MYRATH // ROSES OF THIEVES @Legend, Milano – 24.04.2026

L’ultima volta che volevo andare a vedere i Myrath dal vivo era il 4 marzo 2020, sempre al Legend, e tutti sappiamo cosa successe in quei giorni. All’epoca stavano girando per promuovere Shehili, uscito nel 2019. Il mio entusiasmo per il gruppo tunisino stava cominciando a sfumare già allora, ma mi è rimasta comunque la curiosità assistere a un loro live almeno una volta e, scongiurato il pericolo di una nuova epidemia globale, decido di andarli a vedere. Oltretutto il nuovo Wilderness of Mirrors, uscito lo scorso 27 marzo, non è poi così male: mi è piaciuto di più del precedente Karma, pubblicato nel 2024, anche se hanno esasperato la parte sinfonica della loro musica – e, se potevo apprezzarlo da ragazzino, ora non è più un genere esattamente nelle mie corde.

Li accompagnano i Roses of Thieves, formazione ungherese dedita a un folk metal in calzamaglia (letteralmente) e da sagra. Sulla loro base abbastanza vicina al nu e all’alternative metal si innestano zampogne e fisarmoniche varie, violini e flauti, il tutto guidato da una voce femminile. Purtroppo una serie di incombenze lavorative da dover chiudere prima che inizi il fine settimana mi fanno arrivare al Legend quando il gruppo magiaro ha appena concluso la sua esibizione e la gente si sta riversando nell’area esterna del locale – particolarmente piacevole con queste temperature. La cosa che mi dispiace di più è che probabilmente mi sono perso la cover di Boys (Summertime Love) di Sabrina Salerno inserita nel loro ultimo album Demons Ascend.

I Myrath iniziano dopo una mezz’oretta. Il pubblico non è numerosissimo (avrà riempito poco più di metà sala del locale) ma acclama i suoi beniamini in maniera estremamente calorosa – cosa che non mi sarei aspettato e che mi fa pensare che ci sia una sorta di piccolo culto dietro ai tunisini. Altra cosa che non mi sarei aspettato e che mi sorprende piacevolmente è la pulizia dei suoni, dato che in generi come questi è facile sbrodolare. Di parti registrate ce ne sono ma non tantissime, soprattutto se si considera quanto sono stratificate le loro canzoni su disco, tutti gli strumenti si combinano benissimo, merito di un’ottima equalizzazione e il cantante Zaher Zorgati dà un’ottima prova delle sue abilità canore. Sempre il cantante si dimostra anche un ottimo frontman che riesce a coinvolgere il pubblico a più riprese, prima parlando un po’ di italiano che dice di avere imparato guardando la Rai e la trasmissione Solletico da bambino; poi invitando sul palco Ivett Dudás, cantante (anche lei ottima) dei Roses of Thieves, per un duetto. Verso la fine del concerto verrà invitata a salire anche sul palco una ragazza alla chitarra, presentata, se non ricordo male, come “Federica da Milano” (non so se si sia tenuto un concorso di qualche tipo tra i fan o se sia semplicemente un’amica) e Zaher scenderà anche in mezzo al pubblico a chiacchierare e a bere una birra offertagli da qualcuno.

In generale si vede comunque che i Myrath sono un gruppo capace di tenere il palco e intrattenere, e ogni tanto creano qualche siparietto simpatico: come quando, mentre Zaher sta introducendo The Clown, canzone tratta dal nuovo Wilderness of Mirrors che parla di depressione, il batterista mascherato si alza, fa finta di asciugargli una lacrima e poi distribuisce fazzoletti agli altri membri del gruppo e alle prime file; oppure come quando sempre il batterista buontempone va a togliere il microfono a Zaher durante un acuto prolungato in chiusura di una canzone, come a dire che aveva rotto le scatole. In generale in merito alle canzoni mi sono ritrovato ad apprezzare quelle estratte da Shehili e riproposte soprattutto all’inizio del concerto (ovvero Born to Survive e il singolone Dance) e i due pezzoni estratti da Tales of the Sands (che per un attimo ho temuto non avrebbero riproposto), ovvero la traccia omonima e Beyond the Stars. Per il resto, suppongo ci vedremo alla prossima pandemia. (Edoardo)

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