Musica di un certo livello #34: ASTROPHOBOS, BELENOS, BLUT AUS NORD

Buona annata per il black metal, si diceva. Per quanto mi riguarda il giudizio positivo, che confermo, è fortemente condizionato dalle buone/ottime uscite discografiche dei tre gruppi di cui vi vado parlando. Iniziamo dagli ASTROPHOBOS dal black metal di matrice decisamente dissectioniana. Quando mi capita per le mani un esordiente di questa caratura, o comunque un gruppo fresco come nel caso specifico (i tre svedesi sono, infatti, al secondo full, ma se vedete le loro facce noterete che non sono poi così giovini) che ricalca pari pari il genere che piace a me, scopiazzando a più non posso dai Dissection, perdo letteralmente lucidità e inizio a lanciarmi in complimenti sperticati, lo spammo a destra e manca ai miei sodali i quali, puntualmente, mi ignorano totalmente e ciò mi riconduce un attimo alla realtà. L’anno scorso avevo perso la testa per gli Hoth, prima ancora per gli Slægt, che entrambi fanno puntualmente la stessa roba di questi qui. Alla fine ho trovato il disco feticcio di quest’anno: Malice of Antiquity. Non molto altro da aggiungere a parte il consigliarlo caldamente, prendendolo per quello che è: un ottimo disco di black metal derivativo e strasentito che però ti fa tirar fuori quel bestemmione liberatorio che sempre più raramente ci capita di secernere durante i nostri pii ascolti.

Se quello di prima lambisce la top ten, questo qui ci entra di diritto e si piazza bello chiatto chiatto. Stiamo parlando di Argoat. E se gli svedesi ti fanno espellere le madonnine, il francese Loïc Cellier, one-man-band dietro il nome BELENOS, fa calare tutta la volta celeste direttamente tra le tue braccia. Non un black metal cerebrale, bensì una roba che ti prende alla pancia, questo è un disco di black metal populista e il signor Loïc Cellier è il corrispettivo metal di Marine Le Pen (la quale è già molto metal di suo). Dentro c’è praticamente tutto quello che serve, a partire dalla cattiveria fino ai cori, le melodie e le atmosfere. Non hanno una nota fuori posto, ma allo stesso tempo i Belenos sono difficilmente inquadrabili in un’unica dimensione, originali a modo “loro” pur ricordandoci un sacco di bella roba (Burzum, Bathory, Kampfar, Enslaved, praticamente tutte le cose importanti della vita), puzzano di anni ’90 lontano un miglio e non se ne può parlare in un modo più professionale di questo – ossia con un livello di professionalità giornalistica pari a zero – perché un disco così sincero va preso e messo su a volumi indicibili e basta. Non posso giurare di aver ascoltato tutta la discografia dei Belenos, ma non mi stupirei se qualcuno mi dicesse che Argoat sia l’apice di una carriera (che, ça va sans dire, va avanti dal ’95). Non c’è niente altro da dire su questa faccenda.

Tutto il contrario dei precedenti fin qui visti. Entusiasmi: zero. Derivazioni: zero. Immediatezza: zero. Facilità: zero. Si chiude sempre in Francia con due signori cui portare un rigoroso rispetto: Vindsval e W.D. Feld. Ve lo dico subito, per apprezzare l’ultimo BLUT AUS NORD ci vuole più tempo del solito. Sentite a me, non fermatevi al decimo, al ventesimo ascolto, ma andate avanti e cercate di cogliere l’essenza di questo disco, che rasenta la perfezione. Questi due signori, come ben sa chi li pratica da tempo, non sono uguali a nessuno e ogni loro disco non è uguale in niente al precedente. La loro asticella è fissata di partenza molto in alto e ogni volta riescono a posizionarla un pelo più su. Ma lo spiegone su chi siano i BAN ve lo feci quando vi parlai del terzo Memoria Vestusta ed è inutile stare qui a ripetersi. Sappiate solo che il loro essere cerebrali è qui confermato e portato ad un livello ancora superiore: Hallucinogen, nome che ben spiega il concetto, si veste di chitarre ripetitive ed ipnotiche, di voci distanti, di ritmi costanti, di atmosfere estranianti, è una messa nera celebrata da un alieno sul ponte di un’astronave alla deriva nello spazio profondo destinata a vagare per l’eternità. (Charles)

2 commenti

  • ” black metal populista”! questa me la rivendo subito.

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  • Blut Aus Nord uno dei dischi dell’anno per me. Assolutamente splendido, come la scelta, per me azzeccata, di diluire il volume del cantato in un mare di delay, mettendolo “dietro” agli strumenti. Sembra arrivare da un’altra dimensione e ti costringe in qualche modo a prestare attenzione.
    P. S. Sul disco degli Astrophobos suona la batteria il grande Giuseppe Orlando (che perdita enorme per i Novembre, tra l’altro).
    P. P. S. Il più bel disco dell’anno, nel cluster black, in senso lato, è comunque Love Exchange Failure degli White Ward.

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