Dischi con le cicatrici: THERAPY? – Never Apologise, Never Explain (Spitfire, 2004)

I Therapy? giungono ai venti anni di attività e celebrano il traguardo con un doppio live album (“We’re Here To The End” – Blast Recordings). Magari ci sarà anche occasione di vedere questa nuova release recensita in questa sede ma personalmente penso ci siano modi più significativi di tributare una band, quindi l’anniversario in questione è una buona occasione per andare a riscoprire parte della loro misconosciuta discografia minore. Operazione quasi necessaria, perché se c’è un luogo comune ripetuto su pressoché ogni rivista di settore è che i Therapy? dopo “Infernal Love” non abbiano mai più pubblicato un disco decente. Nulla di più falso, perché a prescindere dalle svariate gemme (davvero tante) che adornano qualunque dei loro album meno noti, ci sono almeno tre full-lenght della loro fase sfigata che sono altrettanti piccoli (grandi?) capolavori, nominativamente: l’ultimo immenso “Crooked Timber” (2009, DR2), “Sucide Pact – You First (1999, Ark 21) e quello di cui si parla qui ovvero “Never Apologise, Never Explain” (2004, Spitfire).

Siamo appunto nel 2004, sono passati quasi dieci anni dall’apice del successo, anni in cui scelte sbagliate e coincidenze sfortunate hanno ridimensionato in maniera drastica lo status di un gruppo che avrebbe ben potuto campare di rendita sfornando hits radio-friendly a gettone stile “Troublegum”. La band ha fatto più o mento tutto quello che una band deve fare per sentirsi compiuta: album di successo, scopare, cocaina, fare i soldi e ingrassare. Tutto questo però è passato ed è oramai abbastanza ovvio che non ritornerà; il nuovo contratto non basta, il singolo che vende meglio da parecchi anni (“If It Kills Me”) è comunque poca cosa, il combo è ancora una volta allo stallo e alcuni meccanismi si sono rotti, Martin McCarrick molla la band essendo oramai stanco di far parte di un progetto senza futuro. Le scelte a questo punto sono solo due: o si smette o bisogna ricominciare da capo, senza guardare indietro, senza rimpianti. Si decide di andare avanti e il gruppo si ritrova ad essere un trio, la sua forma primigenia, scarna ed essenziale. Tutto è ridotto all’osso, il budget per la produzione del nuovo lavoro è limitato, il disco viene registrato in tre settimane, lunghe sessioni notturne alimentate a caffeina. E difatti l’album è nervoso, spigoloso ed arrabbiato. Il terzetto che apre l’album è semplicemente devastante, dall’inno a rialzarsi (rivolto loro stessi?) di “Rise Up” al delirio di “Die Like a Mutherfucker” (eh sì, perché if you live like a fucker… you die like a motherfucker) fino al tipico humor spietato di Andy Cairns in “Perish The Tought” (..I could be worse, I could be you…). Il suono di basso cupo e minaccioso di Mike McKeegan guida una successione di pezzi che sono delle gomitate in bocca, “Polar Bear” è una canzone scheletrica dalla struttura elementare e quasi demente, brano claustrofobico e delirante, è il punto di non ritorno, da qui in avanti l’album deraglia completamente, si va in apnea diretti allo schianto finale. Sogni di onnipotenza in “Rock You Monkeys”, la fuga e la redenzione di “Long Distance”, la nave che affonda, i sermoni inutili, la corsa senza senso verso la fine. E’ una lotta a testa bassa contro tutto e tutti: Gesuccristo, Budda, il cane che abbia, i vicini di casa. Il senso è: prendetevela con chi cazzo vi pare perché per essere incazzati c’è sempre una buona ragione.

C’è qualcosa di commovente in questo album, l’idea di questa battaglia infinita è qualcosa di profondo e quasi spirituale. Un disco con le cicatrici. Il classico caso in cui l’insuccesso rende una band migliore, se le cose fossero andate per il verso giusto un album come “Never Aplogise Never Explain” non l’avrebbero mai scritto. Ancora oggi amo pensare che questi tizi si ostinino ad andare avanti perché (successo o meno) sanno benissimo che fare il rock and roll è molto meglio che andare a lavoro la mattina, e di questo saranno riconoscenti finché crepano. We’re here to the end, appunto. Massimo rispetto. (Stefano Greco)

PS: l’album è andato malissimo, non è entrato nella top 200 UK e di conseguenza non è neanche mai stato distribuito negli Stati Uniti, però è una bomba.

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