Iron Ivan sta venendo a prendervi: IRON FATE – Crimson Messiah

Ad esserci arrivato prima avrei potuto tranquillamente menzionare Crimson Messiah nella poll di fine anno. L’album è uscito a metà dicembre e conferma quanto, oltre agli Hitten, il 2021 ci abbia riservato non poche sorprese sulla sponda dell’heavy metal classico e dei suoi più diretti derivati.

Il disco comincia in maniera poderosa, decisamente aggressiva e di base sbagliata, dato che non è questo ciò che agli Iron Fate riesce meglio. E non si tratta di un difetto di gioventù, ovvero del tipico momento ove le band hanno più a cuore il picchiar duro che il tirare le somme e far tornare la quadra. Questi qua, tedeschi ma musicalmente in tutto e per tutto americani, esistono da tre lustri e nel 2010 hanno debuttato con un album che, in tutta onestà, non ricordo per niente. Ora, a quasi dodici anni di distanza, ne hanno fatto un altro.

Prima ancora d’aver premuto play, è citazionismo spinto già dal logo e dal titolo. Gli unici riferimenti che cadono oltre il 1992 si hanno in avvio di scaletta e nella relativa velocità. C’è un batterista non eccessivamente rullone ma che caratterizza le proprie partiture con ottimi accenti e un uso sopraffino dei piatti, tanto da farmi ripensare a certe usanze di Van Williams. C’è pure qualche passaggio vocale sofferto e recitato alla Nevermore, il che mi ha fatto credere di stare per ascoltare un altro, buonissimo, magari non del tutto necessario, album alla Silver Talon. Poi la svolta. Dopo Malleus Maleficarum, tiratissima, non altrettanto vincente, è come se partisse il disco vero e proprio. E poteva o doveva essere tutto così, ‘sto disco.

ironfate

Penso che alle band odierne manchi una testa di cazzo da scrivania che le sorvegli e le consigli allo stesso modo in cui, nel 1986, a un gruppo heavy metal veniva educatamente ordinato di stare sulla scia degli Europe anziché spaccare pelli e corde. All’epoca poteva anche essere controproducente, oggi è proprio quell’aspetto a latitare: il professionista che evita che tu produca un qualcosa di scarsamente sensato o coeso, che capisce cosa ti riesce meglio e cosa peggio, e che incanala il processo di scrittura nella giusta direzione. Se invece si è lasciati a briglia così sciolta, i risultati, sia nel bene che nel male, saranno questi.

Attacca quindi un titolo come We Rule the Night e non posso fare a meno di canticchiare fra me e me quella dei Virgin Steele. Sebbene non c’entri un cazzo è assai trascinante, e quelli che seguono sono brani altrettanto riusciti. Crossing Shores, con quell’incedere arioso alla Hell Patrol che già il 95% dei gruppi heavy metal ha molestato o reinterpretato a proprio piacimento (esperimento peraltro ripetuto in Hellish Queen), e poi, su tutte, Strangers (in my Mind), decisamente una delle migliori canzoni metal uscite nel 2021.

Strangers (in my Mind) è a metà fra le ballatone dei Nevermore e quel modo d’interpretare i lenti tipico dei Queensryche mediani. Con quella cavalcata finale quasi alla Metallica, con quel dinamismo e quella sentitissima interpretazione da parte di Denis Brosowski (uno che si fa chiamare Iron Ivan e che, se ve lo ritrovate di fronte, rischiate di diventare velocissimi), Strangers (in my Mind) è semplicemente irresistibile e affloscia la reputazione dell’altro lento a fine scaletta, il cui titolo neanche mi sovviene.

A proposito del cantante direi che egli è, assieme alle chitarre, l’assoluto piatto forte del disco. Si sente che l’ispirazione dell’energumeno screamer è americana e che al contempo il DNA è interamente ed orgogliosamente europeo. Lo si sente in particolar modo in lenti come quello aappena citato. Dosa perfettamente gli acuti, non eccede con la recitazione, lascia il giusto respiro alle parti strumentali. Non è uno che si prende la scena (risse da bar escluse) ma è perfetto così.

Fra riffoni aggressivi alla Helstar ed eleganti trame ispirate all’heavy metal americano, ascoltando Crimson Messiah ci si dimentica ogni iniziale sensazione di citazionismo. Ripeto per l’ennesima volta: non ho alcun desiderio che l’heavy metal si reinventi nel 2022, a me basta che continui, come sta facendo, a regalarmi ottimi dischi. Se poi debbo scovare in tutto ciò un qualcosa d’inedito, dico che molti gruppi europei, un tempo rozzi rispetto alle controparti a stelle e strisce, si stanno muovendo con logica e autorevolezza in direzione d’una certa raffinatezza non più tanto di fondo. Sonorità tipiche di due continenti opposti si stanno mescolando senza che ciò mi causi alcun fastidio; un qualcosa che già al tempo di By Inheritance (Artillery, 1990), Agent Orange e Interstellar Experience potevamo vagamente percepire e che oggi è uscito dai binari dello speed‘n’thrash (quello bollato di serie B) divampando un po’ ovunque.

Bellissimo album, incendiario, di classe sopraffina e concluso, da un glorioso atto di coraggio quale il cimentarsi con la cover di Lost Forever, dai Black Sabbath di The Eternal Idol, ossia da quelli del mio amatissimo Tony Martin. E il risultato è ancora una volta ottimo. (Marco Belardi)

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