Avere vent’anni: BORKNAGAR – Empiricism

Edoardo Giardina: Come già avevo anticipato in occasione della recensione di Quintessence, il mio album preferito dei Borknagar è proprio Empiricism, che uscì solo un anno dopo ad opera di una formazione se non rivoluzionata quantomeno rinnovata. E a ripensarci a posteriori forse fu proprio questa la fortuna del quinto LP del gruppo norvegese. L’ingombrante figura di ICS Vortex lascia il progetto dopo aver sostituito per due uscite di fila una figura artisticamente ancora più ingombrante come Garm. Lo sostituisce un Vintersorg in forma smagliante, coadiuvato da Lazare, il fratello buono dei Solefald già entrato nel giro da un paio di anni ma che su questo disco comincerà ad occuparsi anche delle linee vocali – per inciso, i quattro norvegesi sono i miei quattro cantanti preferiti in ambito metal. L’ossatura continua invece ad essere composta da Øystein G. Brun, pilastro inamovibile dei Borknagar, e Asgeir Mickelson e Jens F. Ryland, coi quali aveva comunque aveva avuto modo di affinare l’intesa nell’arco di qualche uscita discografica.

Una maggiore affinità tra i membri è l’unico modo in cui riesco a spiegarmi la maggiore efficacia di Empiricism, palese e preponderante. Perché la formula rimane tutto sommato simile, sebbene qui ci sia un po’ meno di black e un po’ più di progressive rispetto al precedente e a The Archaic Course. È proprio la sua efficacia (lo ripeto) ad essere cambiata: un missaggio più pulito, abbastanza da non sommergere gli altri strumenti con le chitarre e da far risaltare le ottime voci di Vintersorg e Lazare insieme a un’infornata di pezzi memorabili sparati uno dietro l’altro (The Genuine Pulse, Gods of My World, The Black Canvas) che si abbassa leggermente di qualità solo verso la metà dell’opera per poi risalire. L’alchimia continuerà per un po’, anche se si assesterà su livelli inferiori, almeno fino a Urd, album in cui tornerà ICS Vortex senza che nessuno degli altri se ne sia andato e con cui i Borknagar si trasformeranno in uno zecchino d’oro, nel Paris Saint Germain dei cantanti metal.

L’Azzeccagarbugli: Lego indissolubilmente i Borknagar ai primi anni di università, a quella Roma che a 17 anni mi sembrava uno sconfinato paese dei balocchi e alle prime chiacchierate con il prode Roberto Angolo, il più grande antropologo contemporaneo, che me li fece conoscere masterizzandomi The Archaic Course e proprio Empiricism. Se con il primo – oggi di gran lunga il mio preferito dei Borknagar – all’inizio ho faticato un po’, con il secondo è stato amore a prima vista, fin dalle primissime note di quella The Genuine Pulse che ancora oggi riesce a gasarmi quasi come un pezzo degli AC/DC.

Un disco in realtà per niente immediato, marchiato a fuoco dall’arrivo di Vintersorg il quale, una volta abbandonate le sue vocazioni più folk, ha portato i Borknagar a spingere tantissimo l’acceleratore sulle sonorità più progressive e le tematiche più cosmiche già presenti nell’ottimo Cosmic Genesis. Il risultato è un lavoro incredibilmente ricco, strutturato e difficilmente catalogabile che, pur perdendosi in alcune occasioni in alcune lungaggini di troppo, riesce a convincere pienamente. La voce di Vintersorg poi è l’elemento in più che si innesta alla perfezione sulle melodie fondate sull’intreccio di chitarre e tastiere (mai così presenti) e rende davvero uniche composizioni come Inherit the Earth e The View of Everlast. Un disco che, se da una parte rappresenta una forte sterzata rispetto al passato, rinunciando ad una certa “spontaneità” che caratterizza i primi lavori, dall’altro introduce i nostri su un nuovo cammino che dura fino all’attualità e che, tra tanti alti e qualche disco meno ispirato, riesce ancora oggi ad entusiasmare.

One comment

  • Che gran disco… l’inizio di Genuine Pulse, con quelle note di piano, la rullata e poi tutti insieme con l’urlo… fantastico. In realtà preferisco altri album loro, ma siamo a grandissimi livelli

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