Martin Popoff: BORN AGAIN, quando i BLACK SABBATH erano un gruppo sfigato

“Nessuno era interessato a lavorare con i Sabbath. E le case discografiche erano un po’ diffidenti. Adesso è tutto diverso. Hanno fatto la reunion e tutto ciò che toccano si trasforma in oro. Ma all’epoca, quando sono entrato nel gruppo, nessuno voleva davvero lavorare con i Sabbath” (Tony Martin).

È quando finisce la Leggenda che inizia la Storia e le cose si fanno interessanti. Dopo Sabotage, dedicato all’epoca d’oro della band di Birmingham, il giornalista canadese Martin Popoff ha scritto un nuovo libro sui Black Sabbath, edito in Italia da Tsunami, che affronta il periodo successivo all’abbandono di Ozzy, fino alla prima reunion della formazione originale negli anni ’90. Ed è una lettura ancora più stimolante. Superato il primo capitolo, fin troppo denso di informazioni, sull’ingresso di Ronnie James Dio nella band e sulla lavorazione di Heaven and Hell, vediamo la nuova formazione sfasciarsi a causa dell’impossibilità di conciliare il ruolo guida di Iommi con le pretese di leadership del cantante italoamericano. Il chitarrista scoprì presto che a rendere Ozzy un frontman unico era soprattutto la sua insicurezza, che lo rendeva paradossalmente gestibile nel suo essere del tutto fuori controllo. Ozzy, che non scriveva manco i testi che cantava, sapeva benissimo di avere bisogno di farsi guidare, prendere per mano. Tutt’altra cosa era avere a che fare con la prepotente personalità di Dio, più anziano, lucidissimo, sicuro di sé e con una conoscenza ben maggiore dei meccanismi del music business, radicato com’era in quegli Usa dove i Sabbath non erano mai riusciti a sfondare. 

BLACK-SABBATH

Dopo il tentativo di tirare dentro Ian Gillan, con quel Born Again che continuo a ritenere un sottovalutato classico minore al netto dei suoni immondi, vediamo Tony abbandonato dalla sezione ritmica e rimasto solo alle prese con line-up sempre più instabili, album sempre meno a fuoco, concerti sempre più disertati dal pubblico. Seventh Star, il disco con Glenn Hughes, allora svociato e preda delle dipendenze, che sarebbe dovuto uscire come lavoro solista di Iommi. I problemi finanziari che piagarono il comunque bellissimo The Eternal Idol, con il cantante Ray Gillen e il batterista Eric Singer che se ne vanno a metà registrazione. L’arrivo del povero Tony Martin, conscio del suo ruolo di “primo sfigato che passava di là”, buttato via per due volte come un preservativo usato (la prima ai tempi del ritorno di Dio per l’invece sopravvalutato Dehumanizer), eppure in grado di mantenere quello storico marchio nel solco della dignità quando uno Iommi appena quarantenne, costretto a indebitarsi per affittare le attrezzature, veniva bollato dalle nuove aggressive generazioni come un patetico dinosauro che doveva farsi da parte.

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Come in Sabotage, Popoff attinge a una quantità di materiale e dichiarazioni vastissima, a partire dalla fitta messe di interviste svolte nella sua lunga carriera di cronista musicale. E, come in Sabotage, questo è allo stesso tempo il maggiore pregio e il maggiore limite del volume. Da una parte viene snocciolata una mole di dettagli in grado di riservare sorprese anche all’appassionato più esperto (io, che non sono comunque un’enciclopedia, non sapevo per esempio molto dei retroscena sui concerti con Rob Halford alla voce). Dall’altra, sarebbe stato utile un maggiore lavoro giornalistico, non solo per tirare le fila delle diverse versioni dei fatti offerte dai protagonisti e dare coesione alla narrazione ma anche per riempire i buchi lasciati dagli interlocutori nei punti dove sono rimasti più abbottonati, a partire dalla dinamica dell’abbandono di Geezer Butler. Per i seguaci del culto del Sabba, l’acquisto è a ogni modo consigliato. (Ciccio Russo)

6 commenti

  • Nel 1990 comprai Tyr in un negozio tipico dell’epoca. Reparto elettrodomestici, accessori per la casa, da un lato. Dall’altro accessori, Hi-fi e musicassette stoccate in quei terrificanti container in alluminio che potevi scorrere come le pagine di un pesantissimo libro. E l’occhio cadde proprio lì. Non sapevo praticamente nulla dei Sabbath, li vevo solo categorizzati nell’ambito della musica che pensavo mi piacesse.
    Sfiga un cazzo. Sfiga per chi ne sapeva a pacchi. Per me era, resta, sarà sempre un capolavoro. Come quasi ogni loro disco, tranne Forbidden, che proprio non sopporto.
    Tanto per dire come il trascorrere del tempo, la soggettività e la possibilità di rileggere il passato con i modelli del presente, cambi le prospettive.
    Tony Iommi presidente del mondo.

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  • stessa cosa anche per me. born again capolavoro, i dischi con tony martin anche. e dehumanizer spacca culi a quasi 30 anni di distanza

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  • L’era Martin ha fatto innamorare molti degli allora ragazzi nati alla metà degli anni ’70. Quei dischi erano comunque un segnale di vita, i Sabs di Ozzy nell’immaginario di allora erano già archeologia e quelli di Dio un qualcosa rimosso rapidamente. Mai capito comunque tutto questo revisionismo attorno a Born Again che pur avendo qualche buona idea non mi pare rivelò chissà quale magia inedita a distanza di anni.

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    • Born Again è un disco maledetto che praticamente uccise la band. Quando uscì immagino la maggior parte degli acquirenti avesse temuto che si fosse rotto lo stereo. Con premesse simili, non è stato difficile guardarlo con occhio più benevolo in seguito.

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  • Tra dischi piu’ riusciti (Headless Cross,Tyr) e altri meno (Forbidden), comunque nell’era-Martin i Black Sabbath erano una band viva. Deprecai la reunion del ’98, convinto che sarebbe servita solo a consegnarli anzitempo all’archeologia museale del rock. Tenendo conto che l’ultimo album di inediti è arrivato fuori tempo massimo, e’ finita esattamente come temevo.

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