Pici all’aglione e Coca Cola: il mio recuperone sotto rehab

È tutto vero. In agosto, messo da Bargone al cospetto dei riff taglienti degli Ironflame di Andrew D’Cagna (…), mi distrassi e più piacevolmente ammirai il riluccicare delle acque del Bilancino e i verdi colli antistanti. Me ne ero tornato a casa provato da quella gita in campagna con due maschi metallari. Non perché uno avesse in qualche modo abusato degli altri due – parentesi Ironflame esclusa – ma perché in seguito a quel pranzo a base di pici, pappardelle e arrosti dovetti ricorrere a un breve periodo di rehab fisica e soprattutto mentale.

Arrivati nel piccolo paese di Montecarelli ci siamo seduti a un tavolo e si è proceduto con l’ordinazione in men che non si dicesse. Avrei voluto logorroicarli esponendo le differenze fra il proto thrash brasiliano e quello d’altre porzioni di Sud America, ma la cameriera – forse a scopo preventivo – già se ne stava lì, impettita. La mia pappardella crema di pecorino e guanciale croccante si è rivelata un toccasana, nonostante, nei giorni precedenti, il mio stomaco si fosse devastato al punto che, se andai ugualmente a mangiar fuori, lo feci solamente per rivedere quei due. Di cui uno, Ciccio, non l’incontravo da una vita, e per finire in Toscana, a Firenze, e infine in Mugello, aveva attraversato svariate regioni oltre ai diversi quartieri romani oramai dominati e regolamentati dai cinghiali.

Loro due hanno ordinato un picio all’aglione. Il suddetto piatto è particolarmente diffuso lungo il territorio che s’estende dal basso aretino fino a tutto il senese. Andare in Mugello e boicottare i locali tortelli di patate in favore del picio all’aglione è reato, ma non c’erano guardie in giro e ho preferito tacere in virtù del buonsenso e di un relativo cameratismo maschile.

Cosa vi porto da bere?”

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Il vento ha iniziato a soffiare più forte, in segno di presagio. Ciccio ha preteso una brocca da mezzo litro di vino, mentre, alla mia destra, mi parve di sentir pronunciare la terminologia “Coca Cola”. Rivolto uno sguardo bieco al tavolo adiacente non c’era nessuno che, con accento pugliese, sembrasse conversare (o molestare, date le parole pronunziate) con una qualche cameriera. Mi bastò incrociare gli occhi con quelli del fuggiasco: era lui, il tale degli Ironflame, e stava davvero per abbinare pici all’aglione e un brasato alla Coca Cola. Come in America, il paese col tasso di serial killer più elevato al mondo.

Cercai con disperato sguardo un Carabiniere, non c’era. Iniziai a pensar male. Si può anche fraintendere che la band del perentorio Andrew D’Cagna non mi sia piaciuta, quando, in realtà, i suoi riff m’erano garbati dal primo all’ultimo, senza semmai che cogliessi in essa alcun segreto dell’acciaio. Ma se ti fai Navigli/Mugello per ordinare un Coca Cola col mangiare toscano, hai il giardino disseminato dei corpi seviziati e sepolti delle vicine di casa che avevano bussato per chiedere se avevi del sale. Hai i cani randagi che di notte raspano fra le primule per individuare l’esatta provenienza di quel fetore, e farne incetta. Dovresti passare le nottate sveglio e in preda al senso di colpa, dopo un’ordinazione del genere.

Oggi sto meglio, anche se lo stomaco continua a bruciare e talvolta debbo rinunciare al vino, o preferirgli una birra anche se poco indicata. La mia riabilitazione è avvenuta facendo ricorrente uso di numerosi gruppi che nessuno vorrebbe mai incularsi, gruppi verso i quali nutro un particolare senso di riconoscimento poiché hanno saputo ricomporre quel delicato puzzle col quale si ricrea un mood a me caro. Lo stesso senso di riconoscimento che, in Mugello, a un certo punto era venuto meno, lasciandomi agonizzante a un tavolo a domandare a Ciccio se volesse finirmi l’arrosto, semplicemente perché avevo smarrito ogni desiderio di vivere e godermi la natura circostante o la t-shirt dei Marduk che aveva Roberto.

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Parto con i FEAR CONNECTION, di Brema, il cui cantante si chiama Rolf (il che mi fa ripensare a Andrew D’Cagna). Un debut maturo, Progeny of a Social Disease, facilitato da cinque anni d’attività nel corso dei quali ha però visto la luce un solo EP. Per metà tendente al metal estremo di concezione nord europea (Cerebral Attack), per metà thrash metal dalle forti tinte punk, la miscela funziona alla perfezione e culmina in War Inside my Head e Fight the Plague quali episodi migliori. Manca il pezzone assoluto, ma, pur trattandosi d’un terreno particolarmente battuto, non si avverte alcuna fastidiosa sensazione di deja vu. Piacevole, ne aspetterò trepidante il successore.

Il cantato in spagnolo – o anche portoghese – è un qualcosa che, se abbinato ai miei filoni musicali prediletti, genera in me lieto stupore o lancinanti fitte ai coglioni tali da suggerire un’ecografia. Bene bene o male male. Gli AMNESSIA ETERNA rinunciano in toto all’aggressività e ottengono da codesta scelta una prevalenza totalitaria della melodia. In parole povere, ciò a cui gli Angelus Apatrida avrebbero dovuto pensare a partire dallo scorso (fortunato, ma sfortunatamente transitorio) Cabaret de la Guillottine. Il disco dei quattro, Malditos, è un piacevolissimo esercizio di stile, ben prodotto ed eseguito, che stilisticamente si rifà in buona parte agli Exodus uniti al senso di freschezza tipico dei Death Angel. Da tener d’occhio anche loro.

È infine ora di cristonare, pur di liberare, mediante sfogo, ogni residuo pensiero negativo di quel giorno in cui maggiorenni venuti fin qui da Milano pur d’oltraggiare le terre toscane bevvero il Coca Cola, o la Coca Cola, in una maniera sì blasfema da farmi vacillar moralmente. Siamo al piatto forte.

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I BLACK MASS sono usciti con Feast at the Forbidden Tree, copertina ritraente una sorta di Cannibal Ferox in salsa erotico/palestrata. È subito 1985. L’album è una tale mistura di elementi old school da non saperne indicare uno che risulti anche parzialmente prevalente. C’è qualcosina dei Venom, ma poco, una base vagamente classica e di stampo anglosassone. Loro, per intenderci, sono della East Coast americana. C’è qualcosina delle chitarre di R.I.P. Dei Coroner, esemplificate a un tal punto da somigliare a quelle dei Celtic Frost, senza però ostentarvi quella visione all’avanguardia di tutto l’insieme delle cose. Così come c’è la sensazione di girare intorno ai Sodom fino a Obsessed by Cruelty e ai Kreator di Endless Pain, pur sempre in senso lato.

Niente prevale, tutto ricorre alla leggera. I blast beat sono due di numero, come meriterebbe d’essere per legge. Come nel caso dei Fear Connection, il deja vu è latente se non quasi del tutto assente, A.S.H.E.S. una vera e propria gemma al pari dello speed metal a pieni giri di Nothing Sacred e delle oscure melodie che dominano They Speak in Tongues (indicate agli appassionati dei Bewitcher; Stefano Mazza: è tua). Un album che, diversamente dagli altri due, ho riascoltato più e più volte data la sua totale compatibilità con i miei gusti principali, scapocciando come un matto al sopraggiungere di quel finale da urlo che ha Blood Ritual, sulla scia degli Slayer di Hell Awaits. Subito 1985, subito goduria: come un piatto di pappardelle al cinghiale fumante, mai vi si rinuncia, e casomai se ne chiede un’altra mandata quand’è finito. Purché lo si butti giù con la roba giusta. Meriti d’essere aggredito dai piccioni in piazza Duomo. (Marco Belardi)

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