchio (più avvezzo di me a queste sonorità emiglio conoscitore del periodo storico) e c’era. Me ne sono impossessato e credo passerù parecchio nei prossimi giorni.
    P.S. Hai ragione sulla copertina, ho una t-shirt di D’Andrea che in effetti lo ricorda molto (non solo lo stile, proprio il tipo di figura)

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  3. 21 aprile 2016 13:27

    devo dire che mi hai stuzzicato parecchio, ma purtroppo non riesco a trovare nulla in streaming, nemmeno su youtube, a parte versioni live con un sitar gigante o cover di chitarra fatte da ragazzetti messicani. c’è un modo per avere un assaggio prima di fare l’ordine a scatola semichiusa? :)

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    • 21 aprile 2016 13:29

      niente ho risolto da solo ma non riesco a cancellare il commento :)

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      • El Greco permalink
        21 aprile 2016 14:26

        un link l’avevo messo, ma poi dato che incasina la preview è stato tolto. mo’ lo rimetto. comunque su youtube c’è tutto

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