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AMERICA THE BROOTAL: Iced Earth, Five Finger Death Punch, Prophecy

18 novembre 2011

Abbiamo preso tre dischi e ci abbiamo sentito l’America. Li recensiamo tutti insieme perché sì.

I Five Finger Death Punch li ho scoperti perché tutti ne parlano male, dove per tutti si intende ‘i commentatori di Blabbermouth’; prima che ne ascoltassi una sola nota già ero a conoscenza del fatto che fossero dei cafoni ignoranti repubblicani e interisti che dormono con un fucile sotto al cuscino e la bandiera americana sopra al letto. Quando si è saputo che il nome del nuovo disco (cioè questo) sarebbe stato American Capitalist c’è stata gente che così a occhio non è uscita per settimane per rimanere a casa e parlarne male. Peraltro il tizio che gestisce Blabbermouth (già, è un tizio solo) deve provare particolarmente gusto nel leggere gli interminabili flame sui FFDP, ed è forse per questo che posta qualcosa su di loro ogni volta che respirano. C’è da dire che anche all’occhio più distratto titoli come War Is The Answer danno un’impressione particolare, specie se contestualizzati in un’immaginario da video musicale nu metal di inizi anni duemila a bordopiscina coi puttanoni e le macchine putenti; che poi è esattamente quello che c’è in copertina. La musica è una versione analfabeta e tamarra dei Drowning Pool, i quali a loro volta erano il vecchio standard del nu metal analfabetO e tamarro prima che i galattici FIVE FINGER DEATH PUNCH gli usurpassero il posto. Le prime due-tre tracce sono delle bombe atomiche, roba da sparare a volume inumano con la manopola dei bassi a +10 col finestrino abbassato d’estate mentre ci si sente coatti come non lo si era più dai tempi del terzo dei Disturbed. Gli altri pezzi sono ok. La gloriosa Nazione degli Stati Uniti d’America qui trasuda da ogni solco, da ogni nota, da ogni palm muting compresso all’inverosimile, da ogni colpo di doppia cassa incessante sotto una roba che, seriamente, disperavo di poter sentire ancora nella più fulgida vulgar display of GREZZURA che non fosse in un greatest hits dei Limp Bizkit. Qui si spara, ragazzi, si spara con un bel fucile a canne mozze su chiunque metta il piede nella nostra fottuta proprietà. I Five Finger Death Punch hanno preso la licenza elementare alle scuole serali l’anno scorso e se fossi nei commentatori di Blabbermouth starei molto attento perché i Five Finger Death Punch non sapranno scrivere, forse, ma sanno sparare.

Sugli Iced Earth ci ho pensato molto ma non so che dire che non abbia già detto, e comunque non so da che parte cominciare. Jon Schaffer si è un po’ rincoglionito con questa cosa del complottismo di seconda mano. Il disco non è male (anzi è quasi carino), però sono veramente canzoncine da quattro soldi, che a volte funzionano, a volte meno, a volte per niente. Manca pure il loro famoso riff su cui hanno costruito i primi dischi. Il cantante nuovo è bravissimo e si sapeva, però barlowizza troppo e in generale sembra un po’ a disagio. Praticamente Dystopia è una specie di tentativo (inconsapevole, ça va sans dire) di sperimentare una sorta di cantautorato metal, tipo quello che lo stesso Schaffer già aveva fatto a nome Sons of Liberty però più metal. Bello eh? Lui è così, ha letto su internet che i massoni governano le sorti del mondo da una base segreta in Agarthi e quindi ora i concept invece che sui mostri assassini li fa su ste cose qua. Ci sono pure i pezzi che si chiamano come i film distopici: V per Vendetta, Dark City, Equilibrium, Soylent Green e poi magari pure qualcun altro che non ho riconosciuto. Capisco, non ve ne frega un cazzo. Io però ci sono legato agli Iced Earth, spaccavano troppo negli anni novanta, poi comunque qualche pezzo carino c’è pure qui, tipo Dark City; è gradevole anche End Of Innocence, canzoncina da Mtv che però è forse quella in cui Stu Block sembra più a suo agio; o la cadenzata e anthemica (…) Anthem; sicuramente non la titletrack, una delle meno riuscite, che però è stata scelta per il video di cui sotto: 

Anche in Dystopia si sente l’America ma un’America diversa rispetto a quella dei californiani truzzi di cui sopra; è l’America di una generazione cresciuta ancora con il mito del selvaggio west, dello sceriffo che mantiene l’ordine con le buone o con le cattive, e dei padri della Patria; generazione per la quale l’importante non è divertirsi, come suggeriscono i Five Finger Death Punch e Rebecca Black, ma difendere l’onore degli Stati Uniti d’America con la vita e con la morte; chiedendosi cosa poter fare per il proprio Paese senza chiedersi cosa il proprio Paese possa fare per lei. Una generazione di sottoproletariato rurale bianco semianalfabeta, cresciuta con Reagan, le campagne antidroga, i film d’azione bum-bum e l’ispettore Callahan che tu dovevi stare molto attento, balordo, o lui ti ficcava la sua 44 magnum su per il culo. Una generazione di soggetti come Jon Schaffer; il quale però si vuole elevare su di essa, mostrandole la via verso la libertà perduta e la liberazione dagli infidi lacciuoli del potere costituito; lo stesso Jon Schaffer che probabilmente, se per un assurdo e remotissimo caso leggesse questa recensione, mi verrebbe a cercare a casa con il medesimo fucile a canne mozze dei FFDP. Perché alla fine l’America è grande ed eterogenea, ma di sparare sparano in tanti.

Un concetto ancor meglio esplicato dai Prophecy con il nuovo album Don’t Fuckin’ Mess With Texas; brutal death a bassa scolarizzazione, più che altro una scusa come un’altra per riunirsi con gli amici nel garage del bassista e bere Jack Daniel’s fino a che non ne rimane in piedi uno solo. Stilisticamente siamo intorno a fine anni novanta più o meno, quando il brutal era ormai canonizzato ed era quindi tempo perché i portali dell’inferno si aprissero vomitando fuori una serie infinita di gruppi tutti uguali che suonavano esattamente come suonano i Prophecy adesso. Non ho mai visto una foto dei Prophecy; ma me li figuro vestiti come i Rednex, con la spiga di grano in bocca e le macchie di tabacco masticato sulla già lercia camicia. Si riuniscono nel garage del bassista ubriachi marci, imbracciano gli strumenti e iniziano a suonare brutal death metal ignorante perché VAFFANCULO. Non molto altro da dire. E che il Dio vendicativo dell’Antico Testamento salvi gli Stati Confederati d’ America. (Roberto ‘Trainspotting’ Bargone)

18 commenti leave one →
  1. 18 novembre 2011 13:33

    mi mancavano gli sproloqui bargoniani, god save the queen anche se non c’entra un cazzo.

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  2. MorphineChild permalink
    19 novembre 2011 15:34

    sarà anche carino, ma io il nuovo degli Iced Earth proprio non me la sento di ascoltarlo… la title track mi ha lasciato mediamente indifferente, come i 2 precedenti, di cui si salvavano 1-2 canzoni. tornando indietro, in effetti è da Something Wicked che azzeccano un limitato numero di canzoni a disco. beh, a ‘sto giro mi risparmio la delusione e torno a riascoltarmi l’ultimo dei Riot che spacca

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