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QUEENSRŸCHE- The Verdict

15 marzo 2019

Non mi piace troppo, ma non posso non apprezzarlo. Questo è, molto molto sinteticamente, quello che penso a proposito di The Verdict, l’ultimo dei Queensrÿche, ormai stabilmente con Todd La Torre alla voce nonché, sorpresa sorpresa, stavolta anche dietro le pelli a causa della momentanea indisponibilità di Scott Rockenfield, storico batterista del gruppo evidentemente preso da altre faccende. Non mi piace troppo perché, a parte un paio di eccezioni, non ci sono canzoni che ti si scolpiscono in testa o meritevoli di più ascolti, anche solo per ritornare su un tal passaggio o che. The Verdict è un album del tutto anonimo, non nel senso che non si capisce che sono i Queensrÿche (se non altro per la voce, ma ci arrivo tra un po’), ma perché sembrano i Queensrÿche passati enne volte per la lavatrice, come fossero una maglietta fantastica che però ormai ha tremila anni ed ha subito tanti di quei lavaggi che quando te la metti non si capisce più manco di che colore era, epperò tu ci sei affezionato perché ha una storia tutta sua ed in origine era una maglietta comunque bellissima, quindi che cazzo la indossi lo stesso, magari in casa e non per uscire ma trovi la maniera per starci dentro comunque. Che poi è sostanzialmente il motivo per il quale mi ostino ad ascoltare i dischi nuovi dei nostri da Seattle, sono troppo affezionato ai capolavori che furono e spero sempre che ci scappi qualche prestazione maiuscola, anche se purtroppo non è certo questo il caso.

La cosa fantastica di tutto il discorso è che, assurdamente (ma manco tanto), li apprezzo più così come sono che non se tentassero goffamente di rifare il verso a loro stessi di qualche decade fa, e anche se incidono dischi insipidi, anche se i pezzi degni diminuiscono di lavoro in lavoro, comunque mi piace la voglia di andare avanti e l’impegno che ci mettono, pure se più di tanto non riescono a fare, per ovvie regioni di età, di cervello e, soprattutto, di mancanza di Chris De Garmo. Todd La Torre, peraltro, è un cantante fantastico e proprio per lo stesso discorso apprezzabilissimo, visto che si pure è sobbarcato la parti di batteria di The Verdict credendoci evidentemente tanto, però, cazzo, ha la personalità di un foglio di carta carbone, se lo senti cantare e non sai chi è sembra Geoff Tate in forma, se lo senti suonare la batteria pensi che Scott Rockenfield è pur sempre bravissimo, solo che non è Scott Rockenfied quello che stai ascoltando.

Capite bene che se Michael Wilton e sodali sapessero sfruttare adeguatamente queste sue capacità, avrebbero tra le mani un mezzo formidabile; visto che così non è, questi pregi sono più un limite che altro, posto che La Torre dietro al microfono ricorda sempre all’ascoltatore che anche con un cantante dotato vengono comunque fuori pezzi infelici, e che il massimo per cui viene adoperato è riprodurre Eyes Of A Stranger dal vivo come il vecchio Tate non sarà mai in grado di fare, con l’opzione di suonarci pure la batteria, se dovesse essere necessario. Pezzi migliori Dark Reverie e Bent: delle restanti canzoni non rimane nulla, neanche dopo un paio di ascolti. Se apprezzate l’impegno dategli pure una possibilità, ma non aspettatevi granché. (Cesare Carrozzi)

 

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  1. pepato permalink
    1 giugno 2019 18:51

    Non mi esce dalla testa, più lo ascolto più mi piace. È fantastico, disco heavy di una gran classe, con dei pezzi veramente di grande levatura (Bent, Dark Reverie, Portrait). Anch’io purtroppo ho la sensazione che il disco sia anonimo, nel senso che potrebbe suonare come una qualsiasi band di heavy americano. Però questa classe non ce l’hanno tutti, e mi piacerebbe immaginare come avrebbe suonato con Rockenfield alla batteria. Promosso a pieni voti per me, come tutti quelli della nuova era La Torre.

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