Avere vent’anni: aprile 2006

SATYRICON – Now, Diabolical

L’Azzeccagarbugli: Come ho già modo di scrivere per il ventennale di Volcano, i Satyricon migliori, quelli che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del metal estremo, sono quelli dei primi quattro (sì, anche quelli di Rebel Extravaganza), ma ciò non significa che i successivi siano lavori poco riusciti. In tal senso, al contrario, Satyr e Frost hanno portato avanti un discorso di coerente evoluzione che, anche quando ha portato a risultati confusi e non troppo a fuoco (vedi l’omonimo, o l’ultimo Deep Calleth Upon Deep), ha comunque dimostrato molteplici motivi di interesse. Anche perché, salvo poche e significative eccezioni, non c’è niente di peggio di scimmiottare quello che facevi quando avevi vent’anni. Detto questo, Now, Diabolical è la naturale prosecuzione, in chiave minore, del suo ottimo predecessore. Minore solo per scelta- evidentemente ricercata – di portare avanti il lato più immediato e semplice di Volcano, quello più “black ‘n roll”, per intenderci. Non che una maggiore semplicità significhi, automaticamente, un lavoro inferiore, ma nel caso di specie tale scelta compositiva porta ad un certo appiattimento e ad una monotonia nei passaggi meno ispirati dell’album. Anche se, al tempo stesso, Now Diabolical è un disco che contiene alcuni “singoli” a dir poco perfetti, da mettere in heavy rotation in macchina: a parte il brano omonimo, spettacolare, basterebbero la cadenzata K.I.N.G., The Rite of our Cross (il pezzo più vecchia scuola del lotto), o l’interessante A New Enemy, con il suo incipit danzighiano, a giustificare il prezzo del biglietto. Se a questo ci aggiungiamo dei suoni cazzutissimi e un approccio molto live, il risultato non potrà che essere positivo. E vi rivelerò un segreto: è possibile apprezzare questo disco (o The Age of Nero, il discorso non cambia), senza che la vostra copia di Nemesis Divina si disintegri per lesa maestà.

EAGLES OF DEATH METAL – Death by Sexy 

Stefano Greco: Credo di aver esaurito tutto quello che avevo da dire di rilevante su gli Eagles of Death Metal e sulla, loro malgrado, rilevanza nel meraviglioso mondo del rock and roll all’epoca del ventennale del primo disco. Quindi stavolta si resta solo sulla musica, e anche lì non è che sia molto da aggiungere, dato che siamo sulle stesse identiche coordinate. Unica differenza: il cazzeggio sembra essere diventato un lavoro a tempo pieno. Quindi troviamo un sacco di collaboratori di livello tutti provenienti più o meno dal giro di Josh Homme (Lanegan, Castillo, Van Leeuwen, Catching, eccetera eccetera). Un salto di professionalità che è del tutto simile da quello che si fa passando dal twerkare in piscina a farlo davanti a clienti paganti in uno strip club. Le luci e (in questo caso i suoni) sono leggermente migliori, ma la sostanza è in tutto e per tutto la stessa. Death by Sexy lo si ascolta, ci si diverte e poi lo si lascia andare. Cherry Cola è il classico pezzo da una botta e via, tutto sommato un lusso per chi se lo può permettere.

SOMBRE CHEMIN – Notre Héritage Ancestral

Griffar: Rispetto al precedente Doctrine, uscito poco più di un anno prima, Notre Héritage Ancestral dei francesi Sombre Chemin si fa subito notare per la produzione più che scarna e minimale. Siamo proprio al livello di una demo registrata con pochissimi mezzi, tanta passione e voglia di fare; tutti elementi indispensabili per fare musica, e su questo non ci piove, ma dopo cinque anni di esperienza e diversi altri episodi in curriculum anche prestigiosi (uno per tutti lo split con i Peste Noire) da un secondo album ci si doveva aspettare qualcosa in più. I brani sono tutti black metal minimale ridotto all’osso senza orpelli, fronzoli o arrangiamenti particolarmente studiati o curati, in preferenza proposti ad alta velocità e quasi sempre inframmezzati da stacchi acustici che si fanno carico delle velleità atmosferiche del disco. Non mancano qualche tastiera di sottofondo, parti recitate, effetti vari. Tutto nella norma, nulla di sconvolgente, non fosse vero il fatto che la band è una tra le più censurate nella storia per via delle tematiche NS dei testi. Manco gli Absurd sono così osteggiati. Allora le cose cambiano: chi non ha acquistato il disco vent’anni fa, quando queste cose importavano praticamente un cazzo a nessuno, se volesse comprarne una copia oggi non potrebbe, a meno di rivolgersi ad un mercato carbonaro a livelli di dark web, e ciò chiaramente implica una spesa ben oltre il valore effettivo dell’opera. Mi sfugge il senso di tutto questo, a prescindere da quanto scritto nei testi ciò che conta dovrebbe essere la musica, solo quella, e nel caso di Notre Héritage Ancestral non si può dire sia indimenticabile. Onesto black metal dal vago sapore epico/pagano non dissimile dai primi Belenos, dai Kristallnacht, i Seigneur Voland, certo non imperdibile, ma si sa: frutto proibito più saporito. Chi mette i ban a dischi come questo (vero, Discogs?) dovrebbe ragionarci sopra.

KORPIKLAANI – Tales Along this Road

Barg: Dopo due album che in qualche modo ancora risentivano del passato a nome Shaman, con il terzo Tales Along this Road i Korpiklaani concludono definitivamente il proprio processo di metallizzazione diventando il prototipo di ciò che sarebbero stati da quel momento in avanti. Sarebbe esagerato parlare di un nuovo inizio tout-court, dato che la loro evoluzione è stata continua e peraltro non si sarebbe neanche fermata qui, ma rimane il fatto che a partire da questo momento il gruppo di Jonne Järvelä diventa molto più fruibile, e comprensibile, dal pubblico del festival estivo medio. Le chitarre si fanno più compresse, la ritmica più quadrata, i riff più metalloni, la struttura compositiva più lineare. Tales Along this Road si lascia ascoltare molto volentieri e contiene una discreta quantità di canzoni da cantare con la birra in mano mentre si cuociono le salsicce sulla brace, però manca la magia bucolica e casereccia dei primi due, che non sarebbe tornata mai più.

SODOM – st

Marco Belardi: Al quarto album consecutivo con Bernemann e Bobby in formazione, i Sodom mi convinsero che quel trio poteva funzionare. Bernemann era un chitarrista sporchissimo dal vivo. Negli anni successivi l’uscita di M-16 vidi i Sodom circa tre o quattro volte, al Gods of Metal come al Rock Planet di Pinarella di Cervia. Tirava delle stecche impressionanti, in certe situazioni realmente non ne prendeva una. Sull’album omonimo del 2006 suonò come doveva essere suonata la chitarra in un album dei Sodom: primordiale, sì, ma ficcante, come aveva insegnato a suo tempo Frank Blackfire. L’impostazione era dunque molto differente da quella di M-16, pienamente inquadrabile come thrash metal ma non slayeriana come in taluni passaggi di Code Red. Era tutto molto impastato nell’esecuzione, seppur distante anni luce dall’ammiccamento al punk di metà anni Novanta. Con Sodom i tre realizzarono un album tagliente, quadrato, ben confezionato. Era relativamente melodico, ma non incline all’heavy metal classico come accaduto con Better off Dead. Era di buon gusto negli assoli, soprattutto quello di Wanted Dead. Aveva City of God che era bellissima. Eppure, nonostante queste premesse positive, non fece sul sottoscritto presa rapida come accaduto con l’insolito M-16. Che avrò ascoltato decine e decine di volte alla sua uscita, pretendendone, e ottenendone, i classici istantanei dal vivo.

DESOLATION TRIUMPHALIS – Forever Bound to Nothingness

Griffar: Forever Bound to Nothingness è il primo e purtroppo unico album dell’oscura entità francese Desolation Triumphalis, la cui effimera esistenza durò all’incirca tre anni tra il 2002 e il 2005. Conosciuti solo dai più maniacali frequentatori del profondo underground, per via di tre split 7” con – rispettivamente –  Horna, Bekhira e i superlativi (pur’essi oramai scomparsi) Ordo Templi Aeterne Lucis, i transalpini pubblicarono il disco in oggetto quando oramai il progetto era già defunto, come scritto a chiare lettere nel booklet del CD. Un disco scritto in collaborazione con Shatraugh degli Horna (e si sente) e suonato da gente che nel frattempo militava in altre band: Lenrauth (voci, chitarre, batteria) mente dei Funeral (poi Kristallnacht e oggi nuovamente Funeral, è fuori da poco un nuovo disco) e Seigneur Voland; Malkira (basso, tastiere e batteria) attivo in Bekhira e Chemin de Haine; l’unico membro devoto unicamente al progetto era il cantante Epsilon Xul. Poi c’è il violinista esterno M.H. che prende l’intero disco e lo proietta nell’olimpo dell’inarrivabile. Violini nel black metal? Ascoltate e approverete: ammanta tutte le composizioni nelle quali è presente di una malinconia spettrale senza uguali, composizioni che di per sé sono lente, oscure, mestamente melodiche, grevi come fossero proposte da una band depressive black metal; solo che i Desolation Triumphalis non sono depressive black, non nel senso stretto del termine. Resta il fatto che i sei brani qui presenti sono da lacrime agli occhi: provate ad ascoltare il disco in montagna, al tramonto, contemplando le cime all’orizzonte. Se non vi vengono i brividi non so che dire, forse non è il black metal ciò che v’interessa.

ISKALD – Northern Twilight

Michele Romani: Gli Iskald sono sempre stati una band di difficile catalogazione all’interno della scena black metal norvegese, e ciò sin da questo Ep d’esordio Northern Twilight . La loro proposta infatti è sempre stata molto varia e non di facilissima assimilazione, in quanto nei loro pezzi si possono trovare le influenze più varie, dal thrash al death melodico, che vanno a confluire in un black metal piuttosto roccioso che si muove sempre su tempi cadenzati e continui cambi di tempo, tanto che spesso si ha come la sensazione che i brani (un esempio su tutti, Lokes Dans) non seguano filo logico ben preciso. In generale il risultato non è neanche così malaccio, ma ammetto di non essere tra i principali cultori di questo tipo di black, tanto che al giorno d’oggi questo Northern Twilight è l’unica cosa abbia mai ascoltato per intero del gruppo norvegese.

TAKING BACK SUNDAY – Louder Now

Barg: Ai Taking Back Sunday, ovvero gli Hammerfall dell’emocore secondo la magnifica definizione del sempre ottimo Roberto Angolo, avevo dedicato addirittura un pezzo intero in occasione del ventennale del debutto. Mi sa che ci siamo dimenticati di celebrare il secondo disco, Where you Want to Be, ma ora ci rifacciamo parlando del terzo, il presente Louder Now. Sarò breve: non siamo ai livelli dell’esordio, che era un’altra cosa in termini di freschezza e imprevedibilità di soluzioni, ma si tratta comunque di un buonissimo album nel pieno stile del gruppo di Amityville. Undici pezzi, tutti più o meno riusciti, tra i quali ognuno può trovare i suoi preferiti; personalmente, mi sentirei di citare quantomeno le riuscitissime ErrorOperator e Liar (it Takes One to Know One), ma la qualità rimane comunque abbastanza alta.

KLAGE/KARGVINT – split LP

Griffar: Nei primi anni del nuovo secolo, che oramai tanto nuovo più non è, esplose in Germania una progenie di gruppi ispirati dai Winterfrost: black scandinavo filtrato attraverso la visione melodica tipicamente tedesca. Parlo di Klage, Kargvint, Kältetod, Veineliis e in parte Nyktalgia, quest’ultimi più lenti e paragonabili al depressive black. I primi due invece hanno condiviso uno split 12’’ uscito per Eternity records, etichetta che dava molta importanza a questo tipo di gruppi, stampandone tuttavia poche copie (500 in questo caso) senza poi più ristampare. Non era la loro prima esperienza discografica in assoluto (demo a parte), perché i Klage avevano già fuori un EP e i Kargvint uno split 7’’, ma il disco, per quanto underground, proiettò in cima ai desideri di ogni blackster tutto ciò che questi gruppi pubblicassero, mandando sold-out il pezzo in un lasso di tempo irrisorio e poi contendendoselo su E-bay a suon di rilanci deliranti. I Kargvint sono un po’ più accostabili ai migliori Nargaroth, propongono tre pezzi che esaltano per la raffinata capacità di scrivere black metal freddo ed oscuro da manuale, i Klage sono un po’ più veloci e zanzarosi, con riff più contorti, ma nel complesso sono eccellenti tutti e due. Entrambi hanno comunque discografie assai ristrette e sono scomparsi da tempo, ma vale comunque la pena recuperarne i titoli. Lo stesso mese uscì anche lo split Veineliis/Kältetod, sempre solo in vinile per Ashen productions, esordio assoluto per i primi (che all’attivo hanno anche un album ed un altro split e sono ormai 13 anni che non fanno più avere notizie), quarto episodio per i più prolifici Kältetod, gli unici ancora effettivamente attivi. Aspettatevi in questo caso musica più cupa e oppressiva e brani notevolmente più lunghi.

THERAPY? – One Cure Fits All 

Stefano Greco: L’espressione “album fatto con il pilota automatico” non mi è mai piaciuta e non credo di averla mai usata; trovo spesso sia una formula one size fits all (appunto) che maschera la poca volontà del recensore verso un ascolto un minimo più attento. Però il disco numero otto del trio sembra veramente il caso di un album scritto solo di mestiere e con poca ispirazione. Insomma, anche il fan più agguerrito, come può essere il sottoscritto, non può negare che si tratti di un episodio oggettivamente poco riuscito. Per di più piazzato in mezzo a due mine assolute della loro discografia minore (di Never Apologise Never Explain se ne parlò qualche millennio fa). Poi ovviamente c’è pilota automatico e pilota automatico. E quindi non stupisce trovare anche qui qualche pezzo discreto o un brano addirittura meraviglioso come Walk Through Darkness, che è roba da goccioloni agli occhi e un altro pezzetto da mettere nello scatolone dei ricordi. Sperando non faccia troppo male.

JESU – Silver

L’Azzeccagarbugli: Sarò davvero breve su questo EP, perché c’è davvero poco da dire e non di certo per demerito di Silver, ma senz’altro più per mia incapacità. Se l’omonimo disco di Jesu, progetto di Justin Broadrick dei Godflesh, resta uno degli album più rilevanti e straordinari degli anni Duemila, Silver è senza dubbio la migliore delle tante pubblicazioni “brevi” che Jesu ha realizzato nel corso degli anni. Ed è un capolavoro, senza mezzi termini, che ha – ancor più del suo predecessore – segnato il corso futuro della band e influenzato, a livello di suoni, moltissimi gruppi vicini a certe atmosfere. Un EP caratterizzato da soluzioni più melodiche rispetto al passato, ma dal medesimo carico di disagio e di dolore. Quattro brani uno migliore dell’altro, una perfezione che non sarà più eguagliata, nemmeno dall’ottimo disco dell’anno dopo.

ILLDISPOSED – Burn me Wicked

Griffar: Randellatevi le orecchie con 42 minuti di roccioso, potentissimo death metal strapieno di groove, di riffoni pesanti impostati su chitarre ipersature che propongono massicce dosi di melodia acchiappona, accompagnati dal vocione caratteristico di Bo Summer il quale come suo solito ci mette del suo per caratterizzare il risultato finale della sua creatura, ovvero i danesi Illdisposed, per i quali non nego di avere un debole sin dai suoi lontanissimi esordi. Burn me Wicked è, se non ho fatto male i conti, l’ottavo album della band, che è come fosse arrivato oggi nei negozi di dischi tanto suona fresco, spontaneo, godereccio, quasi “alla moda”. Il tutto senza cedere a tentazioni stocazzo-core modernistiche acchiappascolti sulle piattaforme online che lasciano il tempo che trovano, visto che la gente dopo un minuto, massimo due, cambia brano. Non è questo il modo al quale approcciarsi all’ascolto di un disco degli Illdisposed, sarebbe un insulto alla loro carriera e alla loro capacità di scrivere musica personale, riconoscibilissima in ogni suo momento, varia e mai uguale a sé stessa. Attenzione perché non è da tutti, ci sono riusciti i Dismember, i Bolt Thrower, gli Immolation tra i grandissimi, e poi fatico a ricordarne altri.

MOONSPELL – Memorial

Ciccio Russo: Uscito tre anni dopo The Antidote, forse l’ultima prova dei portoghesi che abbia senso tramandare ai posteri, Memorial è prima di tutto una vivida testimonianza della confusione mentale che attanagliava le vecchie stelline degli anni ’90 in una fase di riflusso in cui il download selvaggio aveva distrutto in pochi anni l’industria discografica tradizionale e l’heavy metal aveva raggiunto un desolante nadir creativo in cui non esistevano più nuove tendenze o scene di cui andare a traino. Una delle vie d’uscita più percorse in quel complesso periodo era il famigerato RITORNO AL PASSATO. Come tale era stato gabellato Memorial, a partire dal titolo, ma a ben vedere del passato c’è poco o nulla. Perché, sì, erano tornate le influenze mediorientali (con risultati piuttosto discutibili), la componente estrema aveva ripreso il sopravvento ma roba come Finisterra e At the Image of Pain non c’entra nulla con Wolfheart, sembra più di ascoltare una raccolta di scarti della fase gothic riarrangiati in chiave metallara. Un disco povero di idee e un po’ tirato via, quindi, per quanto, riascoltatolo, l’ho trovato migliore di come lo ricordassi. Il mestiere c’è sempre e un paio di canzoni si salvano, come Memento Mori o la conclusiva Best Forgotten. Non mi ha invece mai convinto il singoletto paraculo Luna, dove ritroviamo nientemeno che Birgit Zacher, voce femminile di fiducia delle vecchie produzioni Century Media targate Sorychta. Meglio il successivo Night Eternal, nel quale i Moonspell, constatato il fallimento del RITORNO AL PASSATO, tornarono pian piano a strizzare l’occhio alle darkettone obese, ovvero il target di mercato che ha consentito loro di portare avanti una discreta carriera fino ai giorni nostri.

THE KOOKS – Inside In/Inside Out

Barg: Non è molto ortodosso parlare di un gruppo britpop su Metal Skunk, ma lo faccio solo per onorare lo spirito originario di questa rubrica, che prometteva di raccontare aneddoti ed esperienze personali associati a dischi della nostra gioventù. E io ho ricordi vivissimi associati al debutto dei The Kooks, che uscì in un periodo della mia vita molto particolare per varie ragioni. Niente di più della classica musica inglese da pub, fatta però da giovanotti con un gusto melodico particolarmente spiccato e un’innata capacità di scrivere canzoni difficili da dimenticare. Qui tra i vari singoli c’era Naive, che passava in continuazione su qualsiasi mezzo di comunicazione, ed era ancora l’epoca in cui tra i pezzi in rotazione sulle radio riuscivi a sentire qualcosa di interessante. Dedico comunque queste mie brevi e umili righe a Occhioni, il cui ricordo è inscindibile da questo disco, anche se non le leggerà mai.

NIHIL NOCTURNE – Wahnsinn.Tod.Verrat

Griffar: Evvai, oggi mi va davvero di ascoltarmi un po’ di sano black metal ignorante, senza troppe pretese di inventare chissà quale soluzione innovativa, quale espediente per distinguersi dalla massa o quale improbabile ibridazione con il post-neofolk-jazz-industrial. Allora posso mettere Necrohell dei tedeschi Nihil Nocturne, un sano disco terra-terra che corrisponde ad ogni mia esigenza attuale. Poi magari metto su anche il secondo disco Wahnsinn.Tod.Verrat che di certo non mi deluderà, che diamine, cosa potrebbe mai essere cambiato dai tempi di Necrohell? Tutto. Già, proprio tutto. A partire dalla registrazione e soprattutto dalla masterizzazione del disco, che ha un suono di chitarre praticamente identico a quel piccolo e vituperato gioiellino di Venture in Sombre Passion dei Nocti Vagus: flebile, soffuso, strano, che di sicuro avrebbe avuto un altro impatto se il tecnico del suono avesse saputo fare il suo mestiere. Sfortunatamente non è stato così e pure questo album dei Nihil Nocturne soffre il fatto di avere una produzione del tutto inadeguata, più vicina a una proposta post-rock. Peccato perché i pezzi ci sono, più elaborati, con più tastiere e stacchi atmosferici rispetto al passato, giusto per ribadire che loro non sono una squadraccia di picchiatori che frantuma ossa senza complimenti, a chi tocca tocca. Insomma, Wahnsinn.Tod.Verrat non è un brutto disco, diciamo che qualcosa è andato storto e il risultato finale avrebbe potuto essere migliore.

Un commento

  • Avatar di Bonzo79

    Diabolical now mi piace più del precedente, e non parliamo dei successivi.

    Memorial pessimo, il peggiore loro in assoluto.

    Korpiklaani molto carino.

    Therapy? male, ma non mi piace quasi niente di loro dopo High Anxiety, fino al bellissimo Disquiet.

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