Il doom e i cinque capretti: BLEEDING ANTLERS – Stagmata

È molto semplice: a gennaio non esce quasi niente, mentre praticamente chiunque, anche il garzone della lavandaia, ha stilato le sue poll di fine anno. Avoja a recuperare dischi dell’anno prima passati in secondo piano, e poi, ci sarete abituati, via coi “se solo lo avessi ascoltato prima”, “se solo mi avessero dato più tempo per dare la mia classifica”, “se solo il Bargone non fosse così interista“. Stavolta ve le risparmio, perché Stagmata è uscito all’inizio dell’anno passato, quindi niente scuse. Perché è l’esordio di una band semisconosciuta. E perché dai, non è un capolavoro. Però è divertente.

In due parole, è una specie di doom rock ruffiano, miscelato con parti uguali di grunge (Alice in Chains) e gothic (Paradise Lost), un pizzico di Marilyn Manson, ghiaccio nu metal a raffreddare e diluire il sapore, il tutto servito in un calice dall’aspetto decisamente pop. E ho detto praticamente tutto. La chiave principale per me è la parola pop, con ciò intendendo la voglia di fare un disco semplice, leggero (paradosso), orecchiabile. Che se fossimo ai primi 2000 forse avrebbe avuto il suo pubblico, ma, visto il successo dei Ghost, ora chissà. Da qui, per un esordio, una sicurezza di sé sospetta, un sito web professionale, un’immagine pubblica a base di maschere da horror Netflix, come se non ci fossero bastati N mila epigoni degli Slipknot. Vediamoli.

Però alla fine il rock ruffiano e menzognero ci piace sempre. Voglio dire, prendete King in Flowers, un blues che davvero avrebbe potuto tirare fuori messer Brian Hugh Warner per riempire la track list di un suo disco meno “denso”, anche se monsieur Warner sicuro non ci avrebbe messo gli “OH OH” di Santa Claus. Poi di pezzi che non gli si possa dire molto ce n’è. Poche idee, ma abbastanza a fuoco. Solo che c’era davvero il bisogno di farne un disco di 65 minuti? Due facciate di vinile sarebbero state più che sufficienti per raccogliere i pezzi migliori e farne un disco per cui darsi di gomito tra compari.

C’è poi la questione dell’immaginario. Ora fa figo anche tra gli hipster, quell’alone di horror un po’ folk. Lo so perché a me piace, e infatti in redazione mi perculano abbondantemente perché mi piacciono parecchio i film di Robert Eggers. Non mi hanno dato ancora apertamente dell’hipster, ma credo manchi poco. Magari su questo punto ci torniamo, se mi arrivano un paio di cosette che ho ordinato per posta. Comunque ecco, sembra a tratti che l’idea fosse un po’accodarsi al trend, animali selvatici, emoglobina, demonio, cose così. Un po’ tipo i Green Lung. Ma senza rischiare troppo, senza approfondire. Così va bene una copertina acchiappona con una divinità misteriosa e scosciata nel pieno di un rito fumettistico misterioso. Già, la copertina, vediamola.

Brutta, vero? E il gioco di parole del bruttissimo titolo del disco? Si, ecco, non è che il discorso sia raffinatissimo. Come? Ah, certo, le maschere, sì infatti. Però ci credono tanto. Dicevo, hanno un sito. Oggi non ce l’ha più nessuno, credo. Sul sito si definiscono “a London based rock supergroup delivering sonically epic psychedelic doom shanties“. BOOM! Nientepopodimeno. Ora: se ti definisci supergroup e porti le maschere io voglio sapere se mi sono imbattuto nei nuovi Brujeria. Cerco informazioni su internet: nulla. Allora vedo i teaser sul loro sito. Sì , perché si sparano le pose intervistati prima della registrazione del primo singolo (!), del primo live (!!), del primo gig internazionale (alla copia belga del Roadburn, ma comunque: !!!). Se non avete un cazzo da fare e avete dimestichezza con la fisiognomica dei musicisti stoner inglesi, magari vedete questi tre video e ditemi se riconoscete qualcuno di rilevante. Sono sotto la sezione “Witness our birth” del sito e ad oggi hanno totalizzato cinquantadue visualizzazioni oltre alla mia (!!!!).

L’han fatto suonare piuttosto bene il disco, però. Freddo, artificiale, ma ben confezionato. Le distorsioni di The Place of Dead Things valgono da sole una canzone che in fondo non offre molto altro. Anche Mooncald, il singolo, non va proprio lontano. Se ci metti i falsetti, poi… Meglio, ma nettamente meglio, la migliore del lotto che è sicuramente O’ Satan, che alla fine, se ti ispiri alle cose belle, poi ti vengono fuori cose belle. No, questa è bella per davvero, oh, una gran canzone. This Ain’t Jonestown viaggia sul sicuro su canovaccio di King Dude, ma magari si poteva osare di più. Poi ho un debole per You, Me and Oliver Reed, uno perché gira proprio bene e due perché Oliver Reed. Io ho un debole per Oliver Reed. Lo so, citazionismo hipster, ok, son d’accordo, però cazzo, non so se avete presente Oliver Reed. Poi il pezzo è bellino bellino. O’Satan è più bella, però chiaro, Satana batte persino Oliver Reed.

Ottimo. Quindi, visti sicumera, impegno e risultati (buoni, forse è meglio ribadirlo) sarà stato un successone, no? Insomma. Qualcosa non deve essere andato come previsto. 454 follower su Instagram, 91 ascoltatori mensili su Spotify, addirittura solo 27 subscribers su YouTube. Ai 92 follower di Twitter ci tengono a far sapere di essere il ventesimo disco dell’anno per il blog Denim & Leather. Insomma, non proprio i numeri da supergruppo col botto. Però avrebbero potuto racimolare di più. E O’Satan è proprio bellina, fidatevi. (Lorenzo Centini)

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